Interviste Cinema

E ora dove andiamo? - Incontro con la regista Nadine Labaki

Nadine Labaki è rilassata; generosa con i fotografi si diverte molto con la sua pronunciata sensualità, davanti a flash e obbiettivi. E’ arrivata a Roma da Beirut, per presentare il suo secondo film


Nadine Labaki è rilassata; generosa con i fotografi si diverte molto con la sua pronunciata sensualità, davanti a flash e obbiettivi. E’ arrivata a Roma da Beirut, per presentare il suo secondo film, E ora dove andiamo?, e ci conferma la sua scioltezza anche in conferenza stampa, quando con grande trasporto e tante parole risponde in inglese alle domande che le vengono fatte. In Italia  forse il suo nome deve ancora farsi strada, ma in Francia (la produzione è stata affidata a Anne-Dominique Toussaint) e ovviamente in Libano come in altri paesi  medio orientali, dove questa pellicola è diventata un caso mediatico, non ha bisogno di presentazioni. 

L’interrogativo che da il titolo al film, è ormai lo slogan rappresentativo di una nuova generazione, veicolato da migliaia di status su Facebook. Un grido di pace e tolleranza, che investe la coscienza di una grande fetta di popolazione, stanca di conflitti insanabili. Un risultato incredibile, anche per la stessa regista che, vista l’esigua produzione cinematografica libanese (un film o due all’anno), vive con esaltazione questo momento di gloria, che la potrebbe vedere protagonista anche alla notte degli Oscar se il film, come sembra, si confermerà uno dei favoriti per la nomination come miglior pellicola straniera.

Il 20 gennaio E ora dove andiamo? arriverà in Italia in 100 sale, dopo essere stato presentato nella sezione Un certain regard al Festival di Cannes e aver vinto il premio del pubblico allo scorso Toronto Film Festival. Un film importante per diversi motivi, che soprattutto nelle intenzioni merita l’attenzione ricevuta; “racconto del conflitto religioso tra cristiani e musulmani nel mio paese, ma spero si possa leggere universalmente. Purtroppo il conflitto è parte della natura umana, si può combattere per qualsiasi motivo, per le diverse religioni ma anche  tra famiglie o tifoserie opposte”. “Fare un film per me è quasi terapeutico, cerco così di capire meglio la natura di certi comportamenti umani”.

Nel villaggio libanese (non meglio precisato) in cui cristiani e musulmani convivono sul filo di un instabile equilibrio, tra musica e ironia serpeggia il dolore straziante e la paura senza fine di una guerra imminente, così commedia e dramma procedono a braccetto. “ Davanti all’assurdità di certi eventi, l’ironia sembra l’unica maniera di vedere e raccontare le cose. Inoltre, nel nostro paese è sicuramente più facile alleggerire i toni per dire ciò che si vuole, non puntare il dito su nomi e fatti troppo precisi. Così si evita di essere attaccati troppo duramente, o censurati, è diventato quasi uno stile comune, proprio per questa necessità”.

Abbiamo la sensazione che con il gruppo di donne raccontato in questo nuovo film, la regista (anche interprete) sia scesa un po’ più in profondità, rispetto a ciò che succedeva in Caramel, scavando e trovando una più viscerale natura femminile, e umana in generale. “Questo film è dedicato alle donne, madri e mogli, che continuano a vivere nonostante il dolore per la perdita di chi sarà per sempre insostituibile, a causa di una guerra assurda. Era una mia responsabilità verso il loro coraggio.”

E questa bella donna, che mette in scena le impertinenti e sottili armi del genere femminile, che si fanno forti delle debolezze dei loro uomini per scongiurare scontri sanguinosi, ritiene che il cinema sia “Un’ottima arma di pace; Hollywood non è il mio obbiettivo”, risponde a chi gli chiede cosa significa per lei la 'mecca del cinema': “Ciò che voglio è almeno tentare con i miei mezzi una via verso il cambiamento. Può sembrare naif, ma è ciò che penso. Con questo film per esempio volevo anche sfatare qualche pregiudizio che all’estero c’è sulla cultura libanese, per esempio facendo sentire la nostra bellissima lingua, cosi non l’ho girato in inglese o in francese, anche perché i protagonisti erano quasi tutti esordienti o non professionisti”.

“Certo,”ci dice Nadine Labaki, “Non volevo dire che il genere femminile sia in grado di ristabilire equilibri compromessi, portare addirittura la pace”; ma intanto in Libano dietro la macchina da presa, a fare il cinema, ci sono più donne che uomini!
 

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