Interviste Cinema

Carol arriva al cinema: ce ne parla il regista Todd Haynes

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Il film con Cate Blanchett e Rooney Mara da domani, 5 gennaio, nei cinema italiani.

Carol arriva al cinema: ce ne parla il regista Todd Haynes

Arriva nei cinema italiani il 5 gennaio Carol, il film di Todd Haynes con protagoniste Cate Blanchett eRooney Mara. Ambientato nella New York degli anni 50, Carol racconta la storia di due donne appartenenti ad ambienti molto diversi, travolte da una reciproca passione.
Di questo suo nuovo film, candidato a 5 Golden Globe, e del suo cinema in generale ci parla il regista Todd Haynes.

Domanda: Un elemento che sembra comune, perlomeno negli ultimi film che ha realizzato, è una certa tensione all'interno della storia, una dialettica relativa al tempo: la tensione tra il passato e il presente. Un aspetto che esplode in Io non sono qui ma che è anche presente in Carol e in molti altri suoi lavori. Lei sembra realizzare film aggrappati a un'idea di passato che riflette un'idea di presente. È d'accordo?

Risposta: Dice perché la maggior parte sono film in costume, per questo? Sì, credo che in parte venga da un puro ed egoista desiderio che ho di viaggiare nel tempo. In questo modo sento di aver vissuto, perlomeno per un po', in quei periodi raccontati nei film, e di aver imparato qualcosa su quel tempo e quei luoghi. Ma credo anche che riguardi quest'insistenza, questa tendenza che ho di incorniciare nell'inquadratura qualcosa che gli spettatori possano osservare: di permettere loro di guardare dentro un'epoca diversa. Fatto ciò, sta a loro individuare quello che ha rilevanza nel presente, ritrovarsi dentro quell'inquadratura di un altro tempo. Quando non c'è cornice, non c'è inquadratura, allora forse non c'è nulla con cui chiediamo allo spettatore di connettersi, o cui aggiungere qualcosa, o contribuire in qualche modo.

D: Parlando di cornici e inquadrature: il modo in cui ha girato Carol mi è sembrato estremamente preciso e organizzato. Sembra a tratti esplicitamente geometrico, con uno studio attento dei vuoti nell'inquadratura e di quello che la riempie. A volte lei fa muovere i suoi personaggi, ma la macchina da presa rimane ferma, quindi sullo schermo appaiono degli strani dettagli di queste donne e della situazione che vivono. Come mai questa scelta?

R: È interessante: credo che in generale si sia trattato di un processo consapevole di riduzione, di distillazione. Si trattava di individuare quei momenti... C'è una parte molto bella nel libro da cui il film è tratto [“Carol” di Patricia Highsmith, noto anche come “The Price of Salt”, n.d.r.], che in parte è anche nel film, in cui Carol poggia la sua mano sulla spalla di Therese, che l'è andata a trovare a casa e sta suonando il pianoforte. Posa la mano sulla spalla di Therese e, molto rapidamente, le dà un bacio sulla sommità del capo. Avviene tutto molto velocemente, ed è tutto raccontato dal punto di vista di Therese: lei sente le dita di Carol bruciare sulla sua pelle, e non riesce poi a ricordare quel bacio. È come quando ti stai innamorando: non ritrovi le cose che vorresti conservare di più nella tua memoria, perché sei distratto da qualcos'altro. Così credo che il processo sia stato concentrare l'attenzione su piccoli dettagli, che a volte magari ti fanno guardare da un'altra parte in situazione cruciali: si tratta di quell'interessante, quasi folle e cieca ricerca di indizi e di linguaggi che provengono da un'altra epoca, per capire che cosa sta succedendo.

D: Ha parlato di dita che bruciano sulla pelle. In Carol c'è molto calore, anche se magari si tratta di un calor bianco. Non esplode mai, cova sempre sotto la neve, a parte forse quell'attimo in cui Cate Blanchett scatta di fronte agli avvocati, un momento di grande emozione. Come ha lavorato su questo aspetto, sul mantenere questo tono?

R: Beh, si tratta ancora una volta di riduzione, di minimizzare l'azione così che quando accade qualcosa di davvero importante, presti la massima attenzione. Una dei più grandi filmmaker dei nostri tempi, Chantal Akerman, è morta pochi mesi fa, e nel suo capolavoro Jeanne Dielman ha padroneggiato questo stile come nessuno, ha dimostrato cosa può fare l'understatement. Fare un film sulla routine dei lavori domestici, su una donna in cucina che prepara la colazione tutte le mattine, e lasciare fuori tutti quei grandi eventi sui quali i film solitamente sono incentrati, rovesciando quello che è importante, attira in realtà un'attenzione così acuta e ricca di suspense sulle piccole cose, al punto tale che ti trovi a sobbalzare quando qualche dettaglio va storto in quella routine, in quel rituale, più avanti nel film. Quando l'ho visto, da giovane, ero impressionato da quanto insegnasse e quanto fosse in grado d'ispirare, e credo che qualcosa di quell'esperienza sia finita in Carol. Anche se non in forma così consumata e sperimentale e capace d'ispirare come in Jeanne Dielman, ma comunque. Chantal Akerman è stata una grande ispirazione, sicuramente.

