Interviste Cinema

Carosello Carosone: la storia del talento generoso di un artista vero antidoto alla tristezza

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La splendida avventura di vita e artistica di Renato Carosone è raccontata in un film per la televisione, Carosello Carosone, in onda su Rai 1 il prossimo 18 marzo. Ce ne parlano autori e protagonista.

Carosello Carosone: la storia del talento generoso di un artista vero antidoto alla tristezza

Ancora oggi è l’unico italiano capace di raggiungere per tre volte la prima posizione nella hit parade americana. Renato Carosone è stato uno dei lasciti più importanti della nostra musica del XX secolo, anche al di là dei nostri confini, se si pensa la portata universale di Tu vuò fà l'americano, canticchiata a ogni latitudine. L’attualità del suo repertorio degli anni ’40 e ’50 è confermata anche dal recente omaggio fatto a Sanremo, con Enzo Avitabile che ha proposto Caravan Petrol, uno dei successi dell’artista napoletano, raccontato ora in un film per Rai 1, Carosello Carosone, in onda giovedì 18 marzo in prima serata. Un biopic diretto da Lucio Pellegrini e con Eduardo Scarpetta, erede di una famiglia iconica dell’arte partenopea come quella degli Scarpetta/De Filippo.

Proprio la RAI ha ospitato, ovviamente a distanza, com’è d’obbligo in questa epoca pandemica, la presentazione alla stampa di un film che omaggia anche la televisione di stato. Infatti, e viene raccontato da Pellegrini, il 3 gennaio 1954 il programma L’orchestra delle 15 tenne a battesimo il primo numero musicale della storia della RAI, protagonista Carosone e il suo sestetto. “Scusi, ma esattamente di cosa si occupa questa RAI?”, chiede a un certo punto l’artista, riferendosi a una nascente realtà, a dimostrare quanto sia cambiato lo scenario dello spettacolo. 

Nutrito della musica tradizionale napoletana, oltre a quella classica, diplomato al Conservatorio, Carosone contaminò la sua produzione con i ritmi africani, conosciuti in prima persona vivendo nove anni nelle colonie italiane, in Eritrea, dal 1937 al 1946. Poi entrò in contatto con la cultura e la musica americana, particolarmente presente a Napoli in quegli anni. Ebbe grande successo anche in America, primo (e ancora unico) italiano in testa alle classifiche con tre brani.

Parlando di musica, è stato il maestro Stefano Bollani a comporre i brani originali e a ricreare le sue esibizioni in Africa, di cui niente è rimasto. “Di solito del musicista è raccontato il lato oscuro, come monito per far vedere cosa succede a fare l’artista, ma per una volta mi piaceva fosse una storia limpida, quella di un musicista che capisce il proprio talento e la propria missione e continua a incontrare persone che lo aiutano. Come a dire: si può fare, se segui il tuo talento il mondo ti aiuta. Se ho fatto questo percorso lo devo a Renato Carosone, per me un mito assoluto, che rispose a una mia lettera quando ero un bambino. Mi disse semplicemente di studiare comunque il blues, ‘perché è alla base di tutto’. Studiando, poi, sono arrivato in un attimo al jazz. Canticchio Carosone molto spesso, è un ottimo antidoto contro il primo accenno di tristezza.”

Sulla stessa lunghezza d’onda i produttori, Matteo Rovere e Sydney Sibilia per Groenlandia. “È un progetto che regala buon umore e ce lo ha messo per un anno e mezzo. Siamo felici di aver portato a compimento questa sfida non da poco. Lucio Pellegrini è riuscito poi a tirare fuori una storia con un cuore, cosamolto importante in questa occasione. Il figlio di Renato, Pino, ci ha fatto da padrino e condiviso il ricordo del padre, cosa abbia voluto dire crescere con un uomo di talento che ha vissuto una vita molto avventurosa. È un film sul talento e sulla capacità di affermarsi, riconoscendo il proprio valore, in un contesto complesso, grazie al lavoro, da parte di una persona che ha speso la sua vita a comporre musica e a regalare gioia agli altri”.

È proprio dall’ascolto di Tu vuò fà l’americano in un bar, secondo Rovere e Sibilia, è nata la loro voglia di raccontare la sua vita, quella di un’anima generosa, che lasciava sempre spazio agli altri, non era mai sul palco senza la sua band. “Una storia poco conosciuta, ma le canzoni sono ancora nelle orecchie di tutti”, aggiunge il regista, Lucio Pellegrini. “Un personaggio esplosivo per la storia della nostra musica, con una vita personale così interessante. Potevamo raccontare anche la rinascita dopo la guerra del paese intero, una vicenda attuale. È stato particolarmente divertente rimettere in scena i suoi spettacoli dal vivo, veri pezzi di cabaret, anche con le ingenuità dell’epoca. Ogni esibizione era un piccolo show, in cui presto Renato iniziò a fare da spalla a Gegé Di Giacomo, senza perdere la sua centralità, l’ironia e il calore che hanno fatto la sua fortuna. La storia si svolgeva in tre continenti, ma noi abbiamo girato a ottobre, in pieno arrivo della seconda ondata di coronavirus, quindi non potevamo muoverci dall’Italia. C’è voluto uno scrupoloso lavoro di preparazione, volendo mantenere uno sguardo sul passato fra il realistico e l’astratto.”

Un emozionantissimo Eduardo Scarpetta, per la prima volta protagonista in un film, ha incontrato la stampa raccontando il suo scrupoloso lavoro di preparazione. “Ho studiato per un mese e mezzo, sia musica che canto, con il maestro Ciro Caravano, che è stato già mio insegnante al Centro Sperimentale. Dovevo riuscire ad articolare le mani in maniera credibile. Lui era a Salerno, io a Napoli, per cui mi sono dovuto esercitare spesso a distanza, ho comprato per l’occasione una tastiera Yamaha da 450 euro, magari un giorno deciderò a imparare a suonare il pianoforte. È stata dura, anche frustrante quando mi impegnavo ma non ottenevo un risultato accettabile per Ciro. Rifacevo o ricantavo continuamente a casa da solo. Poi ho registrato prima delle riprese le canzoni con lui e il maestro Stefano Bollani. Ma non si dica che sono un cantante, non mi permetterei mai. Delle riprese a Napoli mi è piaciuto il fatto che vivevamo tutti nella bolla di uno stesso hotel, anche se casa mia era a 50 metri, per le misure di sicurezza anti Covid. È stata una bella sensazione, specie come attore di teatro, perché abbiamo ricreato il clima di una compagnia. Ho molta stima per quello che da napoletano per me è il Maradona della musica, che ha 39 anni ha lasciato la carriera, una scelta per me comprensibile e condivisibile, perché era arrivato al massimo e sarebbe solo potuto scendere da quel momento e si è detto, ‘prima che accada io lascio’. Poi il suo amore per Lita, lui innamorato di una sola donna per tutta la vita, riconoscendone il figlio."

Lita, nome confidenziale di Italia Levidi, è interpretata da Ludovica Martino, giovane talento in ascesa, una delle sorprese di Skam Italia. “Per me è il primo personaggio realmente esistito, in questi casi la responsabilità è importante, in più era molto diversa dagli altri che ho interpretato. Abbiamo cercato più informazioni possibili su di lei, anche se non ce ne sono molte. Mi piace pensarla sempre accanto a Renato e non sua ombra, una donna indipendente, specie per i tempi, ballerina di swing in Africa, ha lasciato la terra natale da giovane e poi si è spostata in tutto il mondo con lui. Mi ha colpito per i suoi guizzi di indipendenza, camminavano una di fianco all’altro. È la storia di un amore vero, con Renato che accoglie anche il figlio di Lita, in un gesto da gentiluomo d’altri tempi”.

foto di Andrea Pirrello

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