Interviste Cinema

Emma Donoghue ci racconta Room: "La forza di una madre che difende il proprio bambino"

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Abbiamo intervistato la scrittrice e sceneggiatrice che in queste ore si gioca l'Oscar.

Emma Donoghue ci racconta Room: "La forza di una madre che difende il proprio bambino"

Mancano poche ore alla notte degli Oscar e una delle nominate, Emma Donoghue, si gode il sabato sera con ben cinque party diversi. “Mai successo nella mia vita”, ci confida al telefono la scrittrice e sceneggiatrice di Room, che concorre per la miglior sceneggiatura non originale. Un piccolo film, una coproduzione canadese e irlandese, acquistata poi dalla Universal e presentato con enorme successo al Toronto Film Festival.

Ne sono successe di cose in questi mesi: la protagonista Brie Larson è diventata un’attrice da copertina, il suo collega di 9 anni Jacob Tremblay, l’adorabile figlio Jack nel film, ha conquistato milioni di seguaci con le sue foto su Instagram, sempre elegante e insieme ai suoi idoli. Room è candidato a quattro premi Oscar, mentre arriverà nelle nostre sale il 3 marzo.

Il film ha avuto un successo incredibile, arrivando alla notte degli Oscar di domani. È stata un’esperienza travolgente?

Sono sconvolta dal fatto che un piccolo film a basso budget come il nostro sia arrivato così lontano. Di sicuro non ci aspettavamo niente di simile e sono deliziata da quanto sia amato da persone di paesi molto diversi.

Parlando degli oscar è una dura lotta. È ottimista, pensa che uscirà con una statuetta in mano?

[ride ndr] Davvero non lo so, non ho alcuna aspettativa, per una sceneggiatrice esordiente è un sogno che si realizza già essere presa sul serio, figuriamoci ottenere una candidatura.

Parlando della promozione per questa notte. Ci ha parlato di tante feste e cocktail, sembra la viva come fosse tornata bambina.

È molto strano. Quando promuovi un libro parli molto del tuo lavoro, ma sicuramente non ti invitano a tutte queste feste, e sicuramente non con questa enfasi sull’apparire, sul glamour. In queste settimane diciamo che ho socializzato molto di più che in anni di promozione dei miei libri.

Come mai ha deciso di scrivere lei stessa l’adattamento del suo romanzo? Per qualcuno non è mai una buona idea.

Credo che un problema ci sia solo se hai paura di cambiare la tua storia. Amo il cinema e so che utilizza delle tecniche molto diverse dalla letteratura, per cui mi sono volentieri sobbarcata il compito di realizzare tutte le modifiche necessarie, approcciando con entusiasmo il doppio ruolo di scrittrice e sceneggiatrice.

La scelta dei due protagonisti, Brie Larson e Jacob Tremblay, era cruciale in un film così concentrato, anche spazialmente, su di loro.

Sicuramente sì. Volevamo qualcuno che avesse una carriera credibile all’interno dell’industria, ma non un volto troppo famoso o riconoscibile. Una delle forze del film risiede nel fatto che il pubblico non conosce il volto di Brie Larson, riuscendo così a credere al suo essere una giovane rapita. Riguardo al bambino, è stata una dura ricerca, ne abbiamo provinati a migliaia, e lì non potevamo imbrogliare. Ci voleva un bambino che dimostrasse 5 anni, e abbiamo avuto la grossa fortuna di trovare Jacob Tremblay. Il suo rapporto con Brie si è consolidato nelle due settimane che hanno passato nella stanza prima che iniziassimo a girare. Il regista, Lenny Abrahamson, ha voluto che si conoscessero e imparassero per tempo a muoversi in quello spazio limitato.

Room racconta la forza incredibile che una madre riesce a sprigionare quando deve proteggere il proprio figlio.

Lenny Abrahamson ed io l’abbiamo sempre vista come una storia sul cambiamento, più che la storia di un crimine. Questo eroismo lo si vede tutti i giorni, magari in un supermercato in cui una madre è stanca, ma non perde il sorriso nello stare dietro al figlio. In situazioni estreme un genitore riesce sempre, non si sa come, a trovare un’ulteriore stilla di energia. Ci è sembrata fin dall’inizio una storia molto universale. Il rapimento ha la funzione di isolare la relazione madre figlio dal resto del mondo.

Alla fine di questa sorta di favola che racconta, la madre perde le forze improvvisamente, non dovendo più proteggere il figlio, che anzi diviene quasi il protettore della madre.

Esattamente. Quello che mi piace nella relazione fra madre e figlio è la sua costante dinamicità, cambia di continuo. Il fatto che ci siano momenti della vita in cui una si prende cura dell’altro e poi il contrario, mi sembra sempre molto affascinante. Il salvatore non è sempre lo stesso. Mi sembrava più interessante raccontare i due mondi, uno accanto all’altro, e non solo quello dentro la stanza. Sarebbe stato più facile, ma credo più banale.

Ha esattamente in testa cosa sia successo in quei sette anni in cui sono vissuti nella stanza, prima che li incontrassimo? Non sto suggerendo un prequel...

Ho in mente il totale abbandono in cui ha vissuto nei primi anni, tentando disperatamente di ribellarsi, non pulendo neanche la stanza. Poi, una volta avuto il bambino, ha affrontato la sfida di tutti i genitori: non causare problemi. In fondo è questo che ti impone l’essere genitore. Detto questo, ogni piccolo particolare della stanza per noi ha un senso, è riferito a uno specifico evento accaduto, che sia raccontato o meno. Sono quelle cose che il pubblico non coglie consapevolmente, ma sono fondamentali per costruire un ambiente credibile. In questo film c’è un bel livello di naturalismo, non sembra un concept freddamente rappresentato per manipolare i tuoi sentimenti. È un vero, piccolo mondo.



  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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