D: Cate Blanchett e Rooney Mara sono oggi, secondo la mia opinione, quanto di meglio si possa trovare nelle rispettive generazioni. E penso che lavorare con loro sia al tempo stesso un'ispirazione e, forse, qualcosa di simile a una sfida quasi inquietante per un regista. È stato così anche per lei?

R: No, non è stata affatto una sfida. Devo dire la verità, è stata un'esperienza che ci ha legato molto, mi sentivo sicuro guardando attraverso la stanza e vedendo Rooney lì davanti a me così spesso, quasi tutto il tempo. E questa è stata la mia seconda esperienza di lavoro con Cate, è stata lei che mi ha portato il film, lei era legata al progetto da prima del mio ingresso. Quello che entrambe sono capaci di fare è così notevole perché tutte e due, in qualche modo, interpretano una dualità. Cate interpreta l'immagine pubblica di Carol, la Carol vista dagli occhi di Rooney, ma interpreta anche la vera donna dietro quell'immagine, quella che alla fine del film diventa il vero soggetto della storia. Rooney, invece, interpreta un personaggio ingenuo e vulnerabile, una ragazza che è una pagina bianca, che poi però cresce, e cambia, e tu lo vedi dalla sua postura, dai suoi capelli, dal suo corpo, dal suo portamento, da come si muove. Non abbiamo girato il film in sequenza, così che entrambe hanno interpretato quei loro due personaggi allo stesso tempo. Un lavoro molto sottile, ma essenziale al funzionamento e alla riuscita del film.

D: Non so se lei conosce il lavoro di Nanni Moretti, e un film che si chiama Palombella rossa...

R: Conosco Moretti ma non sono sicuro di aver visto quel film...

D: C'è una scena, in quel film, nella quale un gruppo di persone sta guardando il Dottor Zivago in televisione. È la fine del film, e tutti iniziano a gridare "Voltati! Voltati!" a Lara, perché si accorga di Omar Sharif. E io ho provato la stessa cosa, in Carol, ero lì e mi dicevo "Ti prego, voltati, ti prego guarda Rooney Mara." C'è una connessione, o ero solo io?

R: Non rivedo Il dottor Zivago da tanto tempo. Credo che ci siano tanti momenti, in Carol, durante i quali ti chiedi quando, e come e dove queste donne faranno finalmente l'amore. Osservi i loro passi avanti, e ci vuole del tempo nel film perché ciò avvenga, e leggi il tutto avvenire contro il tempo e il luogo in cui le cose stanno succedendo, e pensi 'come possono queste donne farlo accadere, se vogliono farlo accadere? quali sono i codici delle possibilità?', e quindi c'è un elemento di suspense su come manovrano il loro desiderio in questi tempi avversi. Ci sono elementi inaspettati, come il fatto che due donne potessero fare il check-in in un hotel nel 1953 in maniera molto più accettabile di quanto avrebbe potuto fare una coppia etero non sposata a quel tempo. Ci sono sorprese su quello che è considerato 'permesso', e su dove si potessero trovare dei piccoli momenti di libertà. Ancora una volta stai leggendo la realtà contrapponendo i codici di quel tempo a quelli di oggi.

D: Un'ultima domanda. Sta raccontando figure femminili molto forti nel corso dei suoi ultimi lavori: penso ovviamente a Lontano dal Paradiso, a Mildred Pierce e a Carol. Si tratta di un disegno conscio, è frutto del caso, o sta forse cercando di dare, in qualche modo, un senso a quel complesso prisma di personalità che le donne possono essere e sono?

R: Sì, è così. A ogni cosa che lei ha detto rispondo di sì. È qualcosa che faccio consciamente e che porta una grande dose di eccitazione per il potenziale narrativo che è insito negli aspetti di critica sociale che le storie, i setting, le epoche, i posti e le donne portano con sé, le vite di queste donne che riflettono in maniera pregnante e compatta aspetti delle nostre. Ma sono anche tutte figure che resistono, in qualche modo, a modelli identitari che gli vengono imposti: come donne, madri, mogli. Ho girato anche film con protagonisti uomini che sono artisti, e che in qualche modo combattono allo stesso modo modelli identitari che gli vengono imposti. In questo senso possiamo certamente parlare di un continuum. Ma mi piace anche cambiare i setting, e mi piace esplorare diverse forme di repressione, da un film all'altro.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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