Interviste Cinema

Gennaro Nunziante su Come diventare grandi nonostante i genitori e la sua carriera

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Il regista del film di Checco Zalone, sceneggiatore della commedia ispirata ad Alex & Co., ci parla dei temi trattati e anche un po' della sua carriera.

Gennaro Nunziante su Come diventare grandi nonostante i genitori e la sua carriera

Con Come diventare grande nonostante i genitori in uscita il 24 novembre, film ispirato dalla serie tv Alex & Co., abbiamo intervistato il suo sceneggiatore Gennaro Nunziante, più noto come regista e coautore dei film di Checco Zalone, incluso il grande successo di Quo Vado?

Com'è avvenuto l'incontro tra Gennaro Nunziante e Alex & Co? Uno non se l'aspetterebbe...

Ma meno male che uno non se l'aspetta! Perché non c'è cosa più brutta di quella cosa che uno s'aspetta! E' nato dall'incontro con Piero Crispino, il produttore della serie, che conosco da molti anni e mi ha chiesto di farlo. Io non conoscevo la serie, sono andato a casa, ho parlato coi miei figli, mi hanno detto: "Papà, è bella, seguila!" Mi son visto la serie, che non ha nulla a che vedere con il film, perché a parte per i personaggi, non c'è un legame con la serie. E' un film vero e proprio che racconta di questi ragazzi in un'altra forma e in un'altra dimensione.

Quali sono le caratteristiche che preferisci della serie tv e cosa hai cercato di portare di nuovo?

Di nuovo c'è tutto. Della serie son rimasti i cinque ragazzi, ma anche lì i loro personaggi sono raccontati in maniera diversa, più cinematografica. E' un film, che vive di altre atmosfere, altre logiche, di altri racconti.

Condividi l'idea che oggi i genitori non riescano più a dire di no ai figli, compromettendo la loro educazione?

Va detta una cosa: il film non è sui sì e sui no, il film è sull'io e sul noi. Io penso che bisogna farla finita con questa idea di famiglie chiuse che abbiamo in mente. Io non sono l'unico educatore di mio figlio: a me piacerebbe che tutti fossero educatori, anche dei figli degli altri. Nel film c'è la condizione necessaria: considerare tuo figlio non come "tuo" figlio, ma parte di un mondo. Si deve relazionare con il figlio di un altro, deve andare d'accordo con quello, dev'esserci rispetto. Una relazione buona, il gusto della vita. Da questo punto di vista il film vuole anche spronare le scuole, affinché tornino a educare, insieme ai genitori. Invece adesso stiamo avendo una contrapposizione netta tra genitori e scuola. I genitori pensano di essere gli unici a educare i propri figli, tanto che il professore viene ridotto al voto. I ragazzi sono ridotti al voto, all'elemento comparativo nei confronti degli altri, la competizione sul voto. Invece la scuola per me è innanzitutto la grande occasione di fare comunità, di gestire un rapporto di gruppo anche con la conoscenza.

Come diventare grandi nonostante i genitori

Quindi andiamo anche al di là degli stereotipi del "mondo on-line" e delle "connessioni". Bisogna essere connessi soprattutto nel mondo reale, è questo il senso?

Assolutamente sì. Bisogna avere una certezza oggi: noi non siamo i depositari di una verità, ma forse solo di una parte. E quindi abbiamo bisogno degli altri. Le famiglie poi cominciano a morire. Gaber cantava: "Nelle case non c'è niente di buono, appena una porta si chiude dietro a un uomo". Non c'è niente di buono quando si chiudono le porte, perché si rischia di diventare tribù, e le tribù lottano le une con le altre, basta vedere i condomini italiani!

Nella tua carriera hai spesso scritto per comici, quindi pensando le battute in funzione di un'esecuzione che già conosci. A parte i ragazzi, sapevi già chi avrebbe interpretato gli altri ruoli e ti sei regolato di conseguenza?

Man mano che abbiamo scelto le persone, la sceneggiatura ha vissuto le sue giuste modifiche, perché io sono per gli abiti sartoriali. Ognuno deve indossare il suo abito, non può esistere la logica della taglia 48 che vale per tutti. Devi mettere il vestito giusto addosso alle persone. A volte le modifiche necessarie sono anche dei grandissimi arricchimenti per la narrazione. E' un lavoro molto bello, non devi fare una cosa preconfezionata, la devi creare al momento, artigianale.

