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Chiamatemi Francesco: Daniele Luchetti parla del film che lo ha aiutato a credere in chi crede

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Il regista presenta insieme a Pietro Valsecchi il suo ritratto non agiografico di Papa Francesco.

Chiamatemi Francesco: Daniele Luchetti parla del film che lo ha aiutato a credere in chi crede

Non sono trascorsi nemmeno tre anni dal giorno in cui è stato eletto pontefice e Papa Francesco ha già un film che racconta il percorso che lo ha condotto dall’amata Buenos Aires fino a San Pietro. Prodotto da Pietro Valsecchi e diretto da Daniele Luchetti, Chiamatemi Francesco è certamente uno degli eventi cinematografici di questa parte di stagione e lo testimoniano i 40 paesi in cui è stato venduto e le quasi 700 copie in cui uscirà giovedì 3 dicembre.
Ma non finisce qui: la prossima settimana ci sarà un’anteprima mondiale in Vaticano, con 7000 persone: saranno invitati i più bisognosi e disagiati, in altre parole i "poveri" che il Santo Padre ha sempre invitato a guardare come fratelli.

Anche la conferenza stampa del film presso il Cinema Adriano di Roma è avvolta da un’aura di solennità: diversi gli addetti alla sicurezza, molte le telecamere e un filo diretto con Milano, dove l’incontro viene trasmesso in diretta alla presenza della stampa locale.

Ad aprire le danze davanti a un pubblico visibilmente commosso è Valsecchi, che parlando con orgoglio e grande gioia, racconta: "A voi sembra facile fare un film su Papa Francesco? Solo due incoscienti come noi potevano lanciarsi in un’impresa del genere. Quando ho fatto il film su Borsellino, ho avuto la possibilità di parlare con suo figlio, di confrontarmi con le sue idee. Qui non avevamo nessuno con cui confrontarci. Credetemi: fare un film senza interlocutore è la cosa più difficile al mondo. Per due anni sono stato in apnea. Sentivo una fortissima necessità di fare un film su un uomo come Bergoglio, una figura che mi ha attratto subito. Mi sono chiesto: chi è quest’uomo dolce che viene da lontano? Ho cominciato a raccogliere materiale, poi ho chiamato Daniele che stava lavorando in teatro. Ha accettato la mia proposta e siamo partiti per l’Argentina, dove abbiamo incontrato gli amici del papa. Abbiamo conosciuto un certo Monsignor Caputo, un uomo grande e grosso che aveva il naso gonfio perché lo avevano aggredito per rubargli il portafoglio. Gli abbiamo chiesto lumi. A un certo punto il suo telefono ha suonato, 'aspettate un attimo' - ci ha detto. E’ tornato e ci ha spiegato: 'Era Jorge che mi chiedeva notizie sul naso, gli ho detto che ci sono due italiani che vogliono fare un film su di lui'. Il fatto che il papa sapesse e che il Monsignore non fosse arrabbiato mi ha consolato, sarebbe stato orribile se Bergoglio avesse detto: 'Chi è Valsecchi per fare un film sulla mia vita?'. Mi avrebbe stroncato".

Quando ha ricevuto la proposta da Pietro Valsecchi, Daniele Luchetti aveva delle perplessità, come se gli mancasse un giusto appiglio, un buon punto di partenza, una prospettiva da cui guardare un uomo da non rendere un mito, un eroe, un personaggio e non una persona: "Più che i film su papi ho pensato a The Queen di Stephen Frears, a quel modo di essere asciutti e diretti che è tipico del cinema inglese. La mia preoccupazione principale era non fare un 'santino', cioè non raccontare una storia dando una gomitata allo spettatore come per dirgli: 'lo vedi? C’erano già tutti i segnali perché diventasse papa'. Ho cominciato ad appassionarmi veramente al progetto quando mi sono soffermato sulla preoccupazione che aveva afflitto Bergoglio in gioventù, quando nel suo paese c’era la dittatura. L’unico modo per capire chi fosse era comprendere l’Inferno che si era trovato ad attraversare. Appena ho cominciato a farlo, ho sentito tutta l’importanza del film, che è diventato indispensabile. Un’altra cosa fondamentale era il rispetto della storia dell’Argentina. Detesto quando un regista va in un paese straniero e fa un film da turista. Per questo ho chiesto aiuto ai miei collaboratori argentini. Ho detto loro: 'Per favore, aiutatemi, non voglio fare un film banale, non fatemi fare un film da turista'".

