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Interviste Cinema

Drive me home: Marco D'Amore e Vinicio Marchioni fra la bellezza della diversità e la poesia del viaggio

I due attori hanno presentato il film a Roma insieme al regista Simone Catania.

Drive me home: Marco D'Amore e Vinicio Marchioni fra la bellezza della diversità e la poesia del viaggio

Drive me home è un'opera d'esordio che rivendica coraggiosamente l'importanza delle nostre origini, della nostra terra, di quella "cosa" chiamata patria che corrisponde a un luogo solo o invece sta dappertutto, e che forse non amiamo abbastanza o abbiamo riscoperto dopo un rifiuto o un allontanamento. Drive me home è anche un film autobiografico, un road-movie a bordo di un tir dove rinasce un'antica amicizia, dove Antonio e Agostino, che non si vedono da quindici anni, tornano a condividere istanti preziosi. Drive me home, infine, è il primo incontro davanti alla macchina da presa fra Vinicio Marchioni e Marco D'Amore, attori rigorosi, consapevoli e seri che vengono dal teatro.
Arrivano alla Casa del Cinema di Roma insieme al regista Simone Catania in una bella giornata di settembre, per presentare il film alla stampa e condividere un pezzetto di un'esperienza di cui entrambi hanno fatto tesoro e che ha fornito loro numerosi spunti di riflessione.

"Questo film nasce molti anni fa" - racconta il regista - "mentre ero in Inghilterra, e nasce con l'idea di raccontare la realtà non in forma di documentario ma attraverso il lungometraggio di finzione. Avevo voglia di narrare un viaggio e questo film lo è stato, è stato un viaggio incredibile a bordo di un camion. Nella storia che narro ci sono le mie esperienze personali, c'è Antonio, che mi somiglia, e c’è Agostino che è ispirato a un vecchio amico".

Di viaggio parlano anche i due protagonisti, chi in maniera più positiva, chi per poter portare avanti una giusta rivendicazione. "Questo film racconta due viaggi" - dice Marco D'Amore - "quello creativo, innanzitutto, che parte da Simone e che è diventato il viaggio di Vinicio e di Marco, un percorso fatto di desideri, di sogni, di fragilità, di momenti in cui ci si ritrova a condividere degli ideali. Poi c'è il viaggio come esperienza pratica, e in questo senso la nostra è stata un'avventura faticosa. Drive me home, che in sceneggiatura aveva ambizioni altissime, perché attraversava l'Europa mostrando tante realtà diverse, ha potuto contare su budget inesistente, insomma non c'erano comfort né jet privati, e quindi è stato un viaggio con lo zaino in spalla, anche poetico se vogliamo, ma che ci ha fatto capire che in Italia siamo decisamente più sfavoriti rispetto agli altri paesi. Il cinema ha bisogno di mezzi. Se siamo due attori, un microfono e una macchina da presa, non possiamo certo competere con 007 che blocca Matera".

"Sul set l’avventura è stata meravigliosa" - spiega Marchioni - "Mi è piaciuto aiutare i macchinisti a portare la cassa degli obiettivi e a smontare le luci. La cosa più importante, però, è stata la collaborazione con Marco. La definirei un amore, un incontro tra esseri umani ancor prima che colleghi. Marco ed io siamo simili, abbiamo il medesimo rapporto con il mestiere dell'attore e ci confrontiamo con gli altri nella stessa maniera: con leggerezza ed educazione".

L'attore spende parole di lode anche per il suo regista, dicendo: "Grazie a lui e al suo film ho sentito scattare dentro la molla fra 'fare finta di' ed esistere", mentre Simone Catania ci tiene a precisare, forse un po’ in risposta alla dichiarazione di Marco D'Amore, che con due attori così la fatica non è sembrata eccessiva e che non tutti i mali sono venuti per nuocere: "Il fatto di girare senza soldi è stato in un certo senso un valore aggiunto, perché ci ha permesso creare il legame e il sentimento che cercavo, però mi ha imposto di essere sempre molto preciso, di scegliere attentamente cosa girare. Kubrick ha avuto sei mesi per girare una scena di Eyes Wide Shut, io difficilmente potrò godere di un simile privilegio. Per me doveva essere buona la prima. Questo, comunque, è stato un film fortunato. In Belgio, dove piove quasi sempre, abbiamo trovato il sole" .

Drive me home è la fotografia di un mondo in cui si parlano diverse lingue e si creano legami, anche effimeri, con persone pronte a comunicare, ad aprirsi. "Per me è prima di tutto un film europeo" - sostiene Vinicio Marchioni. "Racconta di persone che vanno via ma che decidono di tornare e ci fa riflettere sull'identità, e l’identità, nel 2019, non è in un luogo circoscritto alla proprietà privata. Per me è medievale occuparsi esclusivamente delle cose che avvengono a solo 1 metro di distanza da noi".

Marchioni, nella vita, ha capito da tempo quanto sia importante "tornare" e non dimenticarci da dove veniamo, e non a caso, quando anni fa ha aperto un ristorante, l'ha chiamato "casa". Qualcuno, in conferenza stampa, gli chiede di dire la sua su un'Italia che a molti sembra incattivita e poco accogliente. "La cosa assurda è che, ovunque vada, incontro sempre persone straordinarie"- risponde. "Per Drive me home siamo stati nelle malghe, sui cocuzzoli delle montagne, e il bicchiere di vino arrivava sempre. Credo ci sia una profonda differenza fra quello che viene scritto sui social, che parlano di una guerra civile, e la realtà italiana. Mi piace parlare delle cose positive di questo paese invece che di quelle negative. Non bisogna alimentare l'odio. Ormai da noi un albero che crolla fa più rumore di cento che crescono".

D'Amore è d'accordo con il collega soltanto "a metà", come diceva qualcuno: "Io sono in tournée in questo paese da quando ho 18 anni, non c'è regione o provincia in cui non sia arrivato e ciò che mi ha sempre sorpreso è che il nostro è un paese che si fonda su una varietà di abitudini, di lingue, di cucine, e questo per me è meraviglioso. La varietà, però, diventa un valore quando il popolo è consapevole, quando è colto, ed è colto quando ha la percezione di ciò che è stato. Noi siamo uno dei paesi meno consapevoli d'Europa, da noi i giornalisti non fanno il loro lavoro se mi dicono che l'immigrazione è il problema principale. E’ una menzogna. La cosa peggiore sono le mafie, la collisione fra politica e delinquenza".

Poi il di Ciro di Marzio di Gomorra fa una pausa e, mitigando i toni, invita la platea a coltivare la solidarietà: "Spero che i giovani riescano o capire, anche attraverso questo film, che il nostro vero problema è l'incapacità di stare insieme al mondo. E allora, come diceva Toni Servillo ne La grande bellezza, ‘guardiamoci in faccia e capiamo che siamo dei miserabili’. Spero che la gente ricominci a parlarsi, a comprendere che la diversità è bellezza, perché a me, che Vinicio c'ha i capelli, che profuma in un certo modo, che Simone è di Cantù ma ha vissuto in Inghilterra... mi fa arrapare. Io voglio vivere in un mondo così, di gente diversa da me".



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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