Interviste Cinema

Edgar Wright ci racconta in esclusiva Baby Driver tra musica, favole e occhiali da sole (ma le multe non ce le paga)

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Abbiamo intervistato il regista dello scatenato action movie dal 7 settembre nei nostri cinema.

Edgar Wright ci racconta in esclusiva Baby Driver tra musica, favole e occhiali da sole (ma le multe non ce le paga)

Scendo dal motorino, arrivo in redazione e mi preparo a ricevere una telefonata dagli Stati Uniti: è lì, infatti, che Edgar Wright si trova in una calda mattina d'inizio agosto, e da lì mi parlerà del suo nuovissimo e divertentissimo film, Baby Driver, dal 7 settembre in tutti i cinema italiani.
Il telefono squilla, saluto l'addetta stampa della Sony che fa da filtro tra noi e inizio una piacevole chiacchierata con questo giovane talento inglese, che mi saluta con aria allegra.

D: Mr. Wright, sono appena sceso dal motorino, e ho appena tolto le cuffiette dalle orecchie. E mentre guidavo per Roma, ascoltando musica, mi chiedevo se lei avesse mai avuto preoccupazione per chi, uscendo dal suo film, si sentisse troppo gasato al volante.

R: Molte persone al termine della proiezione mi hanno chiesto se poi sarei stato disposto a pagare le loro multe per eccesso di velocità, e ovviamente la risposta è no! (ride, ndr). Il film dice abbastanza chiaramente che il crimine non paga, quale fosse la lezione morale della storia di Baby.

D: Parlando ancora di musica: i pezzi che ha scelto per il film sono gli stessi che ama ascoltare al volante?

R: Molti sì, specialmente i pezzi che accompagnano le scene di guida. Ho scelto tutti brani che mi piacciono.

D: Ho avuto l'impressione che Baby Driver non sia arrivato solo come una reazione al pasticcio di Ant-Man, ma anche come una sorta di prosecuzione del cammino intrapreso con Scott Pilgrim. Per lei è così?

R: Non esattamente. Questo copione esisteva già lo avevo scritto giù prima di girare La fine del mondo. Anche se avessi fatto un altro film, se avessi girato Ant-Man, Baby Driver sarebbe comunque arrivato subito dopo. Anzi, pensavo che se avessi girato quel film, e fosse andato bene, sarebbe stato più facile per me fare questo. Ma alla fine l'ho fatto lo stesso.

D: Quello a cui pensavo, però, è che sia Scott Pilgrim che Baby Driver sono in qualche modo simili nella maniera in cui in entrambi sono preponderanti il movimento, l'azione e la musica, ma sotto questa superficie troviamo comunque una narrazione forte. Come ha lavorato per far emergere personaggi e psicologie?

R: Il fatto è che in Baby Driver i personaggi sono il film. Lo stile del film, il suo aspetto, derivano da loro. Tutte le premesse del film vengono dalle scelte che fa Baby: lui ascolta sempre musica, e noi la ascoltiamo con lui, noi vediamo e ascoltiamo il mondo attraverso i suoi occhi e le sue orecchie.

D: Mi è piaciuto il modo in cui Baby Driver parta un po' come una favola, con questo ragazzino che pensa di poter danzare attorno ai problemi della vita evitandoli senza sporcarsi le mani, ma presto qualcosa cambia, e lei racconta un personaggio che non ha paura di sporcarsele, queste mani, per raggiungere i suoi obiettivi.

R: L'idea era quella di partire dal sogno un po' romantico di essere un "getaway driver", quello che ti può venire dai libri, dai film o dai videogame, e di presentare questo asso del volante molto cool, e poi molto rapidamente raccontare l'incubo dell'essere coinvolto nel mondo criminale. E quindi finire il film mostrando Baby intrappolato in quest'incubo, dal quale deve cercare di uscire. La struttura basilare del film è questa.

D: Ansel Elgort ha un volto incredibile, se Marlon Brando e James Dean avessero avuto un figlio assieme assomiglierebbe a lui (Wright ride, quando lo dico, ndr). Mi chiedevo se le immagini oniriche di fuga di Baby e Deborah, in stile anni Cinquanta, le avesse scritta da prima o se siano state ispirate dalla scelta del suo protagonista.

R: Erano già nel copione, ma capisco bene cosa vuol dire. In quelle scene lì, virate in bianco e nero, Ansel e Lily sembrano usciti dritti da un vecchio film. Ci sarebbero stati benissimo dentro un film degli anni Cinquanta. Però si è trattato di una fortunata coincidenza: quelle scene erano già nel copione, perché mi sembravano perfette per raccontare un sogno americano ancora così legato in qualche modo a quel periodo, a quello stile, a quella libertà, a quei diner.

D: Come lo ha scelto, Ansel Elgort? Dove lo ha notato per la prima volta?

R: Circa tre anni fa, quando ho deciso che il mio prossimo film sarebbe stato Baby Driver, la prima domanda che mi ha fatto lo Studio è stata proprio chi sarebbe stato Baby: chi avrebbe avuto la responsabilità di essere il protagonista che regge sulle sue spalle tutta la storia. Era la loro prima e più grande preoccupazione. Allora ho iniziato a guardarmi attorno, a valutare i giovani attori su piazza, e Ansel era uno di quelli che si stava facendo conoscere, grazie a Colpa delle stelle. Ci siamo incontrati, e nel corso di questo primo incontro abbiamo parlato solo di musica: non abbiamo nemmeno guardato il copione, abbiamo parlato della musica che conoscevo io, di quella che conosceva lui. La discussione sulla parte è arrivata dopo. E lui davvero spiccava tra tutti i giovani attori che stavo provinando.

D: Tornando a parlare di musica: ci sono pezzi che avrebbe voluto inserire ma che per qualche motivo non funzionavano nel film, e che quindi ha tolto?

R: La maggioranza delle canzoni che avevo scelto sono finite nel copione e nel film. Alcune non lo ho potute mettere per via di problemi legati ai diritti, ma quasi tutte sono entrate nel film e lì dove le avevo immaginate. Ho cambiato qualcosa alla fine, mettendo "Easy", perché quando abbiamo fatto il provino ho chiesto a Ansel quale canzone conoscesse meglio a memoria, e lui mi ha detto "Easy, dei Commodores". E' stato nel corso di quel provino che mi sono convinto a scritturarlo, e allora ho rimesso allora mano al copione, inserendola in alcuni momenti chiave, perché volevo fosse per Baby la canzone capace di spazzare via le nubi oscure, di ridargli serenità.

D: Che mi dice degli occhiali da sole? Perché Baby, oltre ad ascoltare musica, li indossa sempre?

R: Beh, è molto semplice: lui è un giovane criminale, e li usa per nascondercisi dietro. Non c'è alcun motivo di indossare occhiali scuri in interni, se non stai cercando di nascondere qualcosa. Lui cerca di proteggersi dagli altri, perché se vedessero dentro ai suoi occhi, si accorgerebbero di quanto è spaventato, che non è così sicuro come vuole far sembrare. E poi, la mia idea era che se sei uno che ruba auto da quando ha 10 anni, finisci con l'accumulare un sacco di occhiali e altri oggetti contenuto in quei veicoli. Da qui vengono quindi tutti gli occhiali e tutti gli iPod.

D: Ed è divertente, perché all'inizio nel film gli occhiali da sole sono un simbolo di coolness, ma poi diventano un elemento comico di molte scene.

R: Sì, per me era come se Baby avesse una tasca senza fondo alla Harpo Marx, piena zeppa di occhiali da sole.

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