Interviste Cinema

David Fincher e Rooney Mara presentano Millennium - Uomini che odiano le donne

David Fincher è un fiume in piena, inarrestabile. A Roma per presentare il suo Millennium - Uomini che odiano le donne risponde torrenziale alle domande che gli vengono poste



David Fincher è un fiume in piena, inarrestabile.
A Roma per presentare il suo Millennium – Uomini che odiano le donne risponde entusiasta e torrenziale alle domande che gli vengono poste, dimostrando di non solo di avere conoscenza approfondita di ogni aspetto del suo film ma che tale conoscenza è frutto di lunghe e attente riflessioni.
È secco e categorico solo all’inizio del nostro incontro, quando sente in una domanda la parola “remake”: “No, il mio film non è un remake”, sancisce.

È evidente, infatti, che Millennium - Uomini che odiano le donne sia in tutto e per tutto un film di Fincher, personale, ma non per ragioni ovvie. “Capisco che come regista io possa essere associato a certe tematiche violente e perverse”, racconta, “ma sono cose che non mi hanno mai interessato davvero. Quel che mi interessava in questo film, e che non avevo mai affrontato prima, era il rapporto tra i due protagonisti, tra un uomo e una ragazza, come si legano e come interagiscono”.
Ad interagire, nel film, sono anche il passato e il presente, intrecciati da Fincher con procedure formali, narrative e di montaggio che formano un tessuto solido e affascinante.
A chi gli chiede del senso di tutte quelle foto d’epoca, di una sorta di film nel film che ragiona sul concetto di tempo, il regista risponde che “le foto che vedete nel film hanno richiesto un lavoro enorme. Oltre alle ricerche di archivio, ci sono state settimane di lavorazione dedicate solo alla realizzazione di queste foto, spesso il giorno dopo in cui giravamo le scene del film a cui si riferiscono. Abbiamo ricercato poi notevoli quantità di materiale d’archivio. Il loro senso ha certo a che fare con il tempo, certo, ma anche con l’apparenza: rappresentando il passato abbiamo voluto ricreare davvero quanto vissuto dal personaggio di Harriet: le apparenze familiari, l’apparenza di una felicità inesistente”.

In questo modo, prosegue il regista, c’è stato modo di evidenziare il legame di Harriet con Lisbeth Salander, dato che entrambe sono giovani donne con dei grossi traumi che cercano di nascondersi in pieno sole.
Per Fincher, Lisbeth Salander “non è punk per attirare l’attenzione ma per dire ‘levatevi del cazzo, non sapete chi sono e da dove vengo, vi farò sputare sangue’. Ma anche per dire ‘avete ragione, sono spazzatura’: la sua è la filosofia punk delle origini. E il suo aspetto è una sorta di corazza contro il mondo, contro un mondo con cui non entra mai davvero in intimità, fino a quando non incontra Blomkvist”.
Uomini che odiano le donne
, per il suo autore, non è infatti un film sul nazismo o sulla violenza contro le donne, ma un film su due persone che devono imparare ad uscire dal loro guscio.

Certo, la violenza è presente e disturba, ma è quello che Fincher voleva: “Io credo che eticamente la violenza sia offensiva. Può essere interessante cineticamente, può emozionare spettacolarmente, ma è comunque orribile. La violenza di questa storia è così intima e diabolica che ho pensato il pubblico che vi assisteva doveva pagarne il prezzo. Ho costruito tutto nei minimi dettagli, evitando solo l’ultimo gradino dell’esplicitazione, perché volevo lasciare che foste voi, nella vostra mente, a vedere l’orrore che voi immaginate. Perché nulla di quel che potevo mostrare sarebbe stato altrettanto efficace.”

Tanto Fincher è loquace è dettagliato, tanto Rooney Mara è essenziale e algida, quasi ancora posseduta da Lisbeth Salander.
La sua risposta preferita è “I cannot verbalize it”, “non posso spiegarlo a parole”.
Minuta, con ancora addosso la chioma corvina del suo personaggio, comincia a parlare dell’operazione di radicale trasformazione fisica messa in atto con il film: “Credo che il mio cambio di look, con i piercing e tutto il resto, abbia scioccato più gli altri che non me stessa. Io ero pronta, volevo farlo, anche quando ho fatto il piercing al capezzolo, dopo che lavorazione era già iniziata, mi sentivo pronta di farlo. È stato soddisfacente più che scioccante. Vorrei che tutti i personaggi regalassero la possibilità di trasformazioni di questo tipo”.
Stessa sicurezza Mara la dimostra riguardo le scene di nudo che la vedono protagonista: “Ero molto tranquilla. Dovevo. Lisbeth è una ragazza a suo agio con la propria sessualità e dovevo esserlo nello stesso modo. Poi era lei che andava in giro nuda sul set, non io.”

Rooney Mara
definisce poi Lisbeth Salander non una ribelle, ma “una che vuole stare under the radar, da sola, evitare problemi. Se si ribella è solo perché il suo spazio è stato invaso. Lei è diventata un simbolo per qualcuno, ma non credo voglia esserlo. Non lotta per una causa, non vuole cambiare il mondo”.
L’attrice racconta che, per quanto loro e le loro vite siano ovviamente molto diverse, ci sono dei tratti comuni che li legano nell’intimo. Tratti che non possono essere spiegati a parole, così come non si può spiegare a parole cosa la spinga ad accettare una parte.
Le piacerebbe vestire nuovamente i panni di Lisbeth nei prossimi film dell’eventuale trilogia, anche perché adora lavorare con Fincher e il personaggio: “Le parti di me che erano come lei fin dall’indizio mi sono rimaste tutte dentro, evidenziate. Credo di aver imparato molto, grazie a Uomini che odiano le donne: non solo dal personaggio ma da tutto il processo di lavorazione del film. Imparato cosa? Credo di volerlo tenere per me.”

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