Interviste Cinema

Girare a Roma è una festa per un regista: parla Woody Allen

La conferenza stampa di presentazione di To Rome with Love, nuovo film di Woody Allen girato a Roma, è un vero e proprio evento mediatico.



La conferenza stampa di presentazione di To Rome with Love, nuovo film di Woody Allen girato a Roma, è un vero e proprio evento mediatico. Oltre a regista, che nel film torna anche a recitare, ci sono Roberto Benigni, Penelope Cruz, Jesse Eisenberg, Alec Baldwin e l’intero (o quasi) cast italiano del film.
In platea, oltre ai giornalisti, una folla di curiosi e presenzialisti di varia natura.
Allen siede al centro del tavolo, sguardo in basso e testa leggermente inclinata sul suo lato destro, mani in grembo. Una posa che manterrà inalterata per tutto il tempo, tranne le volte in cui alza lo sguardo per incrociare quello del suo interlocutore.

Ad aprire le danze dell’incontro è  Giampaolo Letta della Medusa, co-produttrice del film, che ricorda il lungo rapporto della sua società con Allen e l’onore di poter presentare in Italia un’anteprima mondiale di un film del regista di New York. “Siamo stati noi a chiedere ad Allen di girare un film qui a Roma, e lo ringraziamo per la fiducia data a Medusa e a tutto il gruppo Mediaset,” aggiunge. “E un grazie va anche alla città di Roma, alle sue amministrazioni e ai suoi cittadini.”

Cominciano le domande, che non potevano non vertere - con quel nemmeno troppo leggero provincialismo che ci contraddistingue - sull’Italia, il cinema italiano e via cantando.

Ad esempio c’è subito chi ha chiede ad Allen se, per quel segmento di film che racconta la storia di una sposina di Pordenone che incontra l attore famoso e assai farfallone che ha sempre ammirato, si sia rifatto allo Sceicco bianco di Fellini. “No, non è stata un’influenza cosciente,” risponde Allen. “ Ma sono sempre stato un ammiratore del cinema italiano, e tutto quello che vedete in questo film è figlio di quanto ho assorbito in decenni di visione. Non c’è però alcuna decisione cosciente di citare questo o quel film. Penso che in generale si abbia la tendenza a girare film simili a quelli che si ama vedere.”

Lo sguardo sul nostro paese e sulla sua capitale messo in scena in
To Rome with Love è (com’era ovvio e prevedibile considerate le altre esperienze europee di Allen) piuttosto superficiale e cartolinesco, e il regista non si affanna a negarlo.
Al contrario, anche a parole non si distacca molto dallo stereotipo di spaghetti, pizza e mandolino, con un’onesta ammissione di limiti oggettivi: “Quando arrivo in un posto per fare un film fornisco la mia impressione soggettiva, parlo di quello che mi colpisce e che dal punto di vista drammaturgico o comico potrebbe funzionare nel film. Ma non pretendo di catturare la realtà di quel posto, non potrei insegnare nulla a nessuno al riguardo. Gli americani, tutti gli americani, hanno un sincero affetto nei confronti dell’Italia: del suo calore, del suo apporto alla cultura nel corso della storia, del fatto che sia così facile e positivo viverci. Quindi è ovvio che il film ne risenta in un certo modo, se avessi girato in Svezia, sarebbe stato diverso.”

E a proposito di Scandinavia,
Allen smentisce categoricamente la notizia circolata nei mesi scorsi per la quale avrebbe potuto presto girare un film nella capitale danese: “La storia di Copenhagen è un mito, non so come sia venuta fuori. Non ho mai parlato a nessuno di quella città e non ci girerò mai un film.”
Ma come mai un regista per anni identificato con New York trova ora così facile girare in Europa? “È facile fare film in città come Roma, Parigi e Barcellona,” dice Allen, “perché alla fine la loro anima non è così diversa da quella di New York. Non è come girare un film in campagna o nel deserto. L’estetica può essere diversa ma l’energia e la cultura metropolitana è la stessa, e la facilità di trovarci dentro storie anche.”
Il motivo della sua elevata produttività cinematografica, ha svelato poi Allen, risiede nelle distrazioni che il lavoro comporta:  “Giro così tanti film per distrarmi. Se sto sempre lavorando non mi ossessiono con problemi della vita che non posso risolvere e mi occupo di quelli che posso risolvere o che al massimo mi porteranno a girare un brutto film, che non è la fine del mondo. Come mai sono tornato anche a recitare? Non avevo mai detto che non avrei più recitato. È solo che con l’età si riducono i ruoli che posso interpretare: ma quando c’è la possibilità, la colgo.”

