Interviste Cinema

Ecco I Want to Be a Soldier, film prodotto da Valeria Marini

Esce, col patrocinio del Moige (Movimento Italiano Genitori) e dell'Unicef, il film che ha vinto allo scorso Festival del film di Roma il premio Marc'Aurelio nella sezione “Alice nelle città”, assegnato da una giuria composta di soli ragazzi.

Ecco I Want to Be a Soldier, film prodotto da Valeria Marini

Ecco I Want to Be a Soldier, film prodotto da Valeria Marini

Esce, col patrocinio del Moige (Movimento Italiano Genitori) e dell'Unicef, I Want To Be A Soldier, che ha vinto allo scorso Festival del film di Roma il premio Marc'Aurelio nella sezione “Alice nelle città”, assegnato da una giuria composta di soli ragazzi. Distribuito dalla Irisfilm in 14 copie, è un film con un messaggio tanto forte da mettere in secondo piano tutto il resto, diretto dallo spagnolo Christian Molina – regista di Valerie, diario di una ninfomane - e prodotto da Valeria Marini, che si cala molto professionalmente nel ruolo di produttrice arrivando in anticipo all'incontro con la stampa, e prestandosi anche in veste di traduttrice del regista.
La storia è quella di Alex, un ragazzino tranquillo e affettuoso che sogna di diventare astronauta, la cui vita cambia drasticamente quando ai genitori nascono due gemelli, il matrimonio entra in crisi, e lui viene lasciato libero di rimpinzarsi di tv e nutrirsi di immagini violente e senza filtro. Nonostante l'attenzione delle autorità scolastiche, che cercano di coinvolgere i genitori, la sua vita cambia per sempre, il suo dolore si trasforma in rabbia e violenza, fino alla tragica conclusione.

Mentre la distribuzione italiana lotta contro un probabile divieto ai minori di 14 anni, Christian racconta che il film è stato da poco proiettato di fronte a una platea di alunni e insegnanti, in Spagna, dove uscirà il 19 senza divieti, e ha riscosso applausi a scena aperta. “Credo sia un film che i bambini devono vedere coi genitori o nelle scuole, coi professori che gli spiegano il perché del film e dell'evoluzione del personaggio. Ci tengo a dire che il film è basato interamente su storie vere ed è stato supervisionato da psicologi. Che sia un film per tutti lo dimostra il premio che ha vinto a Roma da una giuria di ragazzi, significa che il suo messaggio è stato recepito. I bambini di oggi sono coscienti del fatto che stanno perdendo l'infanzia per la smania di diventare grandi, oggi l'adolescente vive in un mondo che lo porta troppo velocemente a diventare adulto”.
Molina ci dice di aver avuto l'idea del film “quando ho letto che all'età di 18 anni, senza l'intervento dei genitori, un ragazzo avrà assistito, tra tv, cinema e videogiochi, a circa 40.000 omicidi e 200.000 atti violenti. Questo per me è stato il punto di partenza”. Ma non gli dà fastidio che l'inevitabile dibattito suscitato dal film metta in secondo piano regia, performance e tutto il resto? “No – risponde il regista – in questo caso il messaggio è più importante di tutto e io sono contento che il film susciti dibattiti e discussioni, perché significa che l'obiettivo che mi sono proposto è stato raggiunto”.
Nel film, Alex viene esposto a un bombardamento di immagini estremamente violente attraverso la televisione. “Ma il film, dice Molina, non vuol essere un attacco a tutta la tv, anche se è quest'ultima che ci ha dato più materiale da utilizzare, e i diritti per farlo, per cui è al centro della storia. E' una critica ai media in generale, che hanno il diritto/dovere di informare, ma noi attacchiamo il modo in cui lo fanno. Se parliamo del terremoto di Haiti, ad esempio, è una scelta quella di mostrare i cadaveri per le strade, mentre si potrebbero scegliere altri modi meno facili ma altrettanto efficaci per dare il senso di questa disgrazia. Ci tengo a dire che tutto il materiale che abbiamo utilizzato è stato preso da notiziari e programmi che vanno in fascia protetta, e siti internet ai quali chiunque può accedere, indipendentemente dall'età”.

Valeria Marini racconta come è stata coinvolta nel progetto, nel quale ha anche un piccolo cammeo nelle vesti di una maestra. “Mi trovavo a Barcellona per lavoro e lì ho incontrato la produttrice e Christian che mi hanno parlato di questo progetto. Mi è piaciuto il copione, mi piace perché è un film che denuncia una realtà che esiste e di cui non si parla abbastanza, e lo fa come solo il cinema sa fare. Quindi ho deciso di coprodurlo perché mi piaceva, ed è una scommessa vinta. La regia è ottima, nel film ci sono grandi attori come Danny Glover e Robert Englund, e Fergus Riordan, il ragazzino irlandese che interpreta Alex, scelto tra 500 candidati, che è bravissimo, e ora è sotto contratto con la Columbia e ha fatto un film con Nicolas Cage. Ho imparato tante cose facendo questo film, e vado avanti. Sempre con la Canonigo, la società produttrice di I Want to Be A Soldier, ho coprodotto Eleven Eleven Eleven. Sono orgogliosa del messaggio che dà questo film, che ha commosso i ragazzi al festival di Roma e non è contro la tv, ma contro i messaggi di violenza senza filtro, che vengono recepiti dai ragazzi in maniera diversa dagli adulti. Sta ai professori e ai genitori proteggere questi ragazzi”.

A proposito del cast, chiediamo a Molina come siano entrati nel progetto Danny Glover e Robert Englund. “Glover è un portavoce dell'Unicef, che ha sponsorizzato il film, ed è molto sensibile a questi argomenti, per cui è bastato fargli pervenire il copione e ha subito accettato. Englund invece – ci racconta ridendo -  l'ho conosciuto a Los Angeles, gli ho raccontato che il film parlava di questo ragazzino esposto alla violenza dei media e lui mi ha detto “ma io sono Freddie Krueger, ci devo essere per forza!” e allora gli ho risposto “va bene, ma pensa che ti farò fare lo psicologo”. Dalla televisione violenta alla brutta televisione tout court il passo è breve:

Valeria Marini, non si sente un po' corresponsabile, magari per aver partecipato a reality come L'isola dei famosi? “Assolutamente no, la tv è un mezzo che entra nelle case e per questo è importante, io faccio una tv popolare, che mi assicura anche il consenso dei ragazzi e delle donne, ma il tema di cui parliamo nel film è molto più importante. Io ho fatto tv leggera, fiction, spettacolo, ma non cattiva televisione. I messaggi della tv leggera non hanno niente a che vedere con quello che vuole dire il film, non sono diseducativi, anzi, io penso che siano educativi, e anche per quanto riguarda i reality bisogna distinguere tra i vari tipi, L'isola è sicuramente meglio del Grande Fratello, dove si vede davvero di tutto. A volte la tv potrebbe offrire dei prodotti migliori, è vero, ma quello che vuole dire il film è più importante, più profondo, è un problema che esiste, ma di cui non si parla e che non si mette a fuoco”.



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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