Interviste Cinema

Duccio Chiarini, regista di Short Skin: "per tutto il film mi sono sentito come il Philippe Petit di Man on Wire"

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Abbiamo incontrato il regista della divertente commedia in uscita

Duccio Chiarini, regista di Short Skin: "per tutto il film mi sono sentito come il Philippe Petit di Man on Wire"

Prima che venisse presentato alla stampa nazionale pochi giorni fa, prima ancora della sua fortunata partecipazione alla Berlinale, da queste parti Short Skin lo sosteniamo fin dai tempi del Festival di Venezia.
Proprio al Lido, infatti, il film di Duccio Chiarini è stato proiettato pubblicamente per la prima volta, e proprio al Lido, in un’assolata giornata d’inizio settembre che ricorda questo primaverile aprile, abbiamo intervistato il regista toscano, partendo proprio dalle origini del progetto: “Stavo lavorando a un altro film che ci stava mettendo molto a partire, e stanco di aspettare ho deciso di scriverne un altro che invece sarebbe stato di più immediata realizzazione,” ci ha raccontato Chiarini, esordiente nel lungometraggio di finzione ma  con alle spalle un paio di interessanti documentari. “Ho scritto il film, l’ho mandato a Babak Jalali, che era stato un mio compagno di studi alla London Film School, e lui si è subito offerto di produrlo. L’abbiamo poi presentato al programma Biennale College del Festival di Venezia e di lì in avanti è stato tutto un susseguirsi di notizie positive.”

Se queste sono stati i primi passi di Short Skin sul piano produttivo, la genesi della storia affonda le radici nel passato del suo autore e passa per l’incontro con Gipi: “Lo spunto creativo per il film l’ho avuto leggendo “La mia storia disegnata male” di Gipi,” confessa infatti il regista. “Quando ho visto il coraggio e il modo con cui raccontava fatti che lo avevano toccato direttamente e veramente, ho deciso di tirar fuori una vicenda che era successa a me al liceo, e d’intrecciarla con storie accadute in quel periodo ai miei amici, ricomponendo così il quadro generale di quel sentimento di fragilità dell’adolescente che è chiamato a diventare uomo e che subisce anche pressioni per diventare “maschio””.

Non sorprende che Chiarini abbia canalizzato molte storie e esperienze nel suo film, perché una delle cose che colpiscono in Short Skin è la sua capacità di stare molto concentrato sul suo protagonista tratteggiando al tempo stesso con cura i vari personaggi che gli si muovono vicino e che non sono mai, semplicemente, di contorno: “Così come il problema specifico, la condizione medica di Edoardo, è un espediente per raccontare qualcosa di più grande e importante - che è il passaggio all’età adulta e il liberarsi delle proprie paure - , allo stesso modo volevo che la scoperta dell’amore e della sessualità non riguardasse solo lui, ma anche gli altri,” spiega, “e quindi in maniera piccola, molto minimale, volevo raccontare questa cosa attraverso un disegno narrativo nel quale, mentre lui diventa adulto, i genitori sembrano quasi regredire; la sorellina scopre delle cose circa le sue ossessioni; l’amico Arturo fa altre scoperte. Era un modo per accompagnare il percorso di Edoardo.”

In un film che mira quindi al racconto diretto e senza troppi filtri di una fase delicata, ricca di pulsioni e sentimenti, Chiarini non ha mai esitato a mettere a nudo anche i corpi dei suoi protagonisti, evitando però sempre ogni ammiccamento e ogni malizia: “Non volevo banalizzare nulla, ma utilizzare i corpi per raccontare i sentimenti,” dice il regista. “Si trattava di un aspetto fondamentale, sia nel tratteggiare ruoli e personaggi sia nel trovare gli attori che li avrebbero dovuti interpretare. Io, per esempio, già in fase di scrittura sapevo che il personaggio di Elisabetta doveva essere quello più formoso, abbondante, non oggettivamente bello ma affascinante, potente e dotato di una sensualità dirompente; e che invece quello di Bianca doveva essere diverso, quello di una ragazza bellissima e bravissima, ma meno conturbante. Francesca Agostini, che lo interpreta, è una ragazza molto bella, ma non ha nulla della femme fatale.”

Per storia produttiva, tematiche e sguado, Short Skin si allontana dagli stereotipi più tradizionali del nostro cinema, e per questo Chiarini ha una spiegazione piuttosto semplice: “Il respiro internazionale è una vocazione, ma anche una necessità economica. Per me è fondamentale il tentativo, attraverso esperienze e laboratori, di entrare dentro un modello di narrazione più universale, e poi di confrontarsi con persone che possano darti dei feedback più ampi di quelli che hai in Italia. Penso che in generale, così come gli studenti italiani sono stati cambiati dalle esperienze dell’Erasmus, anche il cinema italiano stia cambiando, è già cambiato, dal confronto con i colleghi europei o di altre parti del mondo. Siamo una generazione di filmmaker che se non sono cresciuti in scuole all’estero, come ad esempio è capitato a me, hanno comunque frequentato workshop e laboratori internazionali, e visto molti film stranieri. Quindi possiamo dire che oggi esiste un cinema italiano che non è più quello degli anni Ottanta e Novanta. Nel mio caso specifico, faccio questo lavoro scegliendo collaboratori nei quali ho totale fiducia,” continua il toscano, entrando nel dettaglio del suo lavoro di regista. “Questo significa che quando dobbiamo andare oltre la fase dell’ideazione e della pianificazione delle riprese, mi piace confrontarmi e aprirmi, soprattutto col direttore della fotografia: il film diventa un percorso che facciamo assieme. Non sono uno che dice ‘mettiamo la camera lì, tra mezz’ora giriamo e via.’ Io comincio a confrontare le idee che mi sono venute sull’aspetto del film e sui movimenti di macchina una settimana prima di girare una scena: così inizia un percorso di dialogo. Per quanto riguarda Short Skin, il direttore della fotografia è Baris Ozbicer, altro mio compagno di scuola a Londra, di cui avevo ammirato il lavoro in Bal, e quando ho avuto l’opportunità di fare il film ho chiamato subito lui e le cose sono andate benissimo.”

E sul piano narrativo? “La sfida di questo film è sempre stata quella di avere una storia che potesse far pensare ad una commedia mainstream alla American Pie, ma raccontata alla maniera di Rohmer o di A Swedish Love Story di Roy Andersson,” afferma Chiarini, “perché l’adolescenza per me è quella cosa lì: sentire delle emozioni come quelle raccontate da Andersson e ritrovarsi però anche a fare cose folli come scoparsi un polpo. Tutto questo doveva vivere in un solo personaggio, e dovevamo trovare un equilibrio: quindi per tutto il film mi sono sentito come il Philippe Petit di Man on Wire, sempre alla ricerca di un bilanciamento tra toni abbastanza differenti.”

Come notazione finale, colpisce che un film come Short Skin sia stato realizzato con un budget che la maggior parte degli autori esordienti, oggi, giudicherebbero insufficiente o comunque inadeguato: “Oggi si possono fare prodotti di qualità con pochi soldi, con 150mila euro come ho fatto io,” sostiene Chiarini, “ma per farlo bisogna che tutti, e non solo i registi, abbiano il coraggio di rischiare.”

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