Questo a maggior ragione dovrebbe valere per Matthew Modine! Com'è stato lavorare con un attore del suo calibro?

Certo, infatti un pezzo l'abbiamo scritto insieme. Quando è arrivato Matthew Modine, la sua presenza era molto importante, è stato uno dei primi ad accettare e si è rivelato una persona straordinaria. Ad avercene di attori così! Non solo si è messo a disposizione, abbiamo passato settimane a girarci mail, su un monologo che aveva.

E' un modo di vedere l'attore anche come autore, partecipante attivo...

Soprattutto non è un marchettaro. Non è uno di questi che viene qui a fare le cose perché non c'ha niente da fare, tipo uno che viene in Italia, si prende un po' di soldi e va via. E' uno che dà una grandissima importanza al suo mestiere di attore. Cerca di cogliere il massimo da ogni occasione che gli viene data di mostrare la sua professionalità. Non lesina impegno, sul set è stato fantastico, mi hanno raccontato storie bellissime sul set, ha aiutato i ragazzi, una persona che si è messa totalmente a disposizione.

Hai scritto la sceneggiatura di questo film, ma l'avresti anche diretto, visto che sei un regista per i film con Checco Zalone?

Quando ho scritto il film ho parlato io con Luca Lucini, perché volevo che fosse lui il regista di questo film. Ho un grandissimo rispetto per Luca e credo che lui sappia trattare questa materia con grandissima attenzione. La volontà è stata quella di mettere in piedi un gruppo tecnico, in cui ognuno facesse bene il suo mestiere. Io dovevo scrivere questo progetto e volevo che alla regia ci fosse un'altra persona.

Come diventare grandi nonostante i genitori e Luca Lucini

Sarà possibile vederti attore ancora? E' stato raro, però l'omelia del prete in Casomai non me la sono ancora scordata.

No, mi son divertito molto, ma l'ho fatto per due miei grandi amici: uno era Alessandro d'Alatri per Casomai, e un'altra volta per Leone Pompucci, per Il grande botto. Era veramente però in una chiave di grande amicizia, l'attore no... mai.

A margine dell'intervista, come barese, vorrei ringraziarti perché nei primi anni Novanta al liceo ho vissuto Toti & Tata [Emilio Solfrizzi e Antonio Stornaiolo, che recitavano in programmi scritti da lui, ndr] e indirettamente quindi pure Gennaro Nunziante... certe cose sono rimaste dentro!

E' stata una bellissima parte della mia vita, abbiamo fatto cose molto divertenti in grandissima libertà.

Cosa ti è rimasto adesso di quel lavoro iniziale in tv?

La grande libertà, quando ti si permette di essere libero nella creatività. Mi permettono ancora di essere libero, forse si fidano anche un po'. Senza la libertà di fare quello che mi diverte davvero, non riuscirei nemmeno a far bene il mio lavoro.

Io penso che in quel periodo, ora non so come sia la situazione, in quelle emittenti regionali ci fosse una notevole libertà creativa.

Sì, assolutamente. Non era una libertà figlia di chissà quale dono che ti veniva dato: all'epoca la tv locale non se la filava nessuno. Ti guardavano e ti dicevano: "Vabbe', fai 'na cosa..." Poi quando vedevano i picchi di Auditel si chiedevano: "Ma che sta succedendo?" Libertà anche dettata dai risultati. Vedevano che i programmi andavano bene, tutto funzionava, ti dicevano: "Vabbe', fai lo scemo ancora, che ti devo dire?"

Cosa ne pensi della libertà attuale su YouTube? E' simile, oppure è diversa perché è diverso il mezzo?

La libertà di YouTube è innanzitutto materiale. Oggi i tempi per metter su uno spettacolo a teatro sono proibitivi. Uno preferisce montarsi una videocamera in casa e fare palestra. Questo è di grande utilità: la palestra che io ho avuto nelle tv locali oggi molti ragazzi ce l'hanno su YouTube. Poi come al solito il futuro di tutti e di quegli YouTuber è dettato da un fatto culturale: o cresci, e comicamente vai più in profondità, o resti lo YouTuber che quando va al cinema fa cagare perché porti il linguaggio sbagliato nel posto sbagliato. E forse era meglio se rimanevi YouTuber. E' un fatto di profondità culturale, che non vuol dire solo capire, sapere, conoscere, aver letto. E' anche un fatto di talento: e se ce l'hai, anche YouTube va bene.



  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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