Interviste Cinema

Cruise, Singer e McQuarrie a Roma per presentare Operazione Valchiria

Film da tempo atteso e chiacchierato, Operazione Valchiria è stato presentato oggi a Roma dai suoi autori (il regista Bryan Singer e lo sceneggiatore Christopher McQuarrie) e dal suo protagonista (il divo Tom Cruise). Li abbiamo ascoltati prima nel corso della conferenza stampa e poi abbiamo approfondito alcuni aspetti del film nel co...

Cruise, Singer e McQuarrie a Roma per presentare Operazione Valchiria

Cruise, Singer e McQuarrie a Roma per presentare Operazione Valchiria

“È bellissimo essere di nuovo a Roma!” Con questo tocco di originalità ha esordito Tom Cruise nella conferenza stampa di Operazione Valchiria. Una conferenza stampa gremitissima, grazie ovviamente al grande appeal del divo americano, come ha dimostrato anche il tenore non propriamente cinematografico di alcune domande.

A parlare subito dopo è però il regista Bryan Singer, che ha così spiegato l’impianto classico e tradizionale del suo film: “Credo che il motivo per cui abbiamo scelto questo stile risieda nella natura della storia e della sceneggiatura: una storia vera raccontata con uno script classico e linare. Non volevo che lo stile salisse sopra la storia: tutto qui.” Singer e Cruise hanno poi ridimensionato l’eco delle polemiche che in Germania aveva circondato l’annuncio della lavorazione del film. Per il regista “il problema è stato ingigantito. Magari c’è stata qualche perplessità iniziale ma alla fine è andato tutto bene e abbiamo avuto un grande supporto dai nostri collaboratori tedeschi e dal popolo tedesco.” “Certo, ed è stato bellissimo vedere americani e tedeschi lavorare assieme,” gli ha fatto eco Cruise. “Tutto quello che volevamo era fare un film per un vasto pubblico: io faccio film per il pubblico. E poi volevamo rendere omaggio e rispettare questa storia. Quando siamo arrivati a Berlino siamo stati trattati con grande rispetto e molto affetto quando poi abbiamo mostrato il film lì abbiamo ricevuto una standing ovation di dieci minuti. È stata una grande soddisfazione per noi.”

Ma di polemiche ne emergono altre, relative al ritratto proposto del protagonista del film, Claus von Stauffenberg. È stato chiesto infatti come mai si sia fatto passare per eroe un personaggio in odore di antisemitismo e di razzismo. Singer – che è ebreo – è parso molto toccato dalla questione: “Prima di tutto non è così che stanno le cose. Bisogna poi capire la grande conflittualità che c’era in Germania dopo Weimar, e la psicologia di una classe aristocratica che si è opposta ad Hitler fin dall’inizio, che provava orrore per l’immagine della Germania che derivava dagli orrori dal nazismo. Fin dal ’38 Von Stauffenberg si era pronunciato esplicitamente contro Hitler. Lui ed i suoi complici si opponevano alla politica di Hitler, anche quella contro gli ebrei.” A dargli man forte c’era lo sceneggiatore, Christopher Mc Quarrie, lo stesso con cui Singer firmò I soliti sospetti. “Non ho scritto questo film in maniera parziale. Anzi, mentre scrivevo pensavo che un film come questo non sarebbe mai stato realizzato, proprio per via della sua fedeltà estrema ai fatti storici,” ha detto McQuarrie. “Se von Stauffenberg fosse stato realmente nazista o antisemita, lo avrei descritto così. Ma si tratta in realtà di notizie diffuse dai suoi nemici nel corso degli anni: comunisti, fascisti, socialisti, che non lo vedevano di buon occhio per via della sua origine aristocratica. Negli anni Settanta, ad esempio, era impensabile che un uomo di tale lignaggio potesse agire per motivi altri dall’interesse personale o dalla bramosia di potere. Eppure Claus von Stauffenberg è stato uno che di Hitler ha avuto il coraggio di dire apertamente ‘qualcuno dovrebbe ammazzare quel figlio di puttana!’. Il fatto è che veniamo da oltre 60 anni di semplificazione - quella che io chiamo ignoranza informata - di fatti storici realmente complessi, difficili da accettare e difficili da analizzare.”

Comunque sia stato Claus von Stauffenberg nella vita reale, per Tom Cruise – che è stato comunque d’accordo con il suo regista e il suo sceneggiatore – è stato un personaggio molto interessante, per la sua personalità e per la vicenda di cui è stato protagonista: “Quando ho letto la sceneggiatura – e l’ho fatto come faccio sempre, ovvero cercando di mettermi dalla parte del pubblico – ho apprezzato la sua complessità e la suspense che trasmetteva. Trovavo affascinante questa complessità: da ragazzino odiavo il nazismo, e giocavo a giochi in cui dovevo uccidere i nazisti o lo stesso Hitler. Mi chiedevo perché nessuno ci avesse provato veramente. Di quest’uomo ho apprezzato il fatto che amava la sua famiglia, i figli, il suo lavoro e il modo in cui tollerava la pressione che doveva sopportare. Da un lato non poteva dividere le sue idee o i suoi piani nemmeno con la famiglia, dall’altro non aveva paura di esplicitare pubblicamente il suo pensiero, almeno fino a quando non ha avuto bisogno di infiltrarsi nelle alte gerarchie naziste per avvicinare Hitler. Bisogna ricordare che von Stauffenberg all’inizio della guerra non era un’ufficiale importante e che fu spedito in Africa proprio per le sue idee esplicite e pericolose. La sua storia, quella che raccontiamo in Operazione Valchiria, solleva la domanda cruciale: che cosa avremmo fatto noi in quella situazione? E personalmente sono contento di non essermi mai trovato in tali circostanze, di non aver dovuto prendere le decisioni che ha preso lui.”