Parlando di attori, tutti i presenti si sono lasciati andare a grandi lodi dell’Allen regista, specialmente
Penelope Cruz, con sincero trasporto: “Adoro Woody, ha un carattere particolare, è sempre una sorpresa giorno dopo giorno, perché ha un’intelligenza e un senso dell’umorismo davvero superiori, “ ha detto. “Woody è una persona importante per me, per diversi motivi, e mi piace stare vicino a lui per assorbire la sua genialità. Una delle grandi opportunità che questo mestiere ti offre è quella di passare tempo con gente di questo calibro. E anche se i film girati con lui durano troppo poco, mi lascia sempre con dei tesori. Anche se io lo tartasso di domande e di richieste. Dicono che Allen non dia indicazioni agli attore, ma non è vero: dato che non è occupato dal suo ego ma è diretto ed essenziale, non perde tempo. È lì per te quando hai bisogno, ma se va tutto bene non spreca parole per dirti cose che non servono.”
E Jesse Eisenberg aggiunge che: “Allen non potrebbe essere più attento e aperto con noi attori, e lui ha così talento da saper interpretare gli stati d’animo di noi attori così da poterli sfruttare ad hoc per le esigenze del film.”
Per Allen le cose sono quasi speculari, e ha l’opportunità di rivelarlo quando qualcuno (uno scorbutico corrispondente della Reuters) gli chiede del doppiaggio: “Non mi piace, noi americani non ci siamo abituati, quindi fa un’impressione molto strana. Ma Oreste Lionello, con il suo lavoro di anni, ha fatto di me un eroe, io ho un debito con lui per avermi reso una star in Italia. Dal punto di vista del regista, il segreto del successo è circondarsi di grandi attori: li ingaggi e poi li lasci liberi di fare quel che li ha resi grandi prima d’incontrarti. Così loro rendono grande te senza che tu debba fare molto.”

Roberto Benigni
, come da copione, è scatenato: “Il mio rapporto con l’essere famoso? Ma è una domanda bellissima!,” risponde a chi gli chiede del suo personaggio del film, un uomo comune improvvisamente e ingiustificatamente diventato una celebrità. ”Mi piaceva il nome del personaggio, Leopoldo Pisanello, La notorietà poi è un tema che riguarda tutti, tutti oggi vogliono essere famosi: ma solo Woody Allen poteva avere la grazia per raccontarlo come ha fatto, con quello stile favolistico e realistico al tempo stesso. E poi sul set era lo stesso. Una volta alla Garbatella si è fermata un’ambulanza con la sirena accesa per farsi due foto con me. ‘Only in Rome’ disse Woody in quella occasione.”

Già, only in Rome. Allen, che si dice fortunato se qualche tema del suo film si leghi alla stretta attualità politica e non del nostro paese, ribadisce in chiusura questo essere fuori dal mondo e dal tempo dell’Italia e della sua capitale: “La prima volta che un americano si rende davvero conto di essere in Europa è quando arriva a Roma: perché non è una città come Londra o Parigi, qui è tutto davvero diverso, così esotico. Girare qui è una festa per un regista.”
Un altro mondo. Speriamo non il terzo.
Comunque per un po’ in Italia Allen non lo vedremo. E se non ci sarà Copehagen, nemmeno Monaco di Baviera è nel futuro immediato del regista. “Il mio prossimo film sarà girato a New York in parte e poi soprattutto a San Francisco,” rivela, prima di essere assalito da fan bramosi di un autografo o una stretta di mano.

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