Interviste Cinema

George Clooney e i suoi Monuments Men incantano Milano

E dopo il photocall di fronte al L'ultima cena di Leonardo da Vinci raccontano ai giornalisti la loro goliardica ed entusiasmante avventura

George Clooney e i suoi Monuments Men incantano Milano

Fra le piccole storie parallele ai grandi fatti della Seconda Guerra Mondiale ce n’è una che vale la pena di raccontare, perché gli uomini che ne furono protagonisti contribuirono a salvaguardare uno dei partimoni più preziosi dell’umanità: le opere d’arte che Adolf Hitler aveva confiscato e nascosto durante il conflitto bellico in attesa di trasferirle tutte nel glorioso Führermuseum che avrebbe costruito a Linz.

Il primo a trattare la vicenda dei Monuments Men, otto uomini, fra curatori di musei, scultori, architetti e storici dell’arte, che si spinsero in prima linea per recuperare quadri e sculture di massimo pregio, è stato Robert M.Edsel. Il suo romanzo, che merita certamente la lettura, è arrivato fino a George Clooney, che, da cineasta “impegnato” qual è, lo ha trasformato nel suo quinto film da regista, tornando, dopo l’incursione nella contemporaineità de Le idi di marzo, a rivisitare il secolo scorso.

Con un cast all-star e il provocatorio slogan promozionale “Il salvataggio di un’opera d’arte vale la vita di un uomo?”, Monuments Men è arrivato a Milano dopo la presentazione al Festival di Berlino.
Clooney e la sua talentuosa Armata Brancaleone, in cui non manvcava lo sceneggiatore e produttore Grant Heslov, hanno preferito insomma alla capitale il Nord e così eccoli arrivare in un salone del lussuoso albergo Principe di Savoia pronti per raccontarci la loro indimenticabile e goliardica esperienza.

Il più spiritoso e in forma del gruppo è Bill Murray, che fingendo di non capire una domanda piuttosto seriosa di una giornalista, risponde così: “Immagino mi abbiate chiesto un paragone fra George Clooney e Wes Anderson. Preferirei parlare di Wes, ma George è qui e quindi parliamo di lui. Direi che andare a cena con Clooney è più divertente che mangiare insieme a Wes. George ama il buon cibo, ha un’alimentazione equilibrata e soprattutto beve più di Wes, il che mi rassicura. Wes è tutto magrolino e sembra un salutista, invece ingerisce mostruose quantità di cibo. Si abboffa come se non ci fosse un domani. Quando lo vedo, mi prende un’angoscia terribile, perché capisco che fare un film con lui sarà un’esperienza eterna, sarà un fottutissimo film d’arte strapieno di take. George ha fatto un film che parla di arte, non un film d’arte. Quando penso al lavoro con lui, so che alla fine della giornata avremo finito di girare e potremo andare a bere”.

Nei panni dell’architetto Richard Campbell, alter-ego di un uomo di nome Robert Posey a cui dobbiamo il ritrovamento della Madonna di Bruges, Murray incarna l’anima più comica del film, producendosi insieme al collega Bob Balaban in duetti davvero spassosi. In confernza l’attore si passa la palla con Matt Damon e dice: “In realtà ero un po’ invidioso di Matt perché ha recitato con l’unica donna del film che è Cate Blanchett, ma forse George non l’ha messo insieme a noi perché poi, vista la sua bellezza, sarebbe risultato il più carino del gruppo, facendoci sfigurare. Invece, con Cate è lui a sfigurare. E gli sta bene!”.

Matt Damon ride di gusto alle spiritosaggini del collega, e questo perché di sense of humour lui ne ha da vendere, altrimenti come avrebbe fatto ad accettare i terribili scherzi di George Clooney? Alla sua sesta collaborazione con l’amico regista, confessa che essere diretti da una persona che si conosce da lungo tempo è rassicurante, ma anche piuttosto impegnativo: “Quando lavori con un amico, non ti fa sconti, ti dice schiettamente quello che pensa. Gli amici sono le uniche persone con cui non ti puoi permettere di essere diplomatico. George, per esempio, ogni sera mi dava i voti. Mi diceva: oggi non sei stato all’altezza dei tuoi colleghi, come mai? Cate è molto meglio di te!”.