Cruise ha poi monopolizzato il resto della conferenza stampa, rispondendo a domande piuttosto bislacche, considerato il contesto, sul suo rapporto con le donne, sul fatto che il figlio Connor abbia esordito come attore nel Sette anime di Gabriele Muccino, sulla politica di Obama. Si è tornati a parlare del film solo in chiusura, quando è stato chiesto a Christopher McQuarrie com’è stato costruire un thriller basato su una storia il cui esito è universalmente noto. È o dovrebbe essere, visto che lo stesso sceneggiatore si è detto stupito di quante persone avesse incontrato dalla conoscenza della storia perlomeno lacunosa, per usare un eufemismo. Per McQuarrie comunque questo aspetto è sempre stato un vantaggio: “La ricetta della suspense non è il non sapere il finale di una storia,” ha detto citando indirettamente Hitchcock, “ma l’ignorare il come e il quando.”

Fortunatamente abbiamo potuto approfondire qualcosa di più su Operazione Valchiria e sul suo autore nel corso di un successivo incontro, più riservato, con Bryan Singer, che abbiamo subito stimolato proprio sullo stesso argomento, considerando che se in questo film è tutto legato al come e al quando, nella loro precedente collaborazione, I soliti sospetti, era proprio la soluzione dell'enigma a mancare. “È vero," ha detto il regista, "ma per me i due film sono legati. Ai tempi de I soliti sospetti mi resi conto che moltissime persone avrebbero avuto il finale del film rovinato da qualcuno che gli rivelava la soluzione. Ad esempio è successo a Quentin Tarantino! Quindi lavorando a Operazione Valchiria, ho cercato di tenere bene a mente questa questione: volevo cercare di rendere il film emozionante e ricco di tensione sapendo che il finale sarebbe stato noto dall'inizio a tutti.

Più a suo agio di fronte ad una platea più circoscritta, Singer si è dimostrato un giovane regista pieno di entusiasmi, e con una forte personalità dal punto di vista tematico. “Quello che mi ha affascinato di questa storia,” ha detto il regista, “è stata la figura di un protagonista che, pur attorniato da un gruppo di bellissimi personaggi, riesce ad emergere. Un protagonista segnato da un profondo senso di solitudine, visto che doveva tenere segrete le sue intenzioni alle persone a lui care e che ha dovuto lottare per affermare la sua idea anche nel gruppo di persone che lo supportavano.” In effetti, Claus von Stauffenberg appare quasi come l’ultimo degli eroi (o degli antieroi) solitari di cui è costellato il cinema di Singer. “È vero,” ammette, “credo di identificarmi in maniera bizzarra con questo tipo di personaggi. Forse per via del mio background. Sono un figlio unico, sono stato adottato, a scuola ero spesso il bersaglio di prese in giro e di bulli. Avevo difficoltà ad identificarmi con qualcuno, e mi piaceva immaginare di avere un qualche background segreto al quale mi potevo relazionare. Anche molti miei personaggi hanno questo problema d’identificazione: basti pensare a Wolverine, o allo stesso Superman.” Altro tratto ricorrente del cinema di Singer sembra essere proprio il nazismo: “Certo, l’ho affrontato non a caso anche ne L’allievo e, indirettamente, in X-Men. Questa fascinazione per la nazismo nasce quando ero giovane: ero ebreo ma avevo due cari amici tedeschi; ero consapevole e pieno di orrore per l’Olocausto ma anche affascinato dall’estetica che il regime di Hitler aveva messo in piedi. Il racconto di Stephen King da cui è tratto L’allievo l’ho letto a 17 anni. E mi ha segnato profondamente fin da allora.”

Tra l'altro, la passione per il cinema di Singer è sbocciata grazie – seppur indirettamente – ad un altro cineasta ebreo: “Da ragazzino mi divertivo a fare piccoli film con una cinepresa 8mm, ma era un hobby, un gioco. Poi un giorno, era il 1982, ho visto uno speciale televisivo su Steven Spielberg, in occasione dell’uscita di E.T.. Ho visto tra noi delle somiglianze: tutti e due eravamo ebrei, tutti e due non andavamo benissimo a scuola, tutti e due avevamo giocato con la 8mm. È stato allora che ho deciso di fare cinema per vivere e di fare quel che faccio ora, ovvero girare film di genere, che spero siano appassionanti per il pubblico. Ricordo quel giorno benissimo. Quello in cui scopri quel che vuoi fare nella vita è un momento fondamentale. È il momento in cui il 50% del lavoro è fatto. Da lì in poi c’è da affrontare l’altro 50, quello più difficile: ovvero realizzare i tuoi sogni.”



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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