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Edward Norton: il perfezionista alla ricerca della spontaneità

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Incontro a Locarno con l’attore americano premiato con l’Excellence Award

Edward Norton: il perfezionista alla ricerca della spontaneità

Edward Norton arriva puntuale all’incontro con il pubblico di Locarno. Si guarda intorno, aspetta qualche minuto che i numerosi fotografi dilettanti calmino i loro bollori, per poi accomodarsi e salutare schivo i presenti. In tantissimi si sono presentati, molto in anticipo, nell’inadeguato e torrido spazio scelto per ospitare l’unico incontro ravvicinato di Norton con il popolo del festival. Nelle ore precedente aveva introdotto la proiezione di Fight Club e ricevuto in Piazza Grande l’Excellence Award, ma solo in questo caso ha interagito con i presenti.

Occasione per confermare quello che si sapeva del tre volte nominato all’oscar: la sua serietà e la precisione con cui affronta il suo lavoro di artista. Nato a Baltimora, dove racconta di aver frequentato assiduamente il cinema della sua infanzia, una sala art déco a cui è ancora molto affezionato. Prima tanti film Disney, poi con l’età il colpo di fulmine per Star Wars insieme al fratello minore. È cresciuto in una famiglia della classe dirigente liberal in cui la madre insegnava letteratura inglese e il padre era avvocato ambientalista in Asia oltre che procuratore federale durante la presidenza Carter.

L’Edward Norton spettatore, cresciuto in una casa piena di stimoli culturali e profondamente liberal, non poteva che appassionarsi al cinema di Woody Allen. “Vedendo Io e Annie e Manhattan ho capito quale fosse il senso stesso del raccontare una storia”, ha detto. “Mi ricordo di aver chiesto a mia madre perché gli venisse permesso. Poi un altro grande amore è stato quello verso Spike Lee. Fa’ la cosa giusta è stato il primo film da cui sono uscito tornando subito al botteghino a comprare un altro biglietto e poi ancora. Un film e un regista che ponevano tante domande senza concentrarsi sull’inculcare risposte”.

Gli studi sono di tutto rispetto per Norton. Si è infatti laureato in storia orientale a Yale, anche se presto è stato il teatro a interessare un giovane alla ricerca di un modo soddisfacente per esprimere la sua creatività: come attore, scrivendo le sue piéce, dirigendole. “Non lo ritenevo un lavoro, quella sensazione l’ho avuta le prime volte che venivo pagato per recitare al cinema. A New York ci industriavamo a sperimentare di tutto. È stato un periodo molto divertente della mia vita”.

Dei primi film ricorda più l’esperienza con Milos Forman (“è stato un mentore per me”) in Larry Flynt che l’esordio folgorante con candidatura all’oscar per Schegge di paura, al fianco di Richard Gere. Dell’esperienza con il maestro ceco ricorda le giornate passate in montaggio, osservando cosa volesse dire dare una nuova forma a una storia rispetto a quella scritta sulla sceneggiatura e ripresa sul set. “Milos è stato generosissmo, mi faceva stare al montaggio e lì mi sono reso conto come fosse malleabile il cinema rispetto al teatro, come potesse cambiare totalmente. Il che è stato liberatorio: potevo sperimentare, visto che come attore non facevo il film, ma al massimo lo stampo di argilla che il regista poi avrebbe utilizzato”.

Dell’esperienza in Tutti dicono I Love You ha ricordato la piacevole esperienza di girare per Parigi in totale anonimato, passando lunghe ore a camminare e discutere insieme ai suoi colleghi Lukas Haas e Natalie Portman, visto che nessuno li riconosceva.

Successivamente arriva un’altra nomination all’oscar, questa volta come protagonista, per il nazista duro e puro di American History X, il film che ha reso evidente la sua capacità camaleontica. “Ho lavorato alla sceneggiatura di quel film per sei mesi insieme al mio amico David McKenna. Fino all’ultimo ho pensato che non avrei interpretato il protagonista. Era troppo lontano da me. Invece alla fine l’ho fatto ed è stata un’esperienza straordinaria, una grande sfida. In quell’occasione ho capito che quando un ruolo mi spaventa e mi rende insicuro, allora è il momento in cui devo farlo”.

Tornando a parlare di gusti cinematografici, Edward Norton nell’incontro ha dichiarato di amare David Fincher alla follia e che quando gli ha proposto Fight Club avrebbe probabilmente detto sì a qualsiasi progetto, basta ci fosse lui alla regia. “La sceneggiatura mi ha conquistato, così come il libro. Era molto divertente, intenzionalmente. Quando ho avuto la conferma anche da David che lo intendeva come un racconto profondamente satirico e divertente, allora ho avuto la conferma di avere scelto bene”.

Perfezionista eppure alla ricerca della spontaneità. Maniacale fino al punto di crearsi la fama di uno difficile, l’attore ha risposto alle domande del moderatore e del pubblico con schiva attenzione, con qualche esitazione e notevole serietà. Del resto parliamo di uno degli attori più ossessionati dalla preparazione del cinema contemporaneo. “Non ho mai lavorato con un vero grande regista che non avesse preteso prima di provare. La preparazione è fondamentale”. Anche quando è poco tradizionale, come quando il suo amico Wes Anderson - unico retroscena divertente dell’incontro - invia ai suoi attori un’animazione in cui racconta il film prima di girarlo, con tanto di tutte le vocine fatte dall’ottimo Wes. “Allora io lo chiamo e gli dico ‘com’è che faceva?’ e la ripeto pari pari. Così il lavoro è fatto. La cosa fondamentale è avere fiducia assoluta nel regista, per potersi abbandonare. In questo modo puoi anche diventare una marionetta. Del resto Wes è un maestro nel dare intensità emotiva nascosta da una superficie fatta di ironia visiva”.

Qualche palese menzogna non se l’è risparmiata; riguardo all’esperienza ne L’incredibile Hulk di Louis Leterrier, ha detto semplicemente: “non avevo mai lavorato con la computer grafica. È stata un’esperienza soddisfacente e molto interessante. Non sentivo il bisogno di proseguire la serie”. Nessun accenno ai problemi durante le riprese, in montaggio, e all'accoglienza disastrosa del film.

Non sono mancati gli apprezzamenti per quello Spike Lee che amava da ragazzo, ricordando come il monologo allo specchio, diventato poi la scena più citata del film, fosse stato inizialmente escluso dall’adattamento di David Benioff del suo romanzo. “Era poco cinematografico, mi diceva. Ma Spike lo ha voluto a tutti i costi, dicendo che ci avrebbe pensato lui. Cosa che ha fatto, rendendolo il momento più citato dell’intero film. Questo vuol dire affidarsi e fidarsi di un regista”.

 

foto © Festival del film Locarno

Edward Norton premiato in Piazza Grande con l'Excellence Award

 

 

 

 

 



  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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