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Festival di Roma - Incontro con Clive Owen: l’attore che non vuole 'disturbare'

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Il fascino discreto di un inglese con il dono dell'ottima conversazione

Festival di Roma - Incontro con Clive Owen: l’attore che non vuole 'disturbare'

Protagonista del medical di Steven Soderbergh The Knick, Clive Owen partecipa al Festival di Roma 2014 anche in un’altra veste.
Dopo Tomas Milian, Park Chan-wook e Asia Argento, tocca al lui il piacevole compito di raccontarsi al Festival in uno dei 12 incontri giustamente intitolati “In Conversation” per il loro carattere informale.
Siccome il carisma e il fascino di questo neo-cinquantenne sono indiscutibilmente grandi, il pubblico è accorso numeroso nella sala Petrassi, dove l’attore inglese cha fa cinema dal 1988 ha parlato con umiltà del suo mestiere di alcuni gradi registi.

Ecco i principali argomenti affrontati.

Gli inizi: tra fortuna e desiderio
“Vengo da Coventry, una piccola città inglese e la mia era una famiglia operaia, nessuno immaginava che sarei diventato attore. A 13 anni mi capitò di fare un’audizione per una rappresentazione di Oliver e venni preso. A quel punto capii che l’attore era il mestiere che avrei voluto fare per il resto della mia vita. Dopo quell’esperienza provai a entrare in una piccola scuola di teatro, ma non fui preso. Feci una pausa di 2 anni e poi ebbi la fortuna di entrare alla Royal Academy of Dramatic Art. Credo di avere avuto tanta fortuna e tante ottime opportunità, ma non sarei arrivato dove sono adesso se ad animarmi non fosse stato un grandissimo desiderio e un amore incredibile per il mio mestiere. Comunque ho avuto fortuna e credo che a Coventry, da qualche parte, sia rimasto un altro Clive Owen un po’ meno fortunato di me”.

I personaggi e le loro ragioni
“Come capita a quasi tutti gli attori, mi piacciono soprattutto i personaggi complessi. Il mio obiettivo non è farli necessariamente amare al pubblico, renderli accattivanti: per me la vera sfida è fare in modo che vengano compresi”.

Il teatro, il cinema, la verità
“Stare davanti alla macchina da presa è sempre l’emozione più grande. Vengo dal teatro e so quanto sia difficile passare al cinema. Tutto ciò che è teatrale al cinema suona falso, per esempio quando un ruolo è troppo stratificato. I grandi attori di teatro non funzionano al cinema. Sul set non c’è spazio per l’enfasi: ciò che conta è la verità”.

Rivedersi
“Detesto rivedermi. Quando succede, mi sento un sempliciotto e penso: ma come mi è venuto di recitare così? Sono un perfezionista, sono il peggiore giudice di me stesso. Da giovane ho lavorato in televisione e ogni sera riguardavo i giornalieri, mi facevo orrore. A un certo punto ho capito che non potevo portarmi dietro lo ieri, l’oggi e il domani, non dovevo stare tanto a pensare, dovevo solo agire d’istinto. Da quel giorno, ho sempre cercato di non riguardare mai un mio lavoro”.

Il regista
“Adoro la figura del regista, la cosa più importante di un film è il regista. Gli attori devono darsi al regista e io sono felice quando riesco a contribuire alla realizzazione del sogno del regista”.

Attori al galoppo
“Nessun attore è meglio della scena in cui si colloca. La scena più bella è quella in cui ci sono due o più attori, in cui c’è scambio, interazione. La magia del cinema sta tutta in quell’interazione, nelle alchimie. Prendete Humphrey Bogart e Lauren Bacall: erano fantastici come coppia, avevano un’intesa perfetta. Il lavoro dell’attore è portare avanti la scena, contribuire al suo ritmo, al suo galoppo”.

Michael Caine
“Lavorando con lui ho capito perché sia tanto amato e famoso, non ho mai conosciuto un attore tanto arguto e disciplinato. Sembra che per lui recitare sia facilissimo, una cosa naturale, invece c’è dietro un grosso sforzo, un magnifico controllo”.

Alfonso Cuaron e I figli degli uomini
Quando mi è arrivato il copione de I figli degli uomini, stavo già leggendo un’altra sceneggiatura e quindi ho dovuto scegliere. Nell’altro film avrei avuto un ruolo molto più interessante, un personaggio più forte, definito. Eppure il copione di Alfonso mi ha stregato. Certo, il mio personaggio era un tipo indeciso, che si trascinava per quasi tutto il film in cerca della sua strada, ma il mondo futuristico immaginato da Cuaron era meraviglioso. Così ho deciso di partecipare alla sua visione e di farlo senza disturbare”.

Robert Altman
“Adoravo Robert Altman. Adoravo la sua abitudine di far andare sul set tutti gli attori per poi lavorare solamente con alcuni di loro, a seconda dell’umore del momento. Per Gosford Park dovevamo presentarci al mattino già con i nostri costumi, correndo il rischio di rimanere tutta la giornata in disparte. Era bello, era come essere gli strumenti di un’orchestra. Robert riusciva a ottenere il massimo dai suoi attori. Mi è capitato di lavorare con registi che mettevano 4 attori in una stanza per poi lasciare che tra loro scattasse la competizione più feroce. Altman, invece, sapeva valorizzare tutti. I suoi film erano melodie che fluivano libere”.

Un paio di stivali bianchi
“Ellen Mirojnick è una costumista fantastica, i costumi che ha creato per The Knick sono perfetti. Ricordo il giorno in cui mi ha dato da indossare un paio di stivali bianchi. Li ho subito adorati perché esprimevano pienamente l’aggressività e l’arroganza del mio personaggio. Calzandoli, mi sono sentito il David Bowie d’inizio 900”.

Il metodo Owen?
“Non ho un preciso metodo di avvicinamento a un personaggio. Per interpretare Hemingway ho dovuto per forza studiare, per esempio. Del resto, se un ragazzo di Coventry deve interpretare uno dei più grandi scrittori di sempre in maniera credibile, allora è necessario che si metta seriamente sotto. Così ho letto le sue opere, sono andato a Cuba e a Parigi. Più in generale, però, mi basta arrivare al cuore del personaggio, sentirmi a mio agio con lui. Non guardo di buon occhio quegli attori che per interpretare un agente sotto copertura si arruolando veramente nelle file della polizia. Bisogna impegnarsi, certo, ma senza mai dimenticare che si sta servendo un’idea. Io mi affido anche alle scintille che si accendono dentro di me quando leggo una buona sceneggiatura”.

Dietro l’angolo
“La cosa più bella del mestiere dell’attore è che all’improvviso possono aprirsi davanti a te mondi imprevedibili, epoche sconosciute, situazioni assurde. Mi piace quest’apertura, mi piace pensare che dietro l’angolo ci sia sempre un nuovo stimolante personaggio ad aspettarmi. Non sono fissato con un personaggio, non esiste per me il ruolo che vorrei prima o poi interpretare”.

Ancora Sin City?
Sono un fan di Sin City, ho letto la graphic novel è sono stato felicissimo di lavorare con Frank Miller. Quando sono arrivato sul set, ho visto un’automobile con cui avrei dovuto, diciamo così, interagire. Poi l’automobile è stata portata via e al suo posto hanno messo una cassa, su cui mi sono dovuto sedere. La cosa pazzesca di quell’esperienza era che noi attori, con tutto quel green screen, non ci rendevamo minimamente conto di cosa stessimo facendo. Un altro Sin City? he sì, ma con la stessa squadra creativa”.

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  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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