Interviste Cinema

Forever Young: incontro con Valeria Bruni Tedeschi, artista che resiste alla stupidità della vita

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Arriverà nelle sale italiane, dopo aver debuttato al Festival di Cannes, Forever Young, il settimo film da regista di Valeria Bruni Tedeschi. In una giornata per lei difficile, l'attrice è venuta a Roma a presentarlo e a parlarne appassionatamente.

Forever Young: incontro con Valeria Bruni Tedeschi, artista che resiste alla stupidità della vita

È iniziato in salita il breve soggiorno romano di Valeria Bruni Tedeschi, che in occasione dell'uscita in sala, il 1 dicembre, del suo nuovo lungometraggio Forever Young, è arrivata da Parigi per presentarlo ai giornalisti, categoria alla quale appartiene anche l'autore di un articolo infamante appena apparso su Libération. In prima pagina, campeggiava una foto del protagonista maschile del film, Sofiane Bennacer, con le mani sporche di sangue. L'attore, riportava il giornale, potrebbe essere colpevole di stupro e violenza. Decisa a non rinunciare alla promozione di un film a cui tiene molto, ma determinata a condannare la mancata imparzialità del quotidiano francese, la regista non ha disertato la conferenza stampa e ha letto a noi giornalisti una dichiarazione rilasciata poco prima all'agenzia di stampa France Press. Eccone uno stralcio:

Oggi è la giornata contro la violenza sulle donne. Ci tengo a esprimere, innanzitutto, il mio grande rispetto per la libertà di parola delle donne e il mio profondo attaccamento al fatto che possano essere ascoltate. Sono stata io stessa vittima di abusi durante la mia infanzia e conosco il dolore di non essere stata presa sul serio. Ho dei figli ed è fondamentale per me, più di ogni altra cosa, che vivano in una società che li ascolti e li protegga. Ciò non mi impedisce, tuttavia, di essere sbalordita, leggendo il quotidiano Libération di oggi, di vedere il trattamento riservato a un giovane uomo oggetto di un'indagine penale in corso, senza alcun rispetto per le persone che stanno lavorando su questa indagine, né per il principio di presunzione d'innocenza".

Seduta tra il produttore Angelo Barbagallo e il moderatore dell'incontro stampa, Valeria Bruni Tedeschi è rimasta in silenzio per un attimo e poi ha cominciato a rispondere alle domande su Forever Young, che ha fatto parte della selezione ufficiale del Festival di Cannes 2022 e racconta la vicenda di un pugno di ragazzi che, nella seconda metà degli anni '80, vengono ammessi alla scuola di recitazione del Théâtre des Amandiers fondata da Patrice Chéreau e Pierre Romans e frequentata, proprio in quel periodo, dalla stessa Bruni Tedeschi. C'è dunque, nel film, un pezzo della giovinezza della regista, che ritiene di aver "messo in ordine il caos della realtà" trasformandolo in finzione cinematografica.

Reali, o meglio realmente esistiti, sono dunque tanto Chéreau quanto Romans. Di loro la Valeria Bruni Tedeschi ha voluto dire: "Patrice e Pierre non erano maestri, erano registi, e non avevano una scuola convenzionale. Per questo volevo raccontarla e parlare dell'esperienza che hanno fatto insieme a noi e che è stata molto diversa, per esempio, da ciò che normalmente succede frequentando il Conservatoire. La nostra era una scuola in cui ci insegnavano il piacere di cancellare la frontiera tra la vita e la scena e la capacità di deambulare dalla vita alla scena e dalla scena alla vita con estrema libertà, in modo da trasmettere ai personaggi le nostre verità, imparando quindi non a recitare ma a essere".

Abbandonato il Théâtre des Amandiers, la Bruni Tedeschi ha appreso un'altra lezione di fondamentale importanza che non ha mai dimenticato: "Dopo la scuola, ho imparato pian piano, anche grazie al metodo di Lee Strasberg, a proteggere il mio strumento. Gli attori sono come un pianoforte: quando lo si suona, perché abbia un bel suono devi aprirlo. Poi, se il pianista esce dalla stanza per andare a comprare del pane, non è che lo richiude subito: lo lascia aperto. Allo stesso modo noi attori restiamo aperti nelle nostre emozioni, nelle nostre rabbie, nelle stranezze. Il nostro strumento resta aperto, e questo è un problema, perché è difficile vivere così, e allora ho dovuto imparare a proteggere la mia vita, a chiudere ogni tanto il mio strumento o a metterlo a metà, a modularlo. Perché vedete, la nostra società è basata sull'ipocrisia, mentre il nostro lavoro non può ammetterla".
E che succede a chi attore, o pittore o scrittore, non è? L'arte può ancora influire sulla vita delle persone? - domanda qualcuno. "Sono ottimista" - risponde la regista - "e lo resterò fino al giorno della mia morte, perché credo fermamente nel fatto che un film, un libro o una musica possano ancora salvare l'essere umano. Penso che il nostro lavoro di artisti sia, tra le altre cose, un modo di resistere alla stupidità della vita".

