Interviste Cinema

Falchi: Toni D'Angelo, Fortunato Cerlino e Michele Riondino ci parlano del film

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Abbiamo incontrato regista e protagonisti del film che arriva nelle sale il 2 marzo.

Falchi: Toni D'Angelo, Fortunato Cerlino e Michele Riondino ci parlano del film

Arriva nelle nostre sale il 2 marzo distribuito da Koch Media Falchi, terzo film di Toni D'Angelo, un'opera a metà tra poliziesco e noir, molto rarefatta e stilizzata, di cui torneremo a parlare. In attesa della nostra videointervista con il regista e gli interpreti Fortunato Cerlino e Michele Riondino, abbiamo partecipato a un incontro ristretto con loro, dove c'è stata occasione per parlare di molte cose. Fa un certo effetto vedersi di fronte il magnifico don Pietro Savastano di Gomorra e il Giovane Montalbano (Riondino è fresco di nomination ai David per La ragazza del mondo) in un film che non potrebbe essere più lontano, per stile e interpretazioni, da quelle popolari serie tv.

E anche Napoli, come racconta D'Angelo, non è quella che ci si aspetta: Questo non è un film su Napoli, potrebbe svolgersi a a New York, a Los Angeles, a Tokyo, la città è una scenografia che abbiamo utilizzato ricostruendone addirittura la geografia, abbiamo lavorato molto sul concetto di teatralità in questo senso. Gli fa eco Fortunato Cerlino: Napoli è un grosso equivoco in questo film, che racconta la storia di due uomini di fronte al loro destino, senza compromessi, in circostanze estreme. Napoli è il compagno di lavoro ideale, una città universale, vedere Napoli attraverso questo film mi ha convinto che è una città che non fa sconti, ti costringe ad essere di fronte a te stesso, tutto quello che c'è è all'estremo, è una città universale in tutti i sensi. In questo senso mi piacerebbe che non si parlasse più di città italiane ma di città del mondo e questo film cerca di far ricordare che prima dei muri, delle divisioni, siamo un'unica famiglia umana.

Michele Riondino approfondisce gli intenti di questo film particolare: Pur essendo un poliziesco, un crime o un action, non c'è la camorra, ci sono stili di vita e a parte questi incontri di combattimenti di cani non c'è un crimine o un'indagine, è una nuova versione del poliziesco. Napoli è un pretesto così come il corpo dei Falchi che non raccontiamo, ma che usiamo perché attraverso il loro mestiere è evidente che il dramma interiore che vivono è legato al compito che svolgono. Il fatto di avere due persone che si guardano reciprocamente le spalle dà gli elementi per creare un film che parla di sentimenti più che di avvenimenti. È un film sulla fedeltà, sull'amicizia, sull'amore. Attraverso il cane e la ragazza cinese vengono aggiunti dei tasselli per definire il territorio nel quale i due protagonisti navigano. Loro non si parlano quasi mai, tutto quello che raccontano in quanto coppia è lasciato al non detto, agli sguardi, ai silenzi, gli altri personaggi servono a definire un quadro psicologico in modo molto più chiaro.

Toni D'Angelo ci parla dei suoi riferimenti cinematografici: C'è tanta sperimentazione, tanta rarefazione, io ho sempre raccontato personaggi un po' in difficoltà con la vita, è una cosa che mi interessa molto. I miei riferimenti principali sono al cinema di Hong Kong, che per me è forse uno dei cinema più liberi che ci siano mai stati perché al genere noir e poliziesco i suoi autori sono sempre riusciti a mescolarne altri, a far ridere o a portare le sparatorie all'estremo, fino all'iperbole. Per me è un cinema per me pieno di messaggi, di intrattenimento ma con tanti contenuti, e da cui ho preso il poliziesco come pretesto per raccontare l'essere umano a paragone con l'animale, la cattiveria che è un fatto istintivo nelle bestie mentre per l'essere umano è una scelta, la necessità di dover tradire un amico perché si è trovata forse un'occasione per riscattarsi nella vita. Amo Michael Mann, non amo le spy stories ma i polizieschi rarefatti, astratti.

Nel film appare anche Stefania Sandrelli, in un ruolo che a un certo punto fa quasi sperare un incontro amoroso tra il suo personaggio e quello di Cerlino, che scherza: Ho scritto un quaderno intero sul mio personaggio, ma non si sa se si è innamorato oppure no, bisognerebbe chiederglielo. Provo un sentimento di gratitudine verso di lei e Pippo Delbono, che hanno dato fiducia a un film con un regista giovane e un attore come me emergente, mentre Michele è più esperto. Il loro è stato un atto di fiducia notevole verso il nuovo cinema e verso gli attori, che dimostra una grande attenzione e sensibilità. Spesso diciamo che il maestro è quella figura che incontri e che ti illumina sempre, ma a volte ci sono incontri sincronici, nel film lui non sorride mai e il primo accenno di sorriso lo fa a lei, lei gli fa scoprire il sorriso. A un certo punto gli dice “il cane ha capito che sei un buono” e sul set questa battuta mi è arrivata come come imbarazzante: lei trova la sintesi giusta, è un maestro involontario. Questo è un film che tradisce, nel senso alto del termine, perché tradire ha la stessa radice di tradurre e di tradizione, è una parola ambigua, è un film coi suoi personaggi che ti tradisce e ti porta da un'altra parte. Il personaggio di Pippo è un uomo fragile, destrutturato, alienato, mentre i nostri reagiscono per tenersi in piedi, lui fa come lo scrivano Bartleby di Melville in quel magnifico romanzo breve a cui anche Beckett si è ispirato, dice “no grazie, preferirei di no”.

E cosa pensano della situazione attuale del cinema italiano? D'Angelo ringrazia Gianluca Curti, Koch Media e Paola Malanga di Raicinema per il coraggio avuto nel di tornare al genere e provare a fare un cinema diverso, ma personalmente non la avverte. Interviene Riondino: La crisi del cinema non è nelle idee ma nel dover aspettare il Jeeg Robot di turno che arriva e apre le porte a tanti altri. La crisi è più legata ai tempi, al fatto che con budget ridotti si pretende di fare dei film in un tempo troppo ristretto e questo non è possibile. E' un affronto al cinema stesso, perché passate quelle quattro, cinque settimane pretendi di avere un prodotto che possa essere venduto. Quanto a La ragazza del mondo, io il David l'ho già vinto entrando in quella cinquina con un'opera prima che non ha visto nessuno ma che è stato venduto in molti paesi e che sta facendo il suo cammino, un film intelligente e che merita. Ed è stato bello lavorarci perché tutti ci siamo accollati la responsabilità di raccontare quella storia e abbiamo avuto il tempo di farlo. Quel film e questo  li senti tuoi in modo particolare perché li difendi da tutto e da tutti.

In merito alla definizione di crisi, Cerlino distingue:  Un artista deve essere in crisi, ma non deve esserlo la politica, non deve esserci incertezza nella progettualità. In Francia ad esempio c'è un investimento e la produzione sa che entro 5 anni e non più tardi arriveranno quei tot soldi. E poi siamo sicuri che nella mercificazione generale la cultura debba essere oggetto di mercato? In fase di programmazione, di ideazione, siamo sicuri che questo paghi? C'erano un tempo registi che facevano film in 3 mesi, noi siamo la patria del cinema, siamo i maestri del mondo e gli altri ci superano perché hanno politiche culturali molto più avanzate delle nostre.



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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