Dalida, artista fragile segnata dalla tragedia: ce ne parla in esclusiva la regista Lisa Azuelos

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Dalida, artista fragile segnata dalla tragedia: ce ne parla in esclusiva la regista Lisa Azuelos

Dalida è una figura che attraversa tutto il XX secolo. Nata negli anni trenta al Cairo, in una piccola comunità di immigrati italiani, ha studiato nella scuola francese, subìto l’arresto del padre da parte degli inglesi durante la guerra. Arrivata in Francia, ha costruito una delle più incredibili e sorprendenti carriere come cantante, diventando una delle più celebri interpreti della canzone francese. Il suo dualismo con Edith Piaf, così diversa da lei, ha segnato gli anni di carriera in comune. Una carriera che la portò, dagli anni sessanta agli ottanta, ad essere amata da milioni di francesi; meno conosciuta da noi, pur essendo italiana.

La sua vita, però, fu segnata dalla morte: il suicidio di Luigi Tenco durante il Festival di Sanremo in cui erano entrambi protagonisti, suo grande amore di quel periodo, e una fragilità che la porterà a vivere una vita privata molto diversa e triste rispetto a quella pubblica. Lisa Azuelos ha dedicato alla cantante Dalida, film biografico uscito al cinema in grande stile in Francia, che da noi arriva stasera, 15 febbraio, in prima serata su Rai Uno. Abbiamo incontrato la regista a Parigi.

“Ho costruito il film come un caleidoscopio, perché non ci ricordiamo in maniera lineare di tutta la nostra vita. Avevo voglia di un gioioso casino organizzato intorno a questa figura affascinante che è stata Dalida. Per farlo sono partita dal suo primo tentato suicidio, poco dopo la morte di Luigi Tenco, in cui il dolore ha già attraversato quest’anima fragile.

Il biopic è un genere che richiede una chiave per entrare.

È così, ci vogliono una chiave, la giusta documentazione e molta intuizione.

Nella ricerca cosa l’ha particolarmente colpita?

Il fratello Orlando mi ha aperto i diari di Dalida, dove ho trovato molte cose che mi hanno chiarito chi fosse, aiutandomi a muovermi poi attraverso le mie intuizioni.

La scelta dell’attrice era cruciale, e non avete scelto una celebrità, ma un’esordiente o quasi come Sveva Alviti. Come mai?

Ho cercato anche fra le celebrità. Mi sono subito reso conto che doveva essere un’italiana, dopo aver provato delle francesi che cercavano di scimmiottare goffamente il vostro modo di pronunciare le erre. Poi ho cercato un’italiana che parlasse francese, e non sono così tante. Quindi ho cercato un’italiana e basta, che potesse essere Dalida. Sveva ha fisicamente qualcosa della sua fragilità, oltre a essere di una bellezza straordinaria. Adoro filmare le donne molto belle, e ha una grazia innata, qualcosa che non puoi costruire, ma soprattutto una sensibilità fuori dal comune, senza la quale non avrei potuto fare il film.

Vedendo delle immagini del dietro le quinte ci si rende conto come abbia avuto un rapporto molto intenso con la sua protagonista.

È una cosa che mi succede con tutti i miei attori. Gli voglio bene come figli, perché sono piena di riconoscenza per avere accettato di incarnare qualcosa che ho scritto. È allo stesso tempo riconoscenza, amicizia, amore e lei la vedevo ogni giorno, portava avanti il film insieme a me. Ho avuto un colpo di fulmine.

Come avete lavorato per i momenti in cui canta in playback le canzoni?

È lei che ha fatto un gran lavoro, poi naturalmente al montaggio e al suono abbiamo reso il tutto ancor più credibile. Sveva ha lavorato tantissimo sulle canzoni, sulla postura, ha preso dei corsi di canto per cantare realmente sul set.

Come è arrivata a Riccardo Scamarcio per il ruolo del fratello manager, Orlando?

Per me era obbligatorio, non avrei saputo chi altro prendere se mi avesse detto di no. All’inizio non voleva farlo, allora sono andata a Bari per incontrarlo a cena e supplicarlo di fare il film. Ha funzionato.

Qual è stata la collaborazione con il vero Orlando?

Mi ha nutrito di informazioni, poi mi ha lasciata fare. L’accordo era questo e l’ha rispettato in pieno.

La storia di Dalida è segnata dalla morte, dal suicidio delle persone che amava. C’è un senso di inevitabilità della tragedia.

Sa che incombe la morte, cerca di evitarla, ma non so se passando il tempo cercando di evitare le cose ci si riesca veramente. Mi domando se invece non le si alimenti.

Il rapporto con Luigi Tenco è cruciale.

Assolutamente sì. Ho costruito il film intorno a quel momento. Dopo Luigi Tenco è diventata una donna diversa rispetto a prima, ha perso l’uomo della sua vita. Se fossero stati insieme per alcuni anni probabilmente avrebbero finito per litigare, lui non sembrava una persona con voglia di una vita stabile, dei figli; ma per lei segna la perdita del grande amore. È più conosciuto di lei in Italia, giusto?

Sì.

È una cosa che non capisco: come un cantante vissuto per neanche trent’anni sia riuscito a diventare così celebre nel tempo.

La sua morte sconvolse la società italiana.

La cosa che trovo terribile è che tutto ciò ha dato ragione alla sua idea di suicidarsi. Ha intuito che facendolo sarebbe diventato immortale. È una cosa che trovo incredibile e affascinante.

Dalida rappresenta un mito della canzone francese. Ha sentito la responsabilità di raccontare la sua storia?

È esattamente responsabilità la parola giusta. È come se mi avessero affidato un bambino non mio da far crescere. Non è la mia vita, ma la sua e non tradirla è stata la grande sfida. Ma amo le sfide.

È interessante il dualismo in Francia fra Dalida e Edith Piaf, due cantanti completamente diverse, ma accomunate dall’incredibile successo. Da che parte sta?

Naturalmente parteggio per Dalida, altrimenti non avrei potuto fare il film. Amo molto la musica disco e gli anni in cui esplose con la sua vitalità. Un genere che le diede una formidabile presa sul pubblico, gli anni più felici di tutta la sua vita. Nonostante raccontassi di una persona segnata dalle tragedie, volevo che il film fosse molto luminoso, toccato dalla luce, non solo dalla tristezza. Quello che mi ha scioccato nel film sulla Piaf La vie en Rose, con Marion Cotillard, è il fatto che sia raccontata solo l’ombra. Quando sei un’artista ci dev’essere per forza una parte di luce.

Nei momenti più intimi mostra la tenerezza e la sincerità di Dalida.

È questo che volevo raccontare: a che punto si può rimanere semplici e naif quando si è adulati come delle celebrità. Sono delle persone vere, con una vita vera, la loro solitudine e tristezza. Invito alla clemenza nei confronti di queste persone; gli artisti si danno in pasto agli altri, viviamo in una società cannibale, in cui diventano anche loro dei prodotti di consumo. Con questo film volevo dire che si può passare dal consumo alla comunione con l’artista.

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