Interviste Cinema

Il grande sport incontra il cinema: parlano di Race - Il colore della vittoria il protagonista Stephan James e Fiona May

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Presentato alla sede nazionale del CONI il biopic sul leggendario velocista di colore Jesse Owens.

Il grande sport incontra il cinema: parlano di Race - Il colore della vittoria il protagonista Stephan James e Fiona May

Fa un certo effetto assistere alla conferenza stampa di Race – Il colore della vittoria, nel Salone d'Onore del Coni, dove campeggia gigantesco un arazzo con Mussolini, denso di immagini trionfalistiche ed esaltanti una maschia e bellica supremazia bianca. Il film, infatti, è un biopic dedicato alle trionfali imprese di Jesse Owens, atleta di colore che alle Olimpiadi di Berlino del 1936 vinse quattro medaglie d'oro e batté il campione del Fuhrer, con cui - aggiungendo per i nazisti il danno alla beffa - diventò perfino amico. Ma in fondo anche questa può essere una rivincita su quel mondo e quelle politiche razziali per cui decidiamo di ignorare quello scomodo convitato di pietra. Seduti al tavolo della conferenza ci sono rappresentanti della Eagle Pictures che distribuisce il film, della Federazione Italiana Atletica Leggera, tra cui la campionessa Fiona May, il telecronista Federico Buffa che nel film doppia un suo collega dell'epoca, e soprattutto Stephan James, il giovane e bravissimo attore canadese che avevamo già apprezzato in Selma e che incarna con straordinaria aderenza atletica e recitativa il personaggio di Jesse Owens.

E proprio Federico Buffa, grande conoscitore dell'argomento, è il primo a parlare della sua esperienza. “Avevo la voce di Kevin Costner dell'originale a farmi da guida ma all'inizio non è stato facile, poi piano piano sono riuscito a parlare con l'enfasi del 1936, ad accentare le parole nel modo giusto. Ho sempre sognato di fare una cosa del genere. Sono morbosamente attratto dalle Olimpiadi del 1936, che ritengo le più grandi olimpiadi di tutti tempi, tanto da avergli dedicato anche uno spettacolo teatrale, che non finisce mai perché più ci entri dentro più scopri nuove cose, è il paradigma di tutto quello che succederà dopo”.

Che esperienza è stata per James, al secondo importante ruolo di un importante personaggio afroamericano, riportare in vita il leggendario campione? "Jessie Owens per me è molto di più di un eroe di colore, è un eroe mondiale, non solo per le sue imprese sportive ma per la persona che è stato e a cui molti guardano come fonte di ispirazione. E' stata un'esperienza che mi ha cambiato la vita quella di mettermi nei suoi panni. Anche il John Lewis di Selma è stato direttamente influenzato da atleti come Jessie Owens, credo che sia fondamentale e che abbiamo bisogno di raccontare queste icone".

Gli fa eco Fiona May, due ori, un argento e un bronzo ai Mondiali di atletica nella specialità del salto in lungo in cui Owens vinse una delle sue medaglie. "Jesse Owens è un'icona mondiale che ha rappresentato un livello atletico molto forte e un esempio di coraggio, non voleva che altri influenzassero il suo sogno e l'unica possibilità per far capire che era l'uomo più veloce del mondo era vincere le Olimpiadi, cosa che lui ha fatto con coraggio davanti a Hitler, che credeva che la razza bianca fosse la più forte di tutte. Lui era un uomo, un padre, un figlio, un uomo completo e una persona molto sensibile, che ha deciso di far vedere a tutti che poteva realizzare il suo sogno e questo resta un messaggio molto valido di integrazione, lo sport dà speranza ai giovani".

