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Interviste Cinema

Bud Spencer, le avventure, l’amore, le passioni di una vita smisurata

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Abbiamo incontrato Cristiana Pedersoli, con cui abbiamo parlato del suo divertente e toccante libro, Bud un gigante per papà, dedicato a uno dei volti più amati nel mondo del cinema italiano nel Novecento.

Bud Spencer, le avventure, l’amore, le passioni di una vita smisurata

Sono passati quattro anni dalla morte di Carlo Pedersoli, in arte Bud Spencer. Semplicemente una delle icone più amate del cinema italiano del Novecento. Insieme a Terence Hill formava una coppia che ha divertito milioni di bambini e adulti, in tutto il mondo. Una figura che ora viene ricordata dalla figlia Cristiana nel libro Bud un gigante per papà, appena edito da Giunti. Così apre le pagine della sua raccolta di ricordi, aneddoti e racconti sulla vita, o meglio sulle tante vite del padre. 

“Mancare deriva da mancus, monco, imperfetto. In fondo, è proprio così che la nostalgia di te mi fa sentire: monca e imper- fetta, orfana della girandola colorata di emozioni che sapevi far girare, delle tue risate profonde e delle filastrocche napoletane, del caldo abbraccio della tua vociona”. Ci perdonerà Cristiana Pedersoli se diciamo che manca tanto anche a tutti noi, cresciuti con le sue mangiate e le sue cavalcate, in compagnia di Terence Hill,  con le sberle che facevano un rumore che faceva tanto ridere e sognare, distraendoci da tutto, catapultandoci in un mondo magