Interviste Cinema

C'era una volta... a Hollywood: ne parlano Quentin Tarantino, Margot Robbie e Leonardo DiCaprio

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Dopo il red carpet bagnato di venerdì sera la stampa ha incontrato le star e il regista in occasione della presentazione italiana del suo attesissimo nono film.

C'era una volta... a Hollywood: ne parlano Quentin Tarantino, Margot Robbie e Leonardo DiCaprio

Dopo il bagno di folla col red carpet di venerdì sera al cinema Adriano, la due giorni romana di Quentin Tarantino, Margot Robbie e Leonardo DiCaprio è proseguita con una breve conferenza dopo la presentazione alla stampa del nono, bellissimo film del regista, C'era una volta... a Hollywood. Si tratta di un film che ha come al solito più livelli di lettura, ed è insieme album dei ricordi, storia di un'amicizia e di un'epoca che cambia, straordinaria lettera d'amore al cinema. Tarantino è rilassato e felice, come ogni volta che arriva in quella che è ormai a tutti gli effetti la sua seconda patria, Margot Robbie è di poche ed essenziali parole e Leonardo DiCaprio al solito molto serio e professionale nel parlare di un film in cui tutti gli attori (loro e il purtroppo assente Brad Pitt in particolare) hanno modo di risplendere. Siamo sicuri che quando C'era una volta... a Hollywood arriverà in Italia il 18 settembre il pubblico lo amerà come merita, e fin da ora consigliamo di vederlo - dove ovviamente possibile, come abbiamo potuto fare noi - in una sala che ancora lo proietti in pellicola e nella versione originale.

Parlando del suo personaggio, il cowboy del piccolo schermo Rick Dalton che cerca una difficile transizione verso il cinema nel fatidico anno 1969, DiCaprio ha messo in evidenza come fosse già delineato in fase di sceneggiatura, che definisce:

“Un copione geniale su questi due personaggi, un attore e il suo stuntman ai margini di Hollywood, che osservano il cambiamento della cultura e del cinema mentre cercano di sopravvivere. Ma quello che era interessante nel suo approccio era anche il breve periodo di tempo in cui tutto si svolge, un paio di giorni. Le mie prime conversazioni con Quentin riguardavano proprio come creare l'anima del personaggio in così poco tempo. Buona parte aveva a che fare col personaggio che lavorava in uno show televisivo che faceva controvoglia e diventava lo sparring partner al cinema nel ruolo del cattivo per una nuova generazione di attori. Il nostro processo creativo è stato pensare quei momenti e quei dettagli per trasmettere al pubblico la vera natura di quest'uomo. E a questo contribuisce lui che sbaglia le battute, quando dà di matto nella roulotte e l'idea che sia un personaqgio bipolare, che deve venire a patti col fatto che è mortale e che la cultura e il cinema stanno cambiando malgrado lui”.

Il personaggi di DiCaprio, Rick Dalton, interpreta una serie di ruoli in telefilm - veri e non - dell'epoca, quanto lo ha interessato questo aspetto?

“Uno dei privilegi del fare l'attore è anche quello di affrontare soggetti che non sono nel tuo bagaglio. Come sapete tutti Quentin è un grande cinefilo, ma conosce allo stesso modo anche la musica e la tv. Perciò ho dovuto vedere un sacco di telefilm di cowboy degli anni Cinquanta, che non avrei mai visto altrimenti ma che lui ama moltissimo e per cui ha un incredibile rispetto, eguale se non maggiore di quello per i capolavori che tutti rispettiamo. Ha attinto a molti attori diversi per questo ruolo, da Ty Hardin a Ralph Meeker, ed è stato bellissimo vedere il suo amore per un attore che io non conoscevo e lavorare partendo da quel rispetto a quell'indagine su come un personaggio così può essere dimenticato nel tempo, questa è stata la base del nostro lavoro creativo”.

Quentin Tarantino parla del film in cui Sharon Tate va a vedersi al cinema, The Wrecking Crew (e si sbellica dalle risate quando sente il titolo italiano. Missione compiuta stop. Bacioni, Matt Helm):

“L'ho visto a 6 anni e ricordo che ero già un fan di Dean Martin, che con Jerry Lewis era  ovviamente famosissimo, ma che restai conquistato da Sharon Tate in quel film, dove interpretava un goffo agente segreto. Aveva un dono naturale per la commedia slapstick, che per un bambino di 6 anni era il massimo. Fu fantastico. Lo vidi al Garfield Theatre di San Diego e ricordo il pubblico che si scompisciava dalle risate. Allora feci quello che Sharon fa nel film: andai a vedere la locandina e chiesi chi era che interpretava Miss Carlson e mi dissero che era l'attrice della Valle delle Bambole. The Wrecking Crew è un film piuttosto scemo, io sono un fan del regista Phil Karlson ma non di quello, ma lei è fantastica, affascinante, divertente, e mi è piaciuta perciò anche l'idea di utilizzarne dei veri spezzoni, con lei che all'improvviso combatte con Nancy Kwan in una scena coreografata da Bruce Lee”.

Non mancano ovviamente nella storia molti espliciti riferimenti agli spaghetti western, che Tarantino, come tutti sanno, a differenza di Rick Dalton ama moltissimo.:

“Sono un fan dei film di genere e dei cosiddetti B-movies e ho sempre amato l'approccio italiano al genere: i gialli, gli spaghetti western, i poliziotteschi, le commedie sexy, i film di guerra... I poliziotteschi prendevano spunto da film come Il braccio violento della legge e da quelli dell'Ispettatore Callaghan, i western avevano quelli americani degli anni Cinquanta come punto di partenza ma gli italiani li hanno reinventati e io adoro quest'idea di reinventare un genere per un nuovo tipo di pubblico, penso sia fantastico. Quei registi, Leone, Corbucci, Sollima, Tessari ecc,, hanno quasi tutti iniziato come critici cinematografici, poi sono passati a fare gli sceneggiatori e i registi di seconda unità ed erano innamorati del cinema ed entusiasti del genere, come i registi ex critici della Nouvelle Vague. Amo questo entusiasmo e quello che rende italiani questi film, cioè il loro avvicinarsi all'Opera, l'essere larger than life, a volte surreali, amo la loro grandezza. Il primo libro sugli spaghetti western che ho letto era inglese e si intitolava “Spaghetti Western: the Opera of Violence” e penso che sia quello che ho sempre cercato di fare io”.

Margot Robbie parla dell'esperienza molto realistica di lavorare sul set del film::

“Il giorno in cui lavoravamo a quella scena di The Wrecking Crew lui mi ha raccontato che quella cosa era successa a lui quando era andato al cinema a vedere Una vita al massimo, che aveva scritto, e aveva chiesto se poteva entrare gratis, visto che ci aveva lavorato. L'ho trovata una storia molto dolce e penso che come un sacco di cose in questo film questi piccoli ricordi di Quentin che lui ci ha inserito lo abbiano reso molto più intimo e speciale. Ovviamente io non c'ero e non potevo ricordare la Los Angeles del 1969, ma Quentin c'era e non appena ho letto la sceneggiatura mi sono sentita trasportata leggendola dal suo punto di vista, come doveva essere a quell'epoca, il che me lo ha reso più reale. Era tutto molto dettagliato, dalle pubblicità alle canzoni che passavano alla radio, era reale, c'era poco lasciato all'immaginazione. Lui non fa affidamento sugli effetti digitali e oggi non succede quasi più di trovarsi su un vero set, perciò non posso neanche cominciare a dirvi che gioia è stata non solo fare quella scena, ma trovarmi nella Hollywood del 1969, perché mi sentivo proprio lì. È stata una delle gioie più grandi della mia carriera, non so se mi capiterà ancora”.

Quanto è cambiata Hollywood da quei tempi?

“È già così dversa da quella degli Novanta quando ho iniziato - dice Tarantino - che non saprei da dove cominciare, la prima cosa che mi viene in mente me la suggerisce quello che ha detto Margot. La gente prima costruiva realmente i set, non erano aggiunti dopo. Space Vampires di Tobe Hooper ad esempio veva questi magnifici, enormi set, per Corsari di Renny Harlin costruirono questo intero villaggio e fecero delle incredibili sequenze d'azione, dovevano impegnarsi, costava una fortuna e si vedeva sullo schermo. Ora anche i film a grosso budget non hanno tempo per queste stronzate e io penso che sia una perdita terribile che danneggia i film e ha portato a una perdita ancora peggiore nell'artigianato. Una delle mie paure peggiori per quel che riguarda il cinema digitale è che prima c'era un grandissimo impegno e tantissimi artigiani che si impegnavano per catturare un'immagine in modo perfetto. E questa è un'arte che si sta perdendo”.

Infine, una domanda per DiCaprio: si avverte la responsabilità di essere l'attore di riferimento di registi come Tarantino o Scorsese?

"Perfino il termine reponsabilità mi mette paura, io sono cresciuto come fan dei film e del cinema, penso che ogni aspirante attore o regista la prima cosa che deve fare sia di vedere più film possibili, trovare i suoi eroi e creare la propria identità salendo sulle spalle dei giganti. Ci sono tantissimi generi e storie che mi hanno influenzato e che hanno creato la mia personalità, quindi la mia responsabilità sta nello scegliere di lavorare con chi mi possa spingere a migliorare, con un regista che sia in grado di unire la performance che esce dalla sceneggiatura e la storia facendo in modo che arrivi a toccare il pubblico, che è un dono davvero raro. Per me il cinema dipende sempre dal regista".

E Quentin Tarantino si conferma, con questo suo nono film (di cui riparleremo più dettagliatamente nei pressi della sua uscita), uno dei più grandi registi contemporanei e - a nostro avviso - anche quello che ha offerto a DiCaprio i suoi ruoli più coraggiosi e inattesi, che lo hanno visto uscire dalla sua comfort zone per lasciarsi plasmare dalla visione di un vero demiurgo.



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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