Interviste Cinema

Butterfly Zone: interviste a regista e cast

Arriva nelle sale in venti copie un film indipendente italiano, che ha vinto il Meliés d'argento all'edizione 2009 del Fantafestival. Un film decisamente bizzarro e anomalo, che sfugge a qualsiasi classificazione.

Butterfly Zone: interviste a regista e cast

Butterfly Zone: interviste a regista e cast

Arriva nelle sale in venti copie un film indipendente italiano, che ha vinto il Meliés d'argento all'edizione 2009 del Fantafestival. Un film decisamente bizzarro e anomalo, che sfugge a qualsiasi classificazione, e che prende le mosse dal lascito fatto da un padre (Francesco Salvi) al figlio Vladimiro (Pietro Ragusa): un vino, chiamato Caresse de Roi, che permette di viaggiare avanti e indietro nell'Aldilà. Un aldilà decisamente strano, in cui Vladimiro e l'amico Amilcare (Francesco Martino) si recano inconsapevoli, e da cui finiscono per riportare nel nostro mondo un serial killer con una sua missione (Damir Todorovic). Tra spiriti, extraterrestri e misteriose organizzazioni, i nostri incontrano anche un senatore (l'ex pugile Patrizio Oliva) e una misteriosa 'donna baffuta' (l'irriconoscibile Barbara Bouchet).

Ce n'è abbastanza per incuriosire lo spettatore, che può uscire perplesso dalla visione (“è un film per un pubblico semplice”, dice il regista, “senza sovrastrutture”). E proprio Luciano Capponi (debuttante o quasi nel cinema ma con alle spalle una lunga carriera di autore e regista teatrale e televisivo), ci commenta la bizzarria della sua rappresentazione: “Non credo che qualcuno sia in grado di dirci cosa c'è dall'altra parte. E mi piace moltissimo che tu l'abbia definito bizzarro. Significa che io ho colorato l'aldilà come penso sia plausibile, come lo sento io, cioè soave. Per me la vita è soave e anche l'aldilà lo è”. E' per questo che ha chiesto ai suoi attori un tono sempre divertito e allegro, sopra le righe? “Noi qua abbiamo la tragedia, la commedia, il dramma, la farsa e l'assurdo. Ognuno di questi è un cliché di come si interpreta la vita. Io invece ho osservato i bambini e gli animali. Non hanno logica comportamentale, seguono l'istinto. Come dice un personaggio nel film: il pensiero parla, l'anima respira. Quindi ho cercato di comunicare questo agli attori: sentiamo quello che stiamo facendo, con un sorriso”.

Damir Todorovic è un ballerino e attore teatrale di Belgrado, dall'aria molto pacata e gentile, che ultimamente il nostro cinema utilizza in ruoli di straniero cattivo, e che stavolta riveste addirittura i panni di un serial killer: “E' stato interessante scoprire la mente di un serial killer che torna dai morti tra i vivi, e continua a divertirsi ammazzando le persone. Perché diventa umano, ha fame, e cerca di arrivare al suo punto massimo che è il potere. E' stata un'esperienza molto bella, che forma un anello della catena che si sta creando, a proposito del cinema italiano, per me che vengo dal teatro e faccio dei personaggi negativi, cattivi, problematici ecc. Questo film così particolare è stato molto sorprendente”.

Francesco Martino ha il personaggio forse più esuberante e gridato, quello di Amilcare, in netto contrasto con la sua aria da bravo ragazzo colto e perbene. “In realtà la cosa carina è che avevo fatto il provino per l'altro personaggio, Vladimiro, ma il regista mi ha detto che voleva farmi fare Amilcare. E' stata una bella sorpresa perché è un tipo di ruolo che non mi danno mai, il ragazzo romano, figlio del salumiere, che parla in dialetto, ed è una cosa di cui sono molto riconoscente al regista. E' un piccolo grande eroe, nel senso che fa delle cose molto tenere, è molto ingenuo, ma è un ragazzo che a modo suo vuole una vita e una giustizia migliori. Nel suo piccolo, partendo da queste origini umili, nel film arriva a fare delle cose molto eroiche. E' stato molto divertente e gli ho voluto molto bene”.

Il simpaticissimo Pietro Ragusa  ha il ruolo di Vladimiro, e così ci ha parlato del suo personaggio: “Nella vita quotidiana in apparenza non è molto felice, anzi, il film inizia con la morte del padre, e lui sembrerebbe anche molto distaccato da questo evento. Poi il padre gli fa un regalo, l'ultimo regalo, questo vino che gli permette di andare col suo amico Amilcare nell'aldilà, e scopre in qualche modo anche un'altra parte di se stesso”. Ma cosa ha pensato la prima volta che ha letto un copione così strano? “La prima cosa che ho pensato è che non avevo mai letto una storia così e non avevo mai interpretato un personaggio del genere. Mi sono reso conto che sarebbe stata una sfida molto interessante, ed è stata una bellissima esperienza perché col regista e coi miei colleghi abbiamo lavorato molto bene. Abbiamo lavorato molto col regista prima del film, facendo anche – cosa che non capita quasi mai – delle prove prima di arrivare sul set”. Ragusa, scherza sul fatto che il vino Caresse de Roi, inventato da Luciano Capponi, è stato poi effettivamente prodotto da un'azienda vinicola del viterbese, la Tenuta Ronci di Nepi, e che, “come dire...è ottimo ma non funziona, insomma nell'aldilà non ti ci porta, anche se ti fa stare molto bene”.

Barbara Bouchet, infine, torna al cinema col ruolo di una donna dell'aldilà, dura e tenebrosa, in cui la cosa che l'ha divertita di più è stata proprio la possibilità di essere “cattiva e irriconoscibile”. “Sono stata proprio io a chiamare Luciano quando ho letto il copione per dirgli 'la donna è mia!' e a dirgli anche che volevo creare un personaggio, non volevo che fosse la solita Barbara Bouchet, il simbolo del sesso, non mi importava che fosse giovanissima o bellissima ma mi bastava che ci fosse qualcosa da creare. Spesso purtroppo oggi quando mi propongono un ruolo non riescono a vedermi in un altro modo. Ho lasciato il cinema a 39 anni per questa ragione, perché i ruoli erano sempre gli stessi e io alla fine mi sono detta 'ma posso fare ancora il simbolo del sesso a 39 anni? No, non mi va di fare sempre lo stesso copione, esco, divento più vecchia e faccio un'altra cosa.' E quindi ho fatto la ginnastica, le palestre, varie cose, e avevo intenzione di rimanere fuori dal cinema per 10 anni che poi sono diventati venti. Non ero invecchiata abbastanza. E' stato grazie a Gangs of New York di Martin Scorsese che sono rientrata, e adesso rimango. Con la speranza di interpretare sempre più cattive”. Il look del suo personaggio come è nato? “E' cresciuto pian piano, prima i capelli neri, poi la volta successiva in cui mi sono presentata alla prova trucco Luciano mi ha detto 'ho un'idea fantastica, facciamole i baffi!' e io 'sì!', e per il fatto che io dipingo e lui lo sapeva mi ha detto 'facciamone una specie di Salvador Dalì al femminile'. E così è nata la donna baffuta”.

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  • Saggista traduttrice e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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