Interviste Cinema

Favolacce alla Berlinale 2020: i fratelli D'Innocenzo presentano in concorso il loro nuovo film

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I gemelli, talenti emegenti del cinema italiano, ci raccontano origini e dettagli del loro nuovo, bellissimo film, in arrivo nei cinema italiani (speriamo) il prossimo 16 aprile.

Favolacce alla Berlinale 2020: i fratelli D'Innocenzo presentano in concorso il loro nuovo film

Mentre, anche tra gli accreditati italiani alla Berlinale, è l’emergenza sanitaria in Italia a dominare il discorso pubblico, sostituendo i dibattiti cinefili del dopo proiezione, in concorso al Festival di Berlino 2020 viene presentato Favolacce, opera seconda dei fratelli Damiano e Fabio D’Innocenzo.
Che, come è facile intuire dal titolo, è una fiaba dark, darkissima, ambientata in un generico e immaginifico quartiere residenziale della periferia sud della Capitale. La storia vede protagonisti dei ragazzini di dodici anni e le loro famiglie, nel corso di una estate, tra la fine di un anno scolastico e l’inizio di un altro. L’atmosfera è malsana, pesante, la quotidianità apparentemente banale e opprimente. L’infelicità e il fallimento e la bruttezza morale degli adulti viene osservata dai figli, che reagiranno a tutto questo in modo imprevedibile, radicale e scioccante.
Non è certo un film ottimista, Favolacce, ma rispecchia lo sguardo dei D’Innocenzo sul mondo. Davvero i due registi sono così pessimisti? “Assolutamente sì,” risponde senza esitazioni Damiano. “Tranne che per i bambini, che proprio perché compiono determinate scelte, sono figure per noi luminose.”
Il mondo adulto, quindi, è senza speranza, ma non per questo i personaggi del film vengono giudicati dai loro autori: “Io mi sento esattamente quei personaggi osceni che raccontiamo, e ho fatto i loro stessi discorsi. Nella vita ho pensato e fatto cose orribili, ma sono anche una persona dolcissima,” aggiunge.
“L’idea del film c’è sempre stata,” spiega Fabio. “Fin da bambini percepivamo un mondo crudele e asfissiante, ma siccome siamo introversi e meditabondi, pensavamo fosse per via del nostro pessimismo. Ma poi abbiamo capito che gli orrori che vedevamo erano reali, che avevamo ragione. I bambini hanno un intuito straordinario e pericolosissimo. Abbiamo scritto questa storia quando avevamo 19 anni,” aggiunge. “Abbiamo avuto il tempo di farla maturare, per maturare l’idea di una messa in scena, ma il presentimento che avremmo dovuto parlare di certe cose in uno modo o nell’altro c’era.”
Tra i giovani protagonisti di Favolacce, però, la rabbia è un sentimento assente. “I bambini non provano rancore. Prendono coscienza del mondo, e decidono da che parte stare,” dice Fabio.  “Nel nostro mondo ssiste un problema generazionale, e l'unico modo per risolverlo è abbattere una generazione, quella che dice ‘non è il momento per noi’.”

Fondamentale, per un film come Favolacce, era trovare la giusta ambientazione. “Non volevamo una collocazione nell'attuale,” spiega Damiano. “Abbiamo pensato a una generazione di adulti che negli anni ‘90 ha comprato casa, sperando in una scalata sociale e in una crescita economica che non c’è stata. Che abitano in un limbo popolato di persone che hanno fallito come esseri umani, che hanno tutto, in fondo, ma non gli basta. E i bambini osservano la loro crudeltà, la loro ignoranza, la loro misoginia.”
Cercavamo un luogo che rimandasse a un immaginario infantile, a luoghi della suburbia americana di film come Edward mani di forbice o Velluto blu, che sono un luogo dell’anima,” aggiunge Fabio. “Una geografia non troppo concreta per non rischiare di far sì che, come era invece in La terra dell’abbastanza, le cose che accadono fossero conseguenza del luogo di appartenenza. Qui il luogo è insospettabile e di conseguenza sono tutti parte in causa.”
Nepi, la borgata Ottavia, Ostia e Passoscuro sono state alcune delle location del film. “Luoghi dove non ci fossero i muri di cemento che precludono lo sguardo tra una casa e l’altra, una vita e l’altra. Che regalassero l’idea di posti leggermente, solo leggermente sospesi dalla realtà,” spiega Damiano.

A dispetto di una forma sorprendente e innovativa, perlomeno per il nostro cinema, i gemelli D’Innocenzo parlano del loro film come di un film con una messa in scena “classica”. “Non vogliamo che la regia sia visibile, esibita, perché distrae dalla storia.” dice Fabio. “Quando hai un copione di un certo valore deve essere lui che detta legge sull’inquadratura, sul cromatismo e sull’impianto visivo. Non si deve cercare necessariamente una bellezza grafica: il testo ha tutte le risposte.”
Allo stesso tempo, grande è stata la ricerca e il lavoro svolto sul sonoro, in un film dove il silenzio è spesso fondamentale. “Il dialogo in questo film era superfluo. Sono i silenzi, e i gesti, che rivelano qualcosa. Le parole vengono pronunciate non hanno spessore, e allora diventano importanti i suoni,” racconta Fabio. “Il contrappunto è sempre un modo efficace per raccontare una storia anche nel sonoro.”
“Ai nostri attori dicevamo sempre di usare il silenzio, di mangiarlo, di dialogarci”, aggiunge Damiano. “Ho sempre visto il linguaggio verbale come limitato e deludente. E quindi fin da bambino l’ho sostituito col disegno, la fotografia, le poesie. E tutto questo insieme l’abbiamo sublimato nel cinema, arte dilettantesca per eccellenza, perché non serve chissà quale competenza per farlo.

Hanno sempre fatto e fanno ancora tutto insieme, i D’Innocenzo. “Purtroppo siamo gemelli e siamo nati con questo vizio di dover dividere tutto,” dice Fabio. “Abbiamo gli stessi gusti, in tutto. E con le donne questo è un problema,” aggiunge ridendo Damiano.
I gemelli citano la letteratura di Raymond Carver e Richard Yates tra i loro punti di riferimento, ma anche cartoni animati come quello del Fantazoo con Alvaro e Camilla, o i fumetti dei Peanuts e quelli disneyani di Carl Barks e Don Rosa. “Abbiamo fatto tutto da soli. Veniamo da una famiglia molto dignitosa ma molto umile, che non ci ha mai indirizzato alla lettura, ma nella nostra libreria avevamo libri che non c’erano nemmeno nelle case dei ricchi: Céline, Bukowski, Duras, Fante. Ci siamo formati così,” dice Damiano. “Carver disse una volta ‘fai sì che sembri che qualcosa di irrimediabile è accaduto, e che non si può più fermare’. Questa massima è sempre nel cassetto emotivo.”
A guardare Favolacce, non sorprende affatto. Il film è previsto in uscita il prossimo 16 aprile, distribuito da Vision. Non perdetelo.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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