Il Grande Spirito: Sergio Rubini presenta la sua favola western con Rocco Papaleo al Bif&st

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Il Grande Spirito: Sergio Rubini presenta la sua favola western con Rocco Papaleo al Bif&st

"Oggi non mi sembra di stare a Bari, mi sembra di stare al centro dell'Italia" - confessa Sergio Rubini al pubblico del Teatro Margherita, luogo storico di Bari appena restaurato dove quest'anno si svolgono le conferenze stampa del festival. Anche se è nato a Grumo Appula, l'attore e regista considera la culla del Bif&st la sua città, forse perché è il luogo in cui si è tuffato, sollecitato da Domenico Procacci, nella sua avventura cinematografica d'esordio, che poi era La stazione. E Procacci lo accompagna anche nella sua nuova esperienza, il film Il Grande Spirito, che segna la sua prima collaborazione con Rocco Papaleo. E’ in gran forma Rubini, e si concede completamente alle tante persone che sono venute ad applaudirlo, e della sua regione dice anche: "Tanti anni fa non esisteva nemmeno la possibilità di venire a girare in Puglia, i pugliesi non andavano nemmeno di moda, quindi facevano finta di essere napoletani, molisani, siciliani. I pugliesi sono stati bravi, hanno saputo accogliere, non hanno vissuto l'esperienza del cinema come qualcosa di invasivo". Mentre Sergio Rubini parla, Papaleo lo guarda con tenerezza ma anche con sospetto, visto che è lucano e ci tiene a precisare che la sua terra non è da meno: "La Puglia - scherza - "è una regione suggestiva, però, parliamoci chiaro, l'acqua viene dalla Basilicata, il pane d'Altamura è in realtà è il pane di Matera... detto questo non posso negare che quest'esperienza non mi abbia entusiasmato fin dalle prime battute. Sergio è una persona che ti trasmette passione e ti invoglia prendere dei rischi, perché Il Grande Spirito è un film rischioso".

Oltre che rischioso, perché girato sui tetti e corredato di scene da vero e proprio action-movie, con salti, arrampicate e corse sui cornicioni, Il Grande Spirito è qualcosa di nuovo per Rubini, che si è inventato innanzitutto il personaggio di un folle armato di fascia rossa intorno alla testa che si crede un sioux: "Quand'ero ragazzino, mi piacevano gli indiani, perché mio padre mi aveva raccontato che, a differenza di quanto ci insegnavano i film, erano loro le vittime, e quando con i miei amichetti giocavamo ai cowboy, facevo l'indiano. Mi piaceva la loro idea del mondo, la tragicità della loro storia. Così ho pensato a un indiano che mi sarebbe piaciuto interpretare, poi ne ho parlato a Rocco e ho capito che avrebbe potuto fare con quel personaggio, che è diventato Cervo Nero, qualcosa che io non sarei riuscito a fare, prima di tutto perché è un comico, e i comici riescono a essere profondi come pochi altri. Per il mio film ha messo in campo la sua umanità".

Rubini ha messo dunque il suo indiano a contatto con il cielo, con le stelle, con i flussi migratori degli uccelli. Poi gli ha accostato una specie di "topastro di fogna", come lo chiama lui, un delinquente di quarta categoria di nome Tonino che ha appena rubato un malloppo: "L'incontro fra Tonino e Cervo Nero voleva essere comico, perché visioni del mondo così opposte solitamente conducono a commedie, però fra i due si crea anche una sorta di osmosi, di salvazione. Il Grande Spirito è una storia di salvezza. Entrambi i personaggi cercano continuamente di arrampicarsi, affrancandosi dal bassofondo e arrivando vedere il mondo da una prospettiva diversa".

Se l'altezza preoccupava un po’ Rubini, che doveva gestire 13 condomini, 2 quartieri e si ritrovava spesso a inquadrare mezza città, per Rocco Papaleo è stata inebriante: "Il fatto di girare su una terrazza mi ha dato una sensazione di altitudine e di rarefazione e vi confesso che, per la prima volta nella mia vita, ho toccato qualcosa di veramente speciale: l'idea di abbandonarmi a un luogo, di essere completamente soggiogato e guidato da un personaggio che non sono io e che nega anche in qualche maniera di avere un'essenza. Io sono un uomo molto sexy, mi vedete così, un po’ acqua e sapone, in realtà sono una persona molto riflessiva, strutturata. Tutto questo è stato scardinato da Sergio, che è un genio assoluto. E’ un uomo spiritoso e profondo, il regista che ogni attore vorrebbe incontrare".

Rubini risponde ai buffi complimenti del collega dicendo: "Con Rocco abbiamo anche pensato di sposarci, se lui è d’accordo". Poi si fa serio mentre riprende a parlare dei sioux, che gli hanno suggerito l'ambientazione de Il Grande Spirito: "Essendo questi personaggi degli indiani, è inevitabile che nelle loro vite piombi la tragedia, che a un certo punto arrivano gli yankee e decidano di costruire nei loro territori una strada di ferro che rovina l'ambiente, e quale luogo poteva fare da sondo a una simile situazione? Il quartiere Tamburi di Taranto. A Taranto è capitato ciò che è capitato agli indiani: sono arrivati gli yankee e hanno portato un mostro di ferro che li avvelena. Ricordiamoci che Taranto è la città d'Italia con la maggiore mortalità per il lavoro, e come gli indiani per sopravvivere dovevano collaborare con gli yankee, così a Taranto per sfamarsi la gente è andata a lavorare all'Ilva".

A Taranto, in particolare, gli yankee potrebbero essere quelli che impongono il coprifuoco nel cosiddetto windy day, le giornate di vento in cui qualcuno pensa che l'Ilva possa fare più male del solito: "E' cosa balorda" - dice Sergio Rubini - "è un'idea quasi da Cetto La Qualunque, una situazione che avrebbe potuto inventare Antonio Albanese". Rubini non è Albanese, ma ha altri strumenti per essere incisivo. In più, secondo Papaleo, "E’ un grande 'mettitore', uno che sa fare una straordinaria mise en scene". "Certo un po’ rompe le palle” - conclude il buon Rocco – "però lasciatemelo dire, signori della corte, con questo film Sergio è andato oltre, si è superato, ha trovato un'ispirazione e forse… la droga giusta!".



Carola Proto
  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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