Interviste Cinema

Creuza de Mà 2022: Intervista a Gianfranco Cabiddu, fra ricordi di gioventù e cineasti del futuro

In occasione della sedicesima edizione di Creuza de Mà, il festival della musica per il cinema che si svolge a Carloforte, abbiamo incontrato il direttore Gianfranco Cabiddu, che ci ha parlato della sua amicizia con Giuseppe Tornatore e del suo lavoro con gli allievi del Centro Sperimentale di Cinematografia.

Creuza de Mà 2022: Intervista a Gianfranco Cabiddu, fra ricordi di gioventù e cineasti del futuro

Creuza de Mà 2022, Carloforte, Isola di San Pietro, ore 9 del mattino. Sulla terrazza dell'Hotel Riviera, dove batte un sole fortissimo fin dalle 07:00, incontriamo Gianfranco Cabiddu, che ormai è un amico oltre che una persona che incrociamo volentieri sul lavoro, e quindi, di anno in anno, le interviste che gli facciamo diventano delle chiacchierate sempre più piacevoli e informali, e sudate, vista la temperatura impossibile dell'estate che ci è piombata addosso in anticipo. Cabiddu, che dal 1988 è regista, ha cominciato dalla musica, e alla musica per il cinema ha dedicato il festival, che ci rammenta Fabrizio De André e le sue splendide canzoni, a partire da quella che ha dato il titolo alla manifestazione sarda.

Nonostante la pandemia, Creuza de Mà non ha subito una battuta di arresto, trovando orgogliosamente una finestra nel periodo estivo, e adesso che siamo tornati tutti a una vita più o meno normale, Gianfranco ha avuto mod di dedicarsi ai ragazzi del Centro Sperimentale di Cinematografia, quest'anno numerosi sull’isola. Il regista ha potuto anche coccolare i suoi ospiti, a cominciare da Giuseppe Tornatore che ha accompagnato il suo splendido e toccante documentario Ennio, dedicato a Ennio Morricone.

Siamo tutti nello stesso hotel, e Tornatore lo incontriamo a cena e a colazione, e così gli autori di colonne sonore Pasquale Catalano e Pivio, e la produttrice Francesca Cima. Tutti insieme mangiamo tonno rosso e beviamo Vermentino ed è piacevolissimo scambiarsi pensieri e competenze. Proprio da questa atmosfera informale è partita la nostra intervista a Gianfranco Cabiddu, che ci ha detto: "L'ho cercata fortemente, e per due motivi. Innanzitutto perché corrisponde alla mia idea di festival, che per me è un modo per incontrarsi e per chiacchierare, anche perché per definizione l'isola ti costringe ad aprirti. In secondo luogo, siccome il paese è piccolo e semplice, ognuno può muoversi per conto suo, e quindi non sussistono le ansie legate all'ospite importante: Oddio che deve fare? Dov'è? Dove lo porto? Ieri per esempio c'era Giuseppe Tornatore sul lungomare che mangiava un gelato per fatti suoi. Sull'isola nessuno ti disturba, vivi un momento tranquillo, e per me è importante perché si crea quell'atmosfera che ridà lo scatto per avere fiducia nel dialogo, non solo con i colleghi, ma anche con i ragazzi del Centro Sperimentale di Cinematografia, perché io faccio quasi tutto per i ragazzi del Centro e desidero che si godano l'isola e stiano tra di loro, che si conoscano e che imparino a lavorare insieme, perché il cinema è un lavoro collettivo. In più qui a Carloforte hanno l'opportunità di confrontarsi con professionisti del settore e ricevere qualche consiglio utile per il loro futuro”.

Come sono questi ragazzi del Centro Sperimentale? Sono tanto differenti dagli studenti dei decenni scorsi?