C'è ancora questo tipo di razzismo in America? Risponde James: "Lui viveva in un'America molto razzista, dove erano passati solo 20 anni dall'abolizione della schiavitù ed era una situazione molto difficile che vediamo anche nel film, gli episodi che succedevano e in cui si doveva quotidianamente controllare. L'America di oggi non è certo allo stesso punto, ma ad esempio quando vediamo le proteste che ci sono state anche nel caso degli Oscar, proprio per questo è interessante vedere un film così e far capire quanto siamo andati avanti e che non possiamo tornare indietro. Gente come Jesse Owens ha sacrificato tantissimo, anche dopo aver vinto Berlino tornò nel suo paese e in una realtà non facile ed è importante raccontare storie come questa".

Quali sono le difficoltà maggiori che ha incontrato dal punto di vista atletico? "Tutto il processo per me era totalmente nuovo, ho giocato a basket e pallavolo e ho anche corso, ma non ho fatto atletica leggera a questi livelli. In più lui aveva uno stile davvero molto particolare, quindi non solo dovevo rendere il suo modo di correre, come partiva e altro, ma al tempo stesso anche mostrare le sue emozioni durante la corsa. Per me è stata una vera sfida, anche se direi che la più difficile è stata il salto in lungo, per questo ammiro tantissimo Fiona May. E siccome come si dice il diavolo sta nei dettagli, ho prestato attenzione a ogni particolare e minuzia. E non è stato facile perché ero il protagonista e dovevo imparare tutte le mie battute anche se il giorno prima magari avevo fatto 15 ore di allenamento. Ma è stato bellissimo".

Federico Buffa si esprime sulle licenze poetiche che il film si prende: “Il cinema ha le sue esigenze e non è la prima volta che Hollywood affronta un film con queste limitazioni. Oltretutto è incentrato solo su un periodo della vita di Owens, i due anni di preparazione e le Olimpiadi, ma la sua vita era molto più complicata. Credo che sia fondamentale quello che il film in fondo dice, e che Marlene, la sua secondogenita, teneva particolarmente a far notare. Cioè il fatto che il problema principale fu il presidente Roosevelt, che non gli mandò nemmeno un telegramma di congratulazioni, anche se lo mandò a un grande decatleta. E ci vollero 40 anni perché un Presidente americano cominciasse a parlare di lui e lo premiasse. E' una storia pregna di esistenza del ventesimo secolo. Parliamo di un atleta che nel 1935, in un solo giorno, in 45 minuti, batte o eguaglia 4 record del mondo e che vince 4 medaglie d'oro a Berlino. Uno dei suoi salti di allora sarebbe finito tra i primi 10 alle Olimpiadi di Pechino 2008".

Quale è stato il contributo del regista americano Stephen Hopkins? James se ne dichiara entusiasta: "L'ho incontrato due mesi prima delle riprese e mi ha detto cosa voleva raccontare nella storia, è stato incredibile, lui la capiva benissimo, la conosceva in tutti i particolari e dunque era la persona perfetta a cui chiedere quando avevi dubbi o volevi sapere qualcosa. Mi ha aiutato moltissimo e mi ha anche permesso di essere libero, avere la sua fiducia mi ha dato lo spazio di cui avevo bisogno. Ci sono molte scene nel film, come quella in cui lui entra nello stadio per la prima volta e ovviamente non c'è niente, è tutto CGI, e se sono riuscito a immaginarmi, a visualizzare in quello spazio 150.000 persone che facevano il saluto nazista, o il dirigibile che gli passa sulla testa, è tutto merito del regista".

La conferenza si chiude con una frase di Nelson Mandela, “Lo sport è l'unica lingua al mondo che possiamo capire tutti”. Proprio ieri Gianmarco Tamberi ha conquistato il record mondiale indoor del salto in alto e i nostri atleti si stanno preparando per le Olimpiadi di Rio. Speriamo che anche loro prendano ispirazione da Jesse Owens, un uomo che, come recita il manifesto, non aveva nulla da perdere e dunque vinse tutto. Per vedere  Race – Il colore della vittoria e conoscere questa straordinaria storia di cui anche i giovani atleti presenti confessano di non sapere molto, basta andare al cinema dal 31 marzo.



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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