Interviste Cinema

Giovane e precaria: la protagonista Laetitia Dosch ci racconta Montparnasse femminile singolare

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Convincente opera prima su una generazione instabile che cerca il suo spazio.

Giovane e precaria: la protagonista Laetitia Dosch ci racconta Montparnasse femminile singolare

“Cercava un’attrice il cui viso è sempre diverso”. È questo il motivo per cui l’esordiente Léonor Serraille, appena uscita dalla scuola di cinema di Parigi, la Fémis, ha scelto Laetitia Dosch come protagonista della sua opera prima, Montparnasse femminile singolare, appena uscita nelle sale italiane.
Certo, l’aveva anche vista nella sua performance in La battaglia di Solferino, notevole film mai arrivato nelle nostre sale, ma transitato per il Torino Film Festival. Due film che hanno in comune una protagonista sempre in scena, messa alla prova da mille variazioni d’umore, un vero tour de force recitativo.

Praticamente sconosciuta da noi, la Dosch è in realtà una delle muse della nuova generazione di registi (e registe) francesi, capace di alternare un dolce sorriso con una crisi isterica, una romantica serata con una dura reprimenda durante una riunione importante. Una delle interpreti più interessanti, proprio perché molto personale, poco accademica, con una recitazione spesso istintiva e pronta a prendere direzioni inattese.
Montaparnasse femminile singolare, vincitore della Caméra d’or a Cannes ’17, ci dà finalmente modo di vederla anche nelle nostre sale, in un’interpretazione instancabile sulla precarietà obbligata della gioventù francese di oggi, che le è valsa una nomination ai César fra le speranze femminili.

Paula è di ritorno a Parigi dopo un lungo periodo d’assenza e una recente rottura. Si trova ormai senza amici e senza lavoro, prova a bussare al suo ex, ma la liquida senza pietà. È una giovane donna (come indica il titolo originale Jeune femme) che tenta di rifarsi una vita e di farlo intorno a nuovi incontri.

Abbiamo incontrato Laetitia Dosch a Parigi, in occasione dei Rendez-Vous di Unifrance.

“Mi aveva vista e amava in me proprio quello che altri hanno sempre visto come un limite: non avere un volto coerente, cambiare sempre”, ci dice riguardo alla scelta della regista, Léonor Serraille. “Paula si trova senza niente, gira per le strade e proprio per questo ha il tempo e la voglia di vedere realmente in viso le persone, di conoscerle sinceramente.”

Rappresenta l’instabilità dei giovani che oggi hanno magari più lavori, ma nessuno sicuro.

Molte persone hanno difficoltà a trovare il loro spazio nella società, è un problema di identità, che viene fatta a pezzi. Léonor ha scritto il personaggio come fosse un puzzle, costituito da parti non comunicanti una con l’altra, volendo poi parlare di femminilità.

Parigi non è un luogo accogliente nel film, anzi pericoloso e respingente, ben lontano dal luogo comune.

È così, secondo lei? Bene, è quello che volevamo. Molte persone sono venute a vivere a Parigi con tutti i loro sogni di realizzarsi nella vita, lasciandosi alle spalle una diversa realtà. La maggior parte degli abitanti non sono originari della città. È una città molto ambigua, ogni tanto anche nelle immagini del film si intravede il sogno, ma allo stesso tempo è molto crudele, fredda e rumorosa, e volevamo mostrarlo. Amo le riprese in metropolitana, un posto freddo, ma che ti permette di vedere i volti delle persone da molto vicino, un incrocio di storie diverse, un posto in cui mille incontri sono possibili. La regista stessa non è di qui, ma viene da Lione e arrivando in città si è dovuta arrangiare, non aveva un lavoro né soldi e ha fatto i lavori che fa Paula nel film.

È un film duro, con una tematica profonda, e allo stesso tempo c’è molta leggerezza e ironia, come già ne La battaglia di Solferino. È una dinamica che le appartiene?

I ruoli che preferisco sono quelli gravi e leggeri allo stesso tempo, che trasformano le cose brutte in gioia.

Ha lavorato con molte registe donne, è stata una scelta consapevole?

No, è che all’epoca non ricevevo molte proposte, ma mi capitava di fare degli incontri, di conoscere persone, come è accaduto con Justine Triet [regista di La battaglia di Solferino ndr], in un bar. All’epoca faceva documentari, non stava pensando a un lungometraggio. Léonor Serraille mi ha mandato una lunga lettera. Non mi vogliono in molti, ma quei pochi mi vogliono davvero.

Paula all’inizio respinge lo spettatore, è fastidiosa.

Léonor voleva assolutamente che il pubblico provasse questo, è una scelta coraggiosa. Non è stato per niente facile, tra l’altro, interpretare una persona che non piacesse, ma non ci pensavo durante le riprese. La sceneggiatura era così precisa che sembra ci siano molte improvvisazioni, ma non è così, specialmente la prima sequenza nell’ospedale psichiatrico, proprio quella che sembra più improvvisata.

Montparnasse femminile singolare è nelle sale italiane, distribuito da Parthenos.




  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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