I ragazzi della scuola avvertono un po’ la pressione del contest, perché tutto è apparentemente più facile. Sono molto preparati perché arrivano da una situazione in cui la tecnologia viene loro naturale, però avvertono l'obbligo di conseguire un risultato, quindi di avere una candidatura, di essere presi a un festival. Per questo fai fatica a tenerli a freno e a cercare ciò che hanno dentro, perché sono talmente tanti gli stimoli esterni che ricevono, che rischiano di inseguire cose estranee. La fatica più grossa è capire, intanto, se hai fiato per fare il cinema per una vita intera. Come diceva Peter Brook, se vuoi fare l'attore, fallo ogni giorno, scendi giù nella metropolitana e recita, e metti un piattino davanti a te. Se ti va bene, e cioè se resisti, allora sei un attore, il successo è un'altra cosa, perché a contare è l'anima. I ragazzi sono talmente pieni di spunti e di occasioni che certe volte perdono l'orientamento e la concentrazione. Gli studenti di regia hanno 21, 22, 23 anni, quindi sono in quella fase della vita nella quale, più che parlare di tecniche e trucchi, devi insegnare loro un po’ di anima, oppure devi esserci, perché se hanno bisogno di chiedere qualcosa, devi dare loro la sensazione che ci sei. Dopo due anni di Covid, li ho trovati compressi come delle molle.

Cos’è esattamente il Campus Carloforte? Cosa fanno gli allievi dei corsi di regia, montaggio, suono e musica?

Il percorso che facciamo insieme al Centro Sperimentale di Cinematografia il festival lo aveva già iniziato otto anni fa, tenendo lezioni solo per i musicisti. Quando ho cominciato a insegnare al CSC, ho detto a Caterina D'Amico: "Guarda, i ragazzi hanno bisogno di mischiarsi con i musicisti, di conoscerli, perché vedono la musica come un elemento da prendere e da mettere sopra le immagini, e invece è una cosa che va costruita e considerata l'anima del film, e devi cominciare a lavorarci addirittura quando scrivi o quando inizi a pensare: girerò in questo luogo. La musica crea un'atmosfera, e bisogna esserne consapevoli, perché tutta la parte del suono è metà di un film". Caterina ha avuto fiducia in me, e così abbiamo messo insieme questo progetto che prevede che gli studenti vengano qui a fare una cosa che ho imparato da Gillo Pontecorvo quando andava all'isola della Maddalena a scrivere con Franco Solinas: perdere tempo. Ormai non lo fa più nessuno. Apparentemente i ragazzi perdono tempo, ma in realtà incontrano altri ragazzi e assistono a tutte le masterclass, perché io scelgo dei film con rapporti interessanti tra musicista e regista, o tra suono e immagini, o fra documentario e linguaggio di repertorio. Quando gli studenti di regia sono pronti con la prima storia, con la prima idea, ne parlano con i musicisti, che io ho preparato confrontandoli con tanti compositori diversi, perché per me è fondamentale che non abbiano l'imprinting di un compositore solo, ma di quattro o cinque, per cui le loro musiche vengono prese da questi compositori, discusse, arrangiate, e ognuno fa una cosa diversa dagli altri, e quindi pian piano i musicisti acquistano sicurezza e possono trovare la loro strada. A questo punto facciamo avere le loro musiche ai registi, che intanto si sono un po’ conosciuti, ma non gli riveliamo i nomi dei musicisti, in modo che scelgano veramente la musica e lo stile più adatto al loro lavoro. Dopodiché iniziamo a lavorare sul film: i registi vanno a girare, i musicisti compongono i provini, poi al montaggio i registi cominciano a montare sulle musiche che avranno in futuro. Quando il montaggio è finito e tutto è pronto, i musicisti, sempre seguiti da un tutor, fanno le partiture, poi tutti tornano qui e le incidono con musicisti veri, con violinisti eccetera, e quindi, per la prima volta, i registi iniziano a vedere quale sarà l'anima del loro film. Infine torniamo a Roma, mixiamo, e io, qui a Carloforte, faccio vedere il risultato di questo percorso che dura un anno. Il festival ospita dunque tutti i corti girati seguendo questa strada, e la cosa che mi fa più piacere è che l’80% delle volte i registi confermano lo stesso musicista per il diploma e lo conservano anche dopo.

