Interviste Cinema

Chocolat, clown nero che voleva essere riconosciuto come uomo: incontro con il regista di Mister Chocolat

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Omar Sy nei panni della prima star nera di Francia.

Chocolat, clown nero che voleva essere riconosciuto come uomo: incontro con il regista di Mister Chocolat

Lo schiavo che divenne star. Un percorso inedito e una storia incredibile, quella del clown Rafael, cresciuto a Cuba come schiavo nelle piantagioni di canna da zucchero, e diventato una star del mondo dello spettacolo francese. Anzi, la prima star nera della storia transalpina, che fece ridere milioni di persone durante la belle époque, finendo dimenticato in vita e cancellato dalla memoria dei francesi dopo la sua morte, nel 1917.

Tanto che proprio uno storico ha rintracciato casualmente la vicenda di questo popolarissimo clown che fallì la sfida di diventare attore di teatro, raccontandola in un libro e ora un film, Mister Chocolat, trainato dalla popolarità di un’altra star nera francese, Omar Sy, diventato dopo Quasi amici un attore riconoscibile a livello internazionale. A duettare con lui James Thiérrée, grande artista del circo, mago e mimo, nipote di Chaplin, che interpreta la spalla di Chocolat, il crepuscolare Footit.

Il film apre stasera la nuova edizione dei Rendez-Vous con il nuovo cinema francese, che saranno protagonisti a Roma e in altre città italiane. Abbiamo incontrato il regista, Roschdy Zem, più noto come attore, vincitore a Cannes per l’interpretazione di Indigènes di Rachid Bouchareb,

Una storia molto particolare, come l’ha conosciuta, e perché raccontarla?

Sono stati i miei produttori ad averla scoperta, leggendo un articolo in cui si parlava della scoperta di questo personaggio, Chocolat. Quando me l’hanno proposto sono stato conquistato subito da questa storia del primo artista nero francese, un secolo fa, oggi completamente dimenticato. Una storia magnifica, visto poi il percorso straordinario di questo giovane schiavo che diventa la più grande star parigina. C’erano tutti gli elementi per portarlo al cinema.

I due personaggi sono molto diversi: Chocolat è istintivo, non ha una formazione classica, dall’altra parte c’è la tecnica più tradizionale del comico Footit.

Sicuramente è un aspetto centrale; volevo raccontare questi due uomini attraverso vent’anni, una sorta di storia d’amore. Mi intriga molto l’idea di una coppia composta da persone una l’opposta dell’altra che stanno insieme, decidono di vivere accanto, nonostante tutto. L’opposizione è una forma di antagonismo che mi interessa, con due personaggi che sono uno il negativo dell’altro: nell’attitudine, nello stato d’animo e nel lavoro.

Succede nel mondo dello spettacolo che si formi un duo, in cui non c’è amicizia o magari simpatia all’interno, ma che per ragioni professionali deve fingere grande sintonia.

Ogni numero racconta l’evoluzione del loro rapporto: iniziano come dominante e dominato, poi nel corso degli anni c’è il desiderio di Chocolat di emancipazione fino a che Footit si rende conto che sta perdendo questo potere che per anni ha avuto nei confronti dell’altro. Una dinamica che ho voluto raccontare molto più sul palco che nella vita. Era importante che ogni numero raccontasse la storia di questi due uomini.

Dal punto di visto sociale cosa ha imparato sull’oggi, dal punto di vista del razzismo, dell’accettazione delle minoranze, studiando la Parigi di 100 anni fa?

Era interessante come l’artista fosse totalmente accettato, mentre l’uomo non esisteva. È quello che ho cercato di raccontare in questo film: la lotta di questo personaggio senza stato civile, per tutti semplicemente Chocolat, che in francese è diventato un modo di dire: dire 'sono un chocolat', vuol dire ‘sono stato fregato’. Quindi aveva un nome che stigmatizzava il colore della sua pelle, ma la lotta della sua vita fu quella di farsi accettare come uomo, ricevere uno stato civile, battaglia che perse. Questo film è anche una forma di riabilitazione.

Ha richiesto un grande lavoro sul corpo, come ha lavorato con gli attori?

Per la parte circense mi sono affidato interamente a James Thiérrée, che è nato in quel mondo, in scena, ce l’ha scritto nel suo codice genetico. Gli ho affidato l’elaborazione e la creazione dei numeri sul palco. Omar ha lavorato per cinque settimane con James, un vero e proprio tirocinio sul corpo. L’umorismo di Omar passa molto per le parole, è orale, per lui il corpo non esisteva. Quindi ha dovuto lavorare con grande rigore per settimane ed è formidabile perché, al di là dei risultati che si vedono nel film, si è formata una coppia, visto il lavoro e la prossimità, con tutte le caratteristiche legate alla coppia: la complicità, ma anche il conflitto, vista l’intensità del lavoro. Di questo il film ha molto beneficiato, visto che attraverso questo lavoro sono arrivati sul set che erano già Footit e Chocolat.

Mister Chocolat esce domani nelle sale italiane, in 140 copie, distribuito dalla Videa.




  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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