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Diario di un personaggio insolito e bellissimo: Ciro de Caro e Rosa Palasciano ci raccontano Giulia

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Uscirà il 17 febbraio con Koch Media Giulia, che ci presenta una protagonista femminile in equilibrio fra normalità e follia, voglia di libertà e senso di appartenenza. La interpreta Rosa Palasciano, che abbiamo intervistato insieme al regista Ciro De Caro.

Diario di un personaggio insolito e bellissimo: Ciro de Caro e Rosa Palasciano ci raccontano Giulia

Quando si racconta un personaggio femminile a metà fra la stravaganza e il disagio mentale, la depressione e l'introversione, la nevrosi e le insolite abitudini, spesso ci si affida a lunghi monologhi, inutili sproloqui, goffe verbosità, tono di voce alto e fastidioso. La protagonista del nuovo film di Ciro De Caro non è così ed è meglio di così, e con i suoi silenzi e i piani d'ascolto di Rosa Palasciano, anche sceneggiatrice insieme al regista, ci lascia pian piano entrare in un groviglio di contraddizioni che ci intriga e in un mistero che può anche non essere svelato. Giulia, che è il nome del personaggio e il titolo del film, rappresenta certamente qualcosa di nuovo nel panorama cinematografico italiano, qualcosa di rigoroso e al contempo leggero, un racconto in cui c'entra anche la pandemia e nel quale appare una galleria di individui smarriti e teneri.

Presentato a Venezia nella sezione Giornate degli Autori, Giulia arriverà in sala il 17 febbraio distribuito da Koch Media. Noi abbiamo avuto il piacere di vederlo in anteprima e di incontrare Ciro De Caro e Rosa Palasciano. Quest'ultima ci ha spiegato innanzitutto l'origine della protagonista.

RP: "Il personaggio di Giulia nasce da una riflessione e da un'esigenza, che entrambi avevamo, di vedere personaggi femminili diversi, che fossero veramente protagonisti delle storie e che avessero sfumature un po’ più insolite, più rischiose. Con Ciro ci confrontiamo spesso sul cinema del passato, per esempio sulla Nouvelle Vague, ma anche sul cinema contemporaneo straniero. Per esempio eravamo rimasti molto colpiti da Vi presento Toni Erdmann e da Corpo e anima. I personaggi di quei film, insieme a tante donne interpretate da Isabelle Huppert, ci hanno fatto riflettere su ciò che avremmo voluto trovare anche in Italia. Così, senza la pretesa di andare controcorrente, abbiamo pensato di prendere spunto da qualcosa di più estremo. Abbiamo iniziato a ragionare e a parlare molto. Inoltre, essendo io principalmente un'attrice, ho deciso di fare una ricerca dall'interno, dai pensieri e dai bisogni più profondi del personaggio, che già aveva uno scheletro. Da lì abbiamo iniziato a scrivere, mentre io già cominciavo a entrare nella pelle scomoda di Giulia".

E tu, Ciro, che mi dici di Giulia?

CDC: Ci sono varie ragioni che mi hanno spinto a voler raccontare un personaggio femminile del genere. Molto egoisticamente devo ammettere che, conoscendo Rosa, con cui avevo fatto alcuni cortometraggi, mi sono detto: "Ho a disposizione un'attrice davvero talentuosa, istintiva, preparata, e quindi la voglio far conoscere al mondo intero". A ciò si aggiungeva la presunzione di essere il primo a mostrarla. Vedi, a volte nel cinema italiano purtroppo si ragiona per stereotipi e si ha poca fantasia, nel senso che si prendono sempre gli stessi attori. Io avevo Rosa, e insieme ci è venuta l'idea di questo personaggio decisamente rischioso che sentivamo tutti e due di voler portare alla vita. Si tratta di una ragazza che cammina su una linea sottile, che si fa odiare ed è un po’ antipatica e quindi respingente. Nello stesso tempo, però, è capace di farsi amare, e ispira coccole e protezione, il che non va sempre bene. Quando tieni a qualcuno, spesso avverti il desiderio di addomesticarlo. Invece amare, almeno per me, significa lasciare libere le persone di essere ciò o che sono.

Nel film qualcuno dà a Giulia della pazza, e lei stessa ammette di non essere capace di stare al mondo. Tu come la vedi?

CDC: Giulia afferma: "Non sono pazza". Io sono profondamente convinto che noi siamo tutti pazzi, solo che c'è un tipo di pazzia che, essendo molto più comune, sembra essere normalità. Ci sono anche pazzie più rare che vengono invece riconosciute come tali, e quindi come tare, difetti. Ecco perché, quando il personaggio nega la sua follia, è come se dicesse: "Io sono come tutti voi, quindi non sono pazza".

Un personaggio del genere non intimidisce un regista?

CDC: Attraverso il cinema, o attraverso un racconto, ci si può permettere il lusso di inventare e analizzare personaggi che ci spaventano, così come le nostre reazioni a questi stessi personaggi. E’ un processo difficoltoso, ma che dà grande soddisfazione.

