Interviste Cinema

Con The Bourne Legacy all'esplorazione delle aree grigie della morale: a Roma regista e interpreti

A Roma sono sbarcati Jeremy Renner, Edward Norton e Tony Gilroy


Prima dell’inizio della conferenza stampa romana di The Bourne Legacy, l’atmosfera è insolitamente elettrica.
L’ufficio stampa della Universal, che distribuisce il film in Italia, sembra aver studiato tutto nei minimi dettagli, aver lavorato sull’attesa, e quando – rigorosamente puntuali – fanno il loro ingresso i protagonisti sembrano due rockstar o due pugili, tutti saltellanti e sorridenti: Jeremy Renner in completo scuro ed Edward Norton in camicia e occhiali da sole che si si sfila prontamente con un gesto plateale. A ruota, li segue il regista e sceneggiatore Tony Gilroy, fin troppo sornione mentre mastica placidamente la sua gomma ammerigana.

A parlare per primo è proprio
Gilroy.
“Ci dispiace che non abbiate ancora avuto modo di vedere tutto il nostro film,” dice ai giornalisti presenti, che in precedenza avevano visto solo una quarantina di minuti di scene montate per l’occasione. “Abbiamo però finito il montaggio solo lo scorso venerdì, prima di partire per questo tour europeo. Vi posso dire però che in The Bourne Legacy ci saranno molte cose familiari per i fan della serie - l’azione, i viaggi, gli spostamenti, le lotte – ma anche molte differenze. Lo storytelling del nostro film è più ampio e nel racconto abbiamo cercato anche di esplorare territori etici e morali inesplorati. E il problema che affligge il protagonista, l’Aaron Cross interpretato da Jeremy Renner, è altrettanto fondamentale ma molto diverso da quello di Jason Bourne.”

Gilroy, che dimostra di avere grande dimestichezza con il suo lavoro e sicurezza su quanto fatto in questo film, spiega poi meglio cosa intenda per “storytelling più ampio”: “Credo che questo che stiamo vivendo sia un periodo molto interessante per chi fa cinema, nel bene come nel male. Siamo circondati da grandi franchise, che vanno avanti film dopo film, e penso che questa questione della serialità sollevi interrogativi interessanti.
L’ultimo contatto che avevo avuto con la trilogia di Bourne era stato il copione che avevo completato per Ultimatum. Credevo che il mio impegno in quella serie fosse finito, anche nel caso di un quarto film. Un quarto film che la produzione non sapeva bene come improntare, dato che la storia di Jason Bourne si era praticamente esaurita. È stato solo quando Paul Greengrass e Matt Damon si sono sfilati dal progetto che sono stato invitato ad una riunione informale per discutere di alcune idee.
Ed è stato lì che ho tirato fuori la mia: non sostituire Matt per un nuovo Jason, ma espandere un mondo e una mitologia.  Quello che abbiamo fatto in The Bourne Legacy è stato allargare lo sguardo, zoomare all’indietro per mostrare come quella storia, quella di Jason, era solo una parte di una storia molto più grande e complessa. Nei primi 15 minuti del nostro film, per intenderci, ci sovrapponiamo con la storyline di The Bourne Ultimatum.”

Gli sforzi di sceneggiatura di
Gilroy, però, non si sono esauriti qui, dato che l’americano non voleva “costruire una bella casa senza nessuno che vi abitasse dentro”: “Il problema, a questo punto, era quello del protagonista. E ci è voluto del tempo per trovare un personaggio che facesse valere la pena di compiere tutta questa fatica: ma quando l’ho messo a fuoco, quando ho iniziato a delineare Aaron Cross, ecco che le cose hanno davvero cominciato ad interessarmi. Speriamo comunque,” continua rivolgendosi idealmente a Greengrass e Damon, “che chi è stato coinvolto nella serie in precedenza sia contento di quanto abbiamo fatto per preservare la mitologia della trilogia e per mantenere i tratti caratteristici di questa serie, che sono la sua integrità e la sua assenza di cinismo e ammiccamenti.”

È stato a quel punto, risolta la sceneggiatura, che la produzione si è rivolta a Jeremy Renner, dapprima molto impegnato, poi finalmente disponibile.
L’attore dice che quando vedremo il film nella sua interezza ci troveremo di fronte a “due fantastiche ore di cinema” e di pensare al suo Aaron Cross come ad un antieroe. “Jason Bourne cercava di capire chi fosse,” aggiunge, “mentre Aaron sa benissimo chi è. Lui, però, vuole far parte di qualcosa, vuole una ragione per alzarsi la mattina. Vuole uno scopo, come moltissimi di noi.”
Quanto alla preparazione per la parte, Renner liquida la domanda con una battuta: “Ho fatto tanto stretching. E poi ancora stretching. Per non farmi male. Scherzi a parte, la preparazione fisica è stata molto dura: il mio reale coinvolgimento fisico nelle scene era fondamentale per la credibilità di tutta la serie.”

Più serio e prolisso Edward Norton, che come Gilroy ci tiene a mettere in evidenza come The Bourne Legacy sia un film che tocca tematiche etiche e morali attuali ed importanti. “Ogni volta vieni a contatto con un franchise così lungo ti chiedi il motivo per cui debba andare avanti,” spiega. “Ma Tony ha trovato nuove motivazioni, nuovi interessi: conosceva bene quel mondo e aveva un’idea precisa sul dove portarlo.
Mi ha impressionato come ha usato questa storia per immergersi in aspetti importanti per il mondo, in aree grigie della morale che mi interessano molto. Il mio personaggio è quello del villain, ma lo è in modo insolito: lui vede sé stesso come un cattivo, è uno che vive di sfumature. Lui, come il personaggio di Jeremy, e come quello di Rachel Weisz [protagonista femminile del film, n.d.r.], crede nell’idea di servire un bene superiore e ha fatto compromessi per questo, accettando di compiere gesti che tradizionalmente non verrebbero definiti come ‘buoni’ o  ‘giusti’. Tutti loro si danno giustificazioni nel nome di un bene superiore, e queste razionalizzazioni sono comunissime nel nostro mondo. Credo che la caratteristica principale di tutta questa serie è che racconta un mondo molto reale e plausibile, un mondo che lo spettatore sente circondarlo veramente, e che lo spaventa un po’.”

Da attore, per Norton tutto questo è stato molto stimolante: “Penso che in generale ogni attore sia attirato da personaggi complessi, ed è verissimo per me. Penso che le esperienze migliori e più soddisfacenti della mia carriea abbiano riguardato personaggi che si muovevano con difficoltà tra paradossi, che erano contradditori, sfuggivano alle etichette. Credo che questo sia quello che rende interessanti gli esseri umani, i personaggi e questo personaggio. Come attore è bello ritrarre psicologicamente certi processi, e sono tutte cose che radicano il film nella nostra realtà.”

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