Interviste Cinema

Emmanuelle Seigner: ”essere accusati non vuol dire essere colpevoli”

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L’attrice e moglie del regista Roman Polanski parla de L’ufficiale e la spia insieme al coproduttore Luca Barbareschi.

Emmanuelle Seigner: ”essere accusati non vuol dire essere colpevoli”

Nel suo regno del Teatro Eliseo, Luca Barbareschi ha messo in scena il suo spettacolo, l'incontro con la stampa per la presentazione de L’ufficiale e la spia, splendido film di Roman Polanski da lui coprodotto, e in cui interpreta un personaggio secondario. Lo fa insieme a Emmanuelle Seigner, nel film sua moglie, unico personaggio femminile di peso del film e compagna da oltre trent'anni del regista, di cui in questi giorni si parla per l’emergere di una nuova accusa, proprio appena prima dell’uscita francese del film. 

Un macigno incombe sull’incontro stampa, insomma, con tanto di avvertenze vagamente minacciose di non affrontare la scottante attualità personale della Seigner, per concentrarsi su un film così meritevole, in uscita il prossimo 21 novembre in almeno 350 copie, dopo aver vinto il Gran Premio a Venezia, nonostante le polemiche dichiarazioni della presidente di giuria Lucrecia Martel.

Barbareschi non è sicuramente influenzato dal virus molto contemporaneo del politicamente corretto. In gran forma, fra una citazione, uno scatto d’ira e poi uno di tenerezza, è pronto ad azzuffarsi con la stampa che perde il suo nobile ruolo di “sacerdote della comunicazione” e "ha delle responsabilità forti quando si fa guidare dalla linea editoriale del pettegolezzo". “È per questo che i giornali sono in crisi”, ha detto, “non voglio far leggere ai miei figli le notizie senza avere la certezza che siano vere. Da testate autorevoli come il New York Times mi aspetto qualità, non la ricerca del gossip sensazionalista”, con evidente riferimento alla copertura della recente accusa di stupro contro Polanski. Salvo poi chiudere l’incontro ringraziando la stampa italiana, “libera da pregiudizi rispetto a quanto dimostrato da altri paesi. Sono deluso da un paese come la Francia. Siamo l’Europa di Voltaire e Spinoza e stiamo accettando che il politicamente corretto entri nel paradigma occidentale”.

Sembra voler far da scudo alla Seigner, evitando le vengano poste domande sull’attualità, ma dopo qualche scambio di sciabola con i giornalisti, è la diretta interessata a voler prendere il microfono e rispondere con la semplicità e l’intelligenza che contraddistingue una donna da sempre libera e senza paura di avere opinioni fuori dal coro. “ Non è un caso che il film dica che essere accusato non vuol dire essere colpevole. Penso sia una cosa che debba far riflettere tutti quanti.”

Meno elegante e più prosaico il coproduttore Barbareschi, “Non è una coincidenza che l’accusa sia giunta in coincidenza con l’uscita del film, perché sono quarant’anni che rompono i coglioni a Roman. Lo fanno tutti, chiunque si alza e pensa di poter dire quello che vuole, anche chi non c’entra con l’epoca, anche se non c’è di mezzo una causa penale. Rutto libero, insomma. La cosa diventa grave quando da parte di un ministro arriva l’esortazione a non vedere il film. Mi spiace che la Francia, nota libertaria e libertina, sia diventata più moralista dei moralisti.”

Passando al film, la Seigner non nasconde come avrebbe gradito venisse dato più spazio al suo personaggio, amante del protagonista Georges Picquart (Jean Dujardin), compagno a tutti gli effetti quando ottiene il divorzio dal marito. “Uno storico mi ha detto che il suo ruolo, unica donna, nella realtà è stato anche più importante, ha lasciato Picquart quando aveva deciso di lasciar perdere le indagini, spingendolo ad andare avanti nel dimostrare l’innocenza di Dreyfus. Ma hanno scelto un punto di vista diverso, ne hanno fatto un film tutto di uomini, e io non ho potuto farci niente, se non fare il mio lavoro nella migliore maniera possibile.”

Uno dei temi anche di questo film: raccontare di persone che fanno al meglio, con coscienza il proprio lavoro. All’inizio si pensava di girarlo in inglese, alla fine, per fortuna, si è scelto di utilizzare attori francesi, per raccontare di una ferita ancora molto viva nella società francese. “È un film molto importante”, aggiunge la Seigner, “perché parla di cose molto attuali come l’antisemitismo, il razzismo, l’odio verso l’altro, lo straniero, di come un’instituzione come l’esercito abbia potuto aver negato la verità veicolando una tale menzogna. Malgrado i progressi in ogni ambito, l’uomo è ancora stupido e cattivo, non è molto evoluto negli anni. Nonostante la bellezza formale, L’ufficiale e la spia parla di cose serie e cupe legate all’essere umano e spero faccia riflettere. I quattrocentomila spettatori che hanno visto il film in Francia nei primi quattro giorni prova che le persone, nonostante le stupidaggini dette, lo stanno vedendo.”

Un progetto in cui è convolto fin dall’inizio Barbareschi, che ricorda come “all’inizio era stato pensato come adattamento americano, ma oggi sono contento che non sia andata cosi, ma sia entrata a far parte di quella che sta diventando una fabbrica di contenuti europea. È stato anche sofferto, perché tutti ti dicono che i giovani non vogliono vedere i film in costume, ma chi è Dreyfus? e Zola, un calciatore? Forse è stato giusto così, ha permesso di maturare quello che non è solo un film, ma anche una dichiarazione sulla tragicità contemporanea, in cui confondiamo nella comunicazione la verità con la post verità, quella data di pancia. Lavorare con Roman è stato straordinario, ha un’attenzione al dettaglio incredibile, poi non dimentichiamo che è anche un ottimo attore, e questo aiuta.”



  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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