Il lavoro di ricerca compiuto da Luchetti e Valsecchi è stato enorme, costellato di incontri, interviste, testimonianze quasi sempre dirette. Il regista, in particolare, si è imbattuto anche in diversi detrattori di Papa Francesco, che però non sono riusciti a dissuaderlo dal progetto e che anzi lo hanno avvicinato ancora di più a Bergoglio. "Sono stato fermato più volte all’angolo di strade buie da persone che mi hanno detto: 'Bergoglio era implicato nella dittatura'. Alcune di queste persone erano dei religiosi e questi strani incontri raccontano una chiesa che è tutto e il contrario di tutto. Io ho scelto di stare dalla parte del personaggio, perché se racconti un personaggio, devi fare il tifo per lui. Papa Francesco mi è sembrato fin da subito limpido, chiaro, l’ho visto come un essere cristallino. Per accostarmi a lui, ho lasciato stare la cronologia della sua vita, che si conosce a memoria, soffermandomi piuttosto sulle testimonianze emotive delle persone".

Film "laico" perché incentrato più sul lato umano che religioso di Jorge Bergoglio e perché ampiamente dedicato al suo operato negli anni neri della storia argentina, Chiamatemi Francesco ha avuto comunque un impatto sulla spiritualità di Daniele Luchetti, che ammette: "Ho cominciato il film da persona che non crede, oggi credo nella gente che crede, quello che posso dire è che la chiesa che ho incontrato è una chiesa straordinaria. Ho conosciuto persone eccezionali, i preti di strada per esempio, sono stato sedotto dal lavoro che viene fatto sul campo".

Jorge Bergoglio giovane è interpretato dall’attore argentino Rodrigo De La Serna, che ovviamente si è ritrovato a raccogliere una sfida larger than life. C’era anche lui all’incontro con la stampa e, con il suo magnifico accento musicale, ha raccontato la sua esperienza sul set: "Potete immaginarvi che quando si deve interpretare un uomo come Bergoglio, la responsabilità è grandissima, lo è ancora oggi, in più dovevo interpretarlo dai 25 ai 60 anni, quindi in un periodo tragico sia per lui che per il mio paese. Per me è stato un film importantissimo e ho avuto la fortuna di avere a disposizione un regista dolce, attento e sensibile che mi ha coinvolto, credo di essere riuscito a tirare fuori il meglio di me. Il mio lavoro è stato fisico, ma anche emotivo, la difficoltà era far uscire l’interiorità del personaggio, la sua spiritualità. E’ stato un film difficile, ma che mi ha aiutato a sviluppare una relazione con la mia parte più nascosta, interiore, è come se avessi imparato a pregare".

A dare il volto al Jorge Bergoglio di oggi è invece Sergio Hernàndez, un altro argentino che, come il suo collega più giovane, ha sentito il film come una missione da portare a termine con rispetto e amore: "Alla fine di ottobre del 2014 sono stato contattato per questo ruolo fortissimo, incredibile. Via skype Daniele mi ha detto: 'non mi interessa che gli somigli fisicamente, voglio che tiri fuori l’interiorità di questo personaggio'. Da quel momento ho cominciato a 'convivere' con Bergoglio, ho interrotto ogni contatto con il mondo, mi sono chiuso in una specie di ritiro, anche adesso faccio fatica a levarmi di dosso Bergoglio, ho ascoltato le sue omelie, l’ho studiato, la prima cosa da fare però era parlare con l’accento di Buenos Aires, così sono andato a Barrio Flores, il suo quartiere, poi ho parlato col vescovo Garcia e con tante altre persone. Mi hanno raccontato che quando Bergoglio sembra tranquillo, quasi addormentato, in realtà vigila, ricorda tutto ciò che le persone intorno a lui dicono, ha una memoria straordinaria. Credo che Chiamatemi Francesco sia stata la più grande sfida della mia carriera e sono orgoglioso di averla vinta".



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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