Il mio Van Gogh: Julian Schnabel e Willem Dafoe raccontano At Eternity’s Gate

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Il mio Van Gogh: Julian Schnabel e Willem Dafoe raccontano At Eternity’s Gate

Questa volta ha affrontato la vita di un pittore, e non di uno qualunque, ma Vincent Van Gogh. A otto anni di distanza da Miral, e undici da Lo scafandro e la farfalla, Julian Schnabel si cimenta con una sua visione del pittore olandese e con esso della pittura stessa. “Tutti pensano di sapere quello che c’è da sapere su di lui”, ha detto in conferenza stampa presentando At Eternity’s Gate, con una camicia senza maniche dalla scucitura d’ordinanza. Parole d’amore per i suoi attori, tutti seduti composti in platea e salutati all’inizio, per lasciare spazio sul palco a lui e al suo protagonista, “non ho mai pensato a nessun altro per il ruolo”, Willem Dafoe.

“Ci conosciamo da trent’anni e l’ho visto essere di supporto tante volte a progetti e registi in condizioni che neanche potete immaginare, per cui era il miglior alleato possibile da avere al mio fianco.” Parole al miele ricambiate dall’attore ormai romano d’adozione. “La cosa più importante, al di là di una preparazione leggendo le lettere, una biografia e documentandomi quindi al meglio, era sapere che avrei dipinto, quindi avevo bisogno di Julian, mio vecchio amico con cui amo passare del tempo. Il suo aiuto per insegnarmi gli elementi chiave della pittura era cruciale, per dare una lettura più profonda ai miei gesti, che fossero le pennellate o quelli più complessi”

Fra gli elementi che emergono dal film, una notevole lucidità di Van Gogh, che intuisce come la sua sia una semina che porterà frutti solo dopo la sua morte, come la sua sfortunata biografia ha notoriamente e ampiamente dimostrato. “Nel film c’è tutto quello che ho trovato di interessante in lui, ora sono uno spettatore e quello che dico non ha importanza. Guardando all’Orsay una mostra dei suoi quadri con lo sceneggiatore, Jean-Claude Carrière, soli nelle stanze, abbiamo avuto un’idea: cercare con il film di regalare l’esperienza di visione di un’opera d’arte. In un museo ti fermi, osservi un quadro, ne assorbi le emozioni e poi passi a un altro, alla fine ti rimane da accumulare una mostra intera. Così nel film abbiamo creato dei bozzetti e delle conversazioni su quello che avrebbe potuto accadere. Sono un pittore fin da quando ero bambino, per cui penso di averlo potuto intuire meglio di altri, in ogni caso questo è stato il nostro punto di ingresso nella vita di Van Gogh. Abbiamo mescolato la nostra versione della verità con la verità, come la maggior parte delle persone fa ogni giorno.”

Vincent Van Gogh è passato alla storia come un pittore maledetto e cupo, depresso e spinto al suicidio. “Proprio quello che volevamo smentire”, ha detto Schnabel. “Negli ultimi giorni ha dipinto un quadro al giorno, non c’è poi testimonianza sul fatto che si sia suicidato. Semplicemente sul letto di morte ha detto ‘non cercate altre responsabilità’, rispondendo alla domanda su chi fosse stato artefice della pallottola nello stomaco con cui tornò nel suo albergo. Nessuno trovò la pistola, né il suo materiale di pittura, difficile nasconderlo se pensi di suicidarti. Non volevamo polemiche, è irrilevante cosa sia realmente successo, questo è un film.”

Sulla teoria suggerita nel film che si vedesse come un nuovo Cristo, il regista e pittore americano ha aggiunto: “Pensava che il libro migliore mai scritto fosse la Bibbia, è cresciuto con una formazione religiosa, ha addirittura pensato di diventare un ecclesiastico. Si sa che Gesù rimase sconosciuto fino a qualche decennio dopo la sua morte, perché non pensare che lui si identificasse in questa dinamica? Ogni storia è una menzogna, del resto, ce lo insegna Rashomon con le sue varie differenti versioni degli stessi fatti.”

At Eternity’s Gate di Julian Schnabel uscirà il prossimo 3 gennaio distribuito da Lucky Red.



Mauro Donzelli
  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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