A sentire Murray e Damon, George Clooney è un regista molto apprezzato. Anche lui ama teneramente i suoi attori. Di loro parla con entusiasmo e sembra più rilassato del solito, anche perché una volta tanto nessun giornalista gli fa dichiarazioni d’amore, nessuno fa domande stupide, nessuno si mette troppo in mostra. “Adoro questi ragazzi. John Goodman lo conosco da una vita e sono stato più volte ospite di un suo show. Ho osservato Jean Dujardin vincere l’Oscar al posto mio l’anno in cui eravamo entrrambi nominati. Matt è un fratello, con Bob Balaban ci incontriamo a tutte le feste e Bill viene ogni anno a casa mia per qualche giorno e mangiamo la pizza. Io e Grant, infine, festeggiamo quest’anno 31 anni di amicizia”.

George Clooney, che non si è presentato in conferenza con i baffetti e l’acconciatura alla Clark Gable sfoggiati nel film, ma perfettamente sbarbato e con indosso un sobrio ed elegante abito grigio, ha raccontato di aver sfruttato una grande passione di Hollywood per fare questo film: “In America andiamo pazzi per la Seconda Guerra Mondiale, sono 70 anni che le dedichiamo film. Ho voluto tenere conto della lezione di grandi classici come I cannoni di Navarone non solo per le atmosfere da ricreare, ma perché in quei film i personaggi prendevano la vita con un attegiamento rilassato, erano spiritosi, divertenti. Era importante che anche i miei Monuments Men fossero divertenti e in questo i miei attori sono stati fondamentali. La componente umoristica del film è una mia licenza poetica, oltre a derivare dal fatto che per una volta non volevo fare un film che fosse cinico. Ho inventato anche qualche piccolo difetto per ognuno dei miei eroi, per renderli più umani, più accessibili, anche se poi le cose più spiritose del film sono tutte vere. Non volevo fare una lezione di Storia dell’arte, ma un film che potesse arrivare a tutti”.

Da proprietario di una bella dimora in Italia, Clooney non è estraneo ai problemi economici del nostro paese e ai dibattiti circa il giusto peso che dovrebbe essere dato all’arte e alla cultura anche in tempi di crisi: “E’ normale che un paese in cui non circolano molti soldi sacrifichi un po’ la cultura, anche se non è giusto. Non è giusto tralasciare le eredità dei popoli. Guardate cosa è accaduto a Baghdad! Perché abbiamo lasciato che i musei venissero bombardati? Perché il genere umano ha consentito a Hitler di distruggere capolavori di Picasso e Dalì? Così facendo, Hitler ha distrutto il nostro passato. Dobbiamo ricordarci che, prima del cinema e della televisione, c’erano i quadri e le sculture. Dobbiamo tutto alle opere d’arte, è nostro dovere rispettarle”.

La dichiarazione più bella George Clooney la rilascia a proposito di Philip Seymour Hoffman, di cui era grande amico: “Facciamo tutti parte di una grande comunità di attori, o più in generale artisti. Philip era una delle anime di questa comunità. Nella sua vita di attore non ha interpretato sempre ruoli da protagonista, ma nel gruppo lui era un protagonista e la sua scomparsa ha creato un vuoto enorme”.

Non è mancato alla conferenza stampa di Monuments Men un tocco europeo e il merito è del “George Clooney francese” Jean Dujardin.
Anche se ormai ha imparato l’inglese, l’attore premio Oscar per The Artist preferisce esprimersi nel suo sensuale idioma nazionale: “Cosa ho trasmesso a questa banda anglosassone di attori? Il buon umore, la gioia, qualche canzone... sul set mi sono sentito per tutto il tempo ‘il piccolo frenchie’ e questo mi ha spinto a non esagerare con la recitazione, a evitare le grandi tirate. E poi George è un amore: mangia mele tutto il giorno… e io adoro le mele”.

Accompagnato dalle musiche di Alexandre Desplat e girato fra la Germania e l’Inghilterra su 146 set, Monuments Men arriverà nelle nostre sale giovedì 13 febbraio distribuito dalla 20th Century Fox.





  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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