Prima che collega, sei amico di Giuseppe Tornatore. Come vi siete conosciuti?

Mi sono recato in Sicilia perché c'era un'amica comune che stava facendo un lavoro a Palermo e conosceva Giuseppe, per cui io sono andato là per fare il fonico e ho incontrato Tornatore. Poi siamo diventati un gruppetto. Lui faceva un po’ l'operatore e io sempre il fonico, poi lui ha scelto la regia e io ho montato una cosa che aveva fatto per la Rai Sicilia e che si intitolava Scrittori siciliani e cinema. Quindi tutti e due siamo andati a vivere a Roma e abbiamo preso due case che stavano porta a porta. Dopodiché io sono entrato nella Cooperativa Lavoratori Cinema e Spettacolo, di cui lui era presidente, e la cooperativa ha fatto Cento giorni a Palermo (io ero il fonico e lui il regista della seconda unità). Poi, finalmente, lui ha esordito dietro alla macchina da presa con Il Camorrista e io mi sono occupato del suono, e c'è una foto scattata durante un pranzo a casa sua in cui si vede anche suo padre, che era un uomo fantastico e che ha recitato anche in qualche film di Giuseppe. C'era pure una foto di noi due immortalati subito prima che io cominciassi a lavorare a Disamistade, che è stato il mio primo film, mentre lui si accingeva a iniziare Nuovo Cinema Paradiso, che è stato prodotto da Franco Cristaldi. E per sostenere il film agli Oscar, Cristaldi, che era lungimirante, ha fatto girare un piccolo documentario per spiegare chi fosse questo ragazzo di 31 anni che aveva raccontato il suo amore per il cinema in un film bellissimo. Ha chiesto a me di girarlo e io ho intervistato tutti coloro con cui aveva lavorato il ragazzino proiezionista, quindi i vecchi proiezionisti siciliani. Ho preso inoltre tutti i primi Super8 di Giuseppe montati a casa. Naturalmente ho intervistato Philippe Noiret. Nel film c'è anche Ennio Morricone che racconta: "Mi ha chiamato Cristaldi e gli ho detto: 'Non posso fare il film', ma poi ho letto il copione e ho deciso di farlo'. Da lì è iniziato il loro rapporto, che è durato fino alla morte di Ennio.

Dicono che Giuseppe Tornatore abbia la stoffa del produttore. E’ così?

Giuseppe Tornatore è stato il miglior produttore che io abbia mai avuto. Ha prodotto il mio film del '96: Il figlio di Bakunìn. Ricordo che ogni sera mi telefonava per dirmi ad esempio: "Guarda, quell'inquadratura è un po’ sbilanciata, quelle comparse non si muovono". Vedeva tutti i giornalieri e rammento che c'era una scena che per povertà non era venuta bene e lui mi ha detto: "No no no, devi tornare sul set, devi rifarla". Giuseppe Tornatore mi ha insegnato che, se hai una sequenza importante in un film, la devi girare come se stessi facendo un film che costa 20 milioni di Euro, mentre le altre le devi girare come avessi 50.000 Euro. E’ un peccato che Tornatore abbia abbandonato la sua attività di produttore, perché è un uomo preciso e lucido. Ma la regia è più importante per lui. Giuseppe era già regista a 16 anni.

Ennio non poteva non sbarcare su quest’isola…

Sapevo che Giuseppe stava facendo questo lavoro con Ennio, lo sapevo prima che iniziasse a girare, così gli ho detto: "Guarda che faccio questo festival, mi raccomando, portami il film". Questo succedeva due anni fa. Lui ha detto: "Forse ce la facciamo a finirlo in tempo", ma non è stato così. Però quest'anno è riuscito a venire a Creuza de Mà. Viene poco al mare, preferisce scrivere, e siccome ha una passione per gli alberghi, dove lavora benissimo, passa molto tempo chiuso nella sua stanza.

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