Rosa, come hai lavorato su un personaggio che potremmo considerare borderline?

RP: Grazie per la domanda. Molto spesso non si considera il fatto che noi attori lavoriamo sulle contraddizioni interne, umane, e non è semplice. Nel mio caso, mi sono concentrata molto sulla psicologia del personaggio. Giulia ha una forma di negazione della realtà. In effetti soffre di depressione, di solitudine, è una disadattata. Tuttavia è animata contemporaneamente da una forte speranza, che la spinge a negare le sue difficoltà, la tristezza e la malinconia. Per questo ho lavorato su una specie di confine. Per prima cosa ho iniziato a concentrarmi sui possibili sentimenti di una ragazza che ha un passato un po’ disastroso, perché noi non lo abbiamo raccontato nel film, ma lo abbiamo comunque costruito. Abbiamo scritto una biografia di Giulia, che è cresciuta da sola e ha sentito il rifiuto della famiglia, in particolare di sua madre, che era francese e di cui si parla alla fine del film. Ma anche se la si nomina e basta, io avevo comunque dentro di me il desiderio di conoscerla meglio questa mamma straniera e quindi culturalmente inaccessibile.

Giulia raccoglie e conserva i giochi dei bambini, sia quelli che sono stati buttati nei cassonetti che quelli abbandonati sulla spiaggia. Come mai quest’abitudine?

RC: Siamo partiti da un'immagine su una spiaggia che conoscevamo entrambi e dove, puntualmente, al tramonto, si trovavano tanti giochi dimenticati, che venivano poi spostati dall'acqua e talvolta andavano a finire in mare. Quindi tutto è nato da un'osservazione a suo modo anche ecologista, perché all'inizio Giulia era un personaggio più limpido, più positivo, e raccoglieva questi giochi un po’ per missione, e poi la missione si trasformava quasi in un vero lavoro. Successivamente, su consiglio di amici che avevano letto il primo canovaccio, io e Ciro abbiamo deciso di spingerci in una direzione più oscura, più stravagante. Così l'attaccamento di Giulia ai giochi è diventato quasi morboso, perché lei, in effetti, vorrebbe una famiglia, solo che non riesce a costruirla e, accumulando cose, è come se riuscisse a credere di potercela fare. Al principio Ciro voleva che nel racconto ci fosse anche una culla, ma poi, principalmente per ragioni di messa in scena e di budget, abbiamo lasciato perdere.

CDC: Per me i giochi nascono dalla voglia di fare una coccola, un regalo a Giulia piccola, a quella bambina che probabilmente non ha avuto giochi e nemmeno la felicità che è tipica dell'infanzia.

In Giulia è presente la pandemia, visto che la vicenda si svolge nell'estate del 2020. Per voi era importante parlarne?

CDC: Quando ho rivisto Giulia per la prima volta, dopo il primo montato, ho riflettuto sull'accenno alla pandemia e mi sono detto: "Pensa se avessi fatto un film del genere tre anni fa, inventandomi di sana pianta una pandemia! Sarei stato un genio". Perché in effetti lo sfondo del Covid regala ai personaggi la possibilità di sembrare o più pazzi o più normali a seconda di come li si voglia vedere. Giulia è stato scritto prima della pandemia e, parlando con Rosa durante il lockdown, abbiamo concordato sul fatto che non potevamo raccontare la nostra storia ignorando ciò che è successo di recente nel mondo. Ci sembrava ingiusto.

I nostri registi continuano a fare film nei quali la pandemia è assente. Che ne pensi, Ciro?

CDC: Esiste una regola non scritta. Gli sceneggiatori più importanti del cinema italiano hanno organizzato delle riunioni aperte a tutti in cui dicevano: "Non bisogna assolutamente parlare della pandemia nei film, altrimenti poi sembrano vecchi". Sinceramente mi sembra una follia, perché non si può ignorare una cosa così grossa. Non so se sia più di fantascienza un film ambientato ai giorni nostri in cui troviamo la pandemia o un film nel quale la pandemia non c'è. In entrambi casi si tratta di fantascienza, però è più corretta eticamente la fantascienza in cui si mostra qualcosa che è realmente accaduto.

Anche tu, Rosa, eri determinata a parlare della pandemia?

RP: E’ stata un'idea illuminata di Ciro, un'esigenza narrativa. Scrivevamo ognuno da casa propria, perché eravamo in lockdown, quindi proprio nel clou della pandemia. Ciro mi ha detto: "Mettiamocela, dai", però avevamo entrambi paura di esagerare, di raccontare qualcosa che non avevamo ancora capito, quindi ci confrontavamo spesso sugli elementi da inserire e su quale potesse essere la misura corretta. Alla fine abbiamo pensato di fare giusto qualche accenno e di sfruttarla per dare più sfumature ai personaggi principali.

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