Interviste Cinema

Casey Affleck presenta il suo Light of My Life: "Scrivevo il film pensando alla mia vita, al mio rapporto con i miei figli"

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L'americano a Roma col suo (ottimo) secondo film da regista, thriller distopico con un padre e una figlia in un mondo post-apocalittico, evento di chiusura di Alice nella Città e nelle sale a partire dal 21 novembre.

Casey Affleck presenta il suo Light of My Life: "Scrivevo il film pensando alla mia vita, al mio rapporto con i miei figli"

"Sono rimasto uguale, mentre Anna pare cresciuta di dieci anni," dice Casey Affleck indicando la locandina di Light of My Life, il suo secondo film da regista dopo il notevole mockumentary I'm Still Here, che lo vede protagonista assieme alla sedicenne attrice canadese Anna Pniowsky.
Affleck e la sua attrice sono a Roma per presentare alla stampa italiana il film, evento di chiusura di Alice nella Città 2019 e in uscita nelle nostre sale il 21 novembre, distribuito da Notorious Pictures. Un film intenso e commovente (qui c'è la recensione scritta ai tempi del suo passaggio al Festival di Berlino) che racconta di un mondo post-apocalittico, dove una strana malattia ha ucciso tutte le donne del pianeta, lasciandolo in mano alla violenza e alla rapacità maschili, in un padre deve proteggere la figlia, rimasta immune alla malattia, tenendola nascosta dal resto del mondo.
"Ho cominciato a scrivere questa storia quando già ero diventato padre, quando il mio primogenito aveva quattro anni," racconta Affleck. "Quando ho finito, ne aveva dodici, e il mio secondo figlio quattro. Scrivevo cose che mi venivano in mente a partire dalla mia vita, e dal mio rapporto con i figli, accumulando frammenti, inserendo dialoghi che avevo avuto con loro, altri che avrei voluto avere e non avevo mai fatto, altri ancora che avevo avuto e avrei preferito non avvenissero. Il film," continua l'attore e regista, "parla di un padre che cerca di crescere una figlia: ogni genitore sa che il mondo è pericoloso, vorrebbe proteggere i propri figli, e insegnare loro a farlo da soli. E raccontare tutto questo nel contesto distopico di questa epidemia, in una situazione ancora più pericolosa per la ragazzina, rendeva ancora più difficile il compito del mio personaggio. Da un lato abbiamo questo nucleo familiare, dall'altro un mondo sull'orlo del disastro nel modo peggiore possibile. Mi piacciono questi film in cui si immagina che l'umanità si sta per estinguere, nei quali vengono distrutti i cardini e le sovrastrutture della società e nei quali emerge la vera natura dell'umanità, l'essenza delle persone."

Quale sia però il vero cuore narrativo del film, Affleck lo ha capito solo una volta terminata la scrittura, e grazie a Gus Van Sant.
"Quando stavamo girando Gerry," spiega, "chiedevo sempre a Gus di cosa parlasse davvero il film, e lui mi rispondeva di lasciare che i temi si trovassero da soli, che dovevamo pensare a raccontare la storia e basta senza farci troppe domande, e alla fine sarebbe stato il film stesso a rivelarsi a noi nella sua verità. Mentre scrivevo pensavo spesso alle sue parole," dice Affleck, "e lasciavo che le cose fluissero fuori da me senza farmi troppe domande. E alla fine ho capito che quello di cui parla davvero Light of My Life è dell'imparare a lasciar andare, in questo caso una figlia. E parla di violenza, e della spaventosa diffusione delle armi."
Quando gli chiedo del rapporto con "La strada" di Cormac McCarthy, con cui il film ha ovvie analogie ma che non ne sembra in alcun modo un plagio, Casey Affleck risponde con un altro aneddoto: "Cormac è uno dei miei scrittori preferiti, e "La strada" quello che preferisco dei suoi romanzi. Molti anni fa stavo girando con Lisa Kruger e Heather Graham un film [Committed, n.d.r.] vicino a El Paso, dove vive, e gli scrissi una lettera, invitandolo sul set. A quei tempi era giù noto, ma non così famoso e stimato come è adesso. Un giorno stavo girando una scena con Heather, nel mezzo del deserto. Era un campo lunghissimo, e a un certo punto, da lì dove era la macchina da presa, vidi due figure che si avvicinavano. Pensai fosse qualcuno venuto a dirci cosa stavamo sbagliando, ma erano Cormac e sua moglie. Si fermarono con noi sul set, e ricordo che mi raccontò che era alle prese con un nuovo romanzo, e quel romanzo era proprio "La Strada". Pensare al suo libro, mentre scrivevo, era inevitabile, per quanto mi sforzassi di non farlo," racconta Affleck. "Poi ho realizzato che quando scrivi essere completamente originale è impossibile, e ho smesso di pensarci. Ho deciso di fregarmene e di seguire il cuore, la pancia, i miei interessi. Un altro film cui ho pensato molto, mentre scrivevo, è stato Witness, per via del rapporto tra Harrison Ford e Lukas Haas, e per come parla della violenza. Sul set, invece, ho pensato molto allo stile di Chantal Akerman, che è stata senza dubbio un punto di riferimento per l'estetica del film."

Ovvio che, nell'era del #MeToo, una storia come quella di Light of My Life è stata letta da molti non solo in chiave intima e familiare, ma anche sociale e politica, nel suo raccontare di un mondo senza donne e dove è la violenza maschile a imperversare senza più argini, e anzi decuplicata: "Senza donne il mondo sarebbe un posto terribile, e il #MeToo ha cambiato molte cose, per il meglio, a Hollywood e in tutto il mondo," sostiene Affleck. "Mi chiedete se il mio è un film femminista? Potrebbe esserlo, non lo so. Non sono bravo abbastanza come scrittore da scrivere una storia e dargli un sottotesto politico. Le cose che scrivo sono cose che escono da me spontaneamente, le metto insieme e lascio che il film parli da solo. Non pensavo esplicitamente a a una metafora del mondo attuale. Si tratta di una espressione impressionista delle cose che mi stanno a cuore, e comunque le si voglia etichettare a me sta bene. Di certo mia mamma, che quando eravamo ragazzini non ci lasciava vedere un sacco di show televisivi in voga perché li riteneva sessisti, sarebbe molto orgogliosa di sapere che qualcuno pensa a questo come a film femminista."

Premiato con l'Oscar come miglior attore protagonista nel 2017 per la sua interpretazione in Manchester By the Sea, Casey Affleck non pensa che quel premio abbia cambiato qualcosa nella sua vita e nella sua carriera: "È stato però bello vedere riconosciuto il lavoro per un film che ho amato moltissimo e a cui tenevo, girato con un amico come Kenneth Lonergan. È bello sapere che piccoli film possono ancora trovare un pubblico e trovare riconoscimenti."
Quanto al suo lavoro di regista, "mi fa venire solo voglia di fare più film," dice. "Mi piace molto essere al servizio delle storie degli altri, ma mi piace anche raccontare quelle che interessano a me, quelle che voglio lasciare come eredità ai miei figlie e ai miei cari, quelle che riflettono chi io sia davvero."



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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