Interviste Cinema

Che strano chiamarsi Federico!: Ettore Scola racconta Fellini

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A Cinecittà sul set del documentario Che strano chiamarsi Federico!

Che strano chiamarsi Federico!: Ettore Scola racconta Fellini

Non poteva che svolgersi nel mitico teatro 5 di Cinecittà - la “casa di Fellini”, come la chiama giustamente Silvia Scola che ci fa da cicerone sul set - l'affollatissima conferenza stampa di fine lavorazione di Che strano chiamarsi Federico! - che, da una bellissima poesia di Federico Garçia Lorca, dà il titolo al e del documentario/film/oggetto misterioso che il regista Ettore Scola dedica all'amico e “faro” Federico Fellini, per ricordare il prossimo ventennale della sua scomparsa. Introdotto da un altro testimone del tempo, il press-agent Enrico Lucherini, che con Scola e Fellini ha vissuto un'epoca irripetibile, l'incontro è un'occasione più unica che rara per ascoltare il regista, che proprio nel Teatro 5 girò La famiglia e In viaggio con Capitan Fracassa, e che per onorare l'amico e fonte di ispirazione ha infranto la sua promessa di non fare più film, come lui stesso racconta:

“Non so che oggetto verrà fuori e sono curioso quanto voi di scoprirlo: tutte le intenzioni, i sentimenti e le emozioni ci sono, ma non è ancora pronto. Il mio ultimo film è di 10 anni fa, non volevo più girare per una serie di motivi psicologici, perché non riconoscevo più nulla delle logiche che mi avevano guidato e della voglia di fare cinema che avevo sempre avuto. Ma questo non è un film che somiglia a quelli che ho già fatto e l'ho fatto perché non è un film e non è un documentario. Non volevo ricordare Federico a 20 anni dalla sua morte con la solite silloge di repertori. Anche chi non ha visto un suo film .così come succede con le poesie di Leopardi - è come se lo conoscesse, vive nel mondo che lui ha fatto di tutto per rendere più vivibile e più bello. Nel film non c'è il tentativo di ricostruire certe emozioni della sua visionarietà, ma posso dire che è composto da angoli, come rispecchia bene la scenografia di Luciano Ricceri fatta di piccoli ambienti attigui (ovvero la redazione della rivista satirica "Marc'Aurelio" dove Scola e Fellini si conobbero e lavorarono, il salottino in cui Scola leggeva al nonno cieco, un caffè notturno, i bagni diurni di piazza dei Cinquecento, la Lincoln nera con cui Fellini e gli amici giravano per  Roma di notte, tirando su barboni e battone, un teatrino di avanspettacolo, ndr). Non sono necessariamente consequenziali o in ordine cronologico, ma sono i luoghi di alcune emozioni provate durante quasi 50 anni di conoscenza con Federico”.

Scola rievoca poi la sua prima visita a Cinecittà, avvenuta da bambino, nel 1936, quando gli studios erano già aperti al pubblico, assieme ai genitori. “La prima persona che mi venne incontro, scendendo da un'Alfa Romeo bianca coupé, bellissimo, fu Amedeo Nazzari, con un gran sorriso. Fu una fascinazione quasi omosessuale. Poi nel 1947 entrai al Marc'Aurelio dove conobbi Federico. C'erano Campanile, Zavattini, Metz, Marchesi, Attalo, Scarpelli, era una piccola università dell'umorismo con regole precise nella tecnica del far ridere, e lo scopo era quello di intervenire sulla realtà, che dovrebbe essere il fine dell'umorismo. C'erano delle rubriche come quelle di Giovanni Mosca che sotto il fascismo, quando non si poteva far critica, erano piccole lezioni di democrazia, critiche acute e sottili di cui il regime non si accorgeva. E non è vero che Fellini fosse impolitico o apolitico. Al contrario, era un regista fortemente politico, come si vede dalla satira sul fascismo fatta in Amarcord e dalla sua satira al maschilismo, che sono chiavi di lettura della realtà che lo circondava”.

Era un'amicizia molto forte, quella tra Scola e Fellini, nonostante la diversità del loro cinema:

“Con Federico fino all'ultimo giorno c'è stata una vicinanza particolare, ci facevamo fitte telefonate all'alba per 10 giorni poi magari non ci sentivamo per un mese. Lui veniva spesso a casa mia a cena, ci si trovava bene, ma a causa della cappa per togliere gli odori, che faceva vento, a volte cenava con cappotto, sciarpa e cappello e mi accusava dell'influenza che avrebbe preso per colpa mia. Non ci siamo mai scritti ma ci siamo sempre incontrati, come quando io protestai perché le tv di Berlusconi avevano messo la pubblicità in mezzo a Passione d'amore, quando avevo un contratto che lo proibiva, e Federico si indignò pubblicamente contro la barbara abitudine di interrompere le emozioni del cinema per parlare d'altro. Era un uomo acceso da sdegni furibondi verso l'ingiustizia, i soprusi fatti a uomini e cose. Era un uomo di grandi principi”.

Non resta che attendere l'uscita in sala di quest'opera, che ha anche un narratore e piccoli episodi ricostruiti, oltre al materiale di repertorio (tra cui un inedito backstage di Fellini in visita sul set de La famiglia) e che ci mostrerà il regista e il personaggio pubblico che tutti conosciamo ma anche, ne siamo certi, l'uomo che è stato e che pochi privilegiati, come Ettore Scola, hanno potuto chiamare amico.

Un regalo per tutti: Il set del documentario è aperto ai visitatori di Cinecittà fino al 23 giugno.





  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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