Festival di Cannes 2017: Nicole Kidman e Yorgos Lanthimos raccontano The Killing of a Sacred Deer

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Festival di Cannes 2017: Nicole Kidman e Yorgos Lanthimos raccontano The Killing of a Sacred Deer

"Quattro progetti qui a Cannes? È sono una coincidenza," dice una sorridente e biondissima Nicole Kidman durante conferenza stampa di The Killing of a Sacred Deer, il film di Yorgos Lanthimos che qui a Cannes è in concorso.
Sarà una coincidenza, ma a Cannes la Kidman quest'anno è la regina, e da regina benevola si comporta.
"Arrivata a questo punto della mia carriera tutto quello che voglio è essere audace, provare cose nuove, uscire dalla mia comfort zone, supportare nuovi talenti, o registi dallo stile personale e originale come Yorgos," dice sorridendo. "Nessuno oggi mi obbliga a continuare a recitare, ma per la recitazione e il cinema ho ancora una grandissima passione, la stessa passione nata quel giorno in cui ho bigiato la scuola per andare a vedere Arancia meccanica: è da allora che sono una fan del cinema, della pellicola, della sala, e sempre lo sarò."

Quanto alla sua esperienza sul set di questo film (che è un dramma cupo e borderline con l'horror, storia di una famiglia costretta a affrontare un dilemma morale straziante quando una sorta di maledizione lanciata da un ragazzino obbliga il padre, Colin Farrell, a scegliere se uccidere la moglie o uno dei due figli, pena la morte per malattia di tutte i tre), la diva australiana l'ha raccontata così. "Yorgos mi diceva sempre una cosa: 'Nicole, devi capire che il tono è quello di una commedia'. Ma, a parte questo, non c'è stata alcuna preparazione pariticolare, facevo anzi fatica a ottenere risposte da lui quando gli facevo delle domande: se rispondeva, rispondeva a monosillabi, o con gli occhi. Voleva che arrivassi sul set e, semplicemente, fossi. Che per un attore è difficile, ma anche molto liberatorio."

"Trovavo fondamentale che sul set ci fosse un'atmosfera rilassata e divertita," commenta Lanthimos. "Per me è una cosa molto importante. Non mi piace spiegare cosa stiamo facendo, perché non lo so. So che c'è un copione e una storia, ma sul set si lavora in gruppo: un gruppo con cui mi piace fare tante cose, che non necessariamente hanno direttamente a che fare col film. È in questo modo che scatta un processo inconscio che arricchisce il materiale in maniera naturale, senza che ci si stia troppo a pensare sopra, semplicemente facendo."

Parco di spiegazioni sul set, il regista greco lo è stato anche coi giornalisti, che magari gli chiedevano di parlare del senso del suo film, o di spiegare quegli elementi che appaiono misteriosi o comunque non resi espliciti: "Il punto del film è proprio questo, che non sai bene che sta succedendo, e non lo so nemmeno io," risponde sorridendo Lanthimos. "Sono partito dalla voglia di esplorare il tema del sacrificio, dell'idea di giustizia, raccontare delle persone che si trovano di fronte a scelte difficili, sollevando delle domande. Esplorare, senza dare necessariamente risposte, come faccio sempre. Se le mie esplorazioni arrivano da qualche parte? È difficile da dire. Sicuramente sento di arrivare al passaggio successivo, alla tappa successiva di un viaggio che ti cambia, anche se magari non sai bene come, e che di arricchisce."
E, a proposito di viaggi, Lanthimos racconta che tornerebbe tranquillamente a girare un film in Grecia: "dove c'era una particolare libertà che all'estero, dove le cose sono più strutturate, in qualche modo si perde. Anche perché nei miei film il luogo dove sono ambientati è indifferente rispetto alla storia."

Se poi Nicole Kidman dice di aver trovato il film "ipnotico", non pensa di farlo vedere ai suoi figli, e non solo per via della sua crudezza: "In generale i miei figli non vedono i miei film: cerco di tenere separata la vita privata da quella professionale. Faccio eccezione quando giro film come Paddigton: in quel caso sono venuti anche sul set. Ma quando l'han visto, uno di loro è poi rimasto male, perché facevo la cattiva."



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