Uno dei personaggi più rilevanti del film è dunque Patrice Chéreau, che per Valeria Bruni Tedeschi è stato un mentore e che l'ha diretta nel 1987, in Hotel de France, per poi tornare a lavorare con lei in un altro paio di occasioni. E proprio al primo sodalizio tra regista e attrice doveva essere dedicata inizialmente una parte della sceneggiatura di Forever Young: "Abbiamo scritto molte pagine sulle riprese di Hotel De France, ma poi non le abbiamo messe nel film, perché dovevamo far vedere la stranezza di questa scuola cercando di semplificarla, in maniera che arrivasse allo spettatore. Parlare della lavorazione di un film l'avrebbe resa ancora più complicata. E poi c'era il personaggio di Patrice Chéreau, che mi intimidiva, mi incuteva forse un eccessivo rispetto. E infatti sulle prime abbiamo messo nei dialoghi tutte le cose che mi diceva. Cercavamo di essere intelligenti come lui, e alla fine il nostro Chéreau era troppo piatto, non mi piaceva per niente. Così ho deciso di mettere tutto in disordine, e a spingermi a farlo è stato immaginare che avrebbe letto la sceneggiatura. Patrice amava il lato oscuro delle persone, la complessità dell'uomo, e questa complessità doveva finire nel film. Ho capito che l'unico modo per rispettarlo era essere irrispettosa. Così abbiamo parlato anche del rapporto di Patrice Chéreau con i ragazzi e della sua collera. E quando Louis Garrel è entrato nel cast del film, ha rimesso di nuovo tutto in disordine, mi ha detto che il personaggio era scritto male, ha improvvisato moltissimo e ha portato nel film il suo Chéreau, il regista che lui aveva incontrato a 21 anni e con cui non aveva avuto la fortuna di lavorare".

A Patrice Chéreau e Pierre Romans Valeria Bruni Tedeschi critica fortemente l'uso di droghe, perché è convinta che "chi insegna debba avere un senso di responsabilità", lo stesso che ha sentito lei nel dirigere i giovani attori di Forever Young, che a un certo punto sono diventati più importanti del dato autobiografico del film: "Io non volevo filmare dei ricordi, non volevo filmare delle imitazioni dei mie ricordi, me stessa o le persone che ho amato nella mia giovinezza. Volevo filmare i miei attori, volevo fare un documentario su di loro in questa rappresentazione degli anni '80 e in questa scuola. Amo dirigere film. E amo molto anche il mio lavoro di attrice, che vivo un po’ come una vacanza, un momento di spensieratezza, perfino quando mi affidano ruoli dolorosi. Dirigere un film è più impegnativo, ma adoro passare dal ruolo di bambina, perché gli attori in fondo sono bambini che si fanno amare, al ruolo di adulta che ama la regia. Questo ruolo, che mi permette di osservare gli altri, è il mio preferito, perché mi dà molta più gioia".

In realtà c'è anche un'altra ragione per cui Valeria Bruni Tedeschi ama stare dietro alla macchina da presa, ed è un motivo validissimo e che fa una certa tenerezza, o meglio che è coerente con la solarità di un'artista che ha una visione sempre più personale della vita e che non fa mistero delle proprie fragilità: "Mi rendo conto sempre di più che fare dei film è un pretesto per stare con persone che amo. Per esempio, Angelo Barbagallo lo vedo solo quando facciamo dei film insieme, per cui un film è un'occasione per frequentarlo, per mangiare con lui. La mia montatrice non la frequento fuori dal lavoro. Quando montiamo, però, sto con lei dalla mattina alla sera per 7 mesi consecutivi. Quanto a mia madre, vorrei fare solo film con lei, vorrei tenerla viva ancora per 30 anni facendo dei film. Una volta che ho finito un film, mi rendo conto che quel che resta sono le frequentazioni. Louis Garrel ed io ormai non stiamo più insieme, però, facendo un film con lui, ricomincio a vederlo quotidianamente”.

Nei film della Bruni Tedeschi, infine, ci sono anche gli affetti ormai lontani, e Forever Young non fa eccezione: "Se questo film ha una potenza, dipende anche dal fatto che ho 'disturbato' amici e parenti che non ci sono più. A parte Chéreau, c'è mio fratello nel film, perché lui ha vissuto con me quell'epoca. Ci sono insomma molte persone di su che son venute giù. Il cinema mi permette di evocare i morti e di dare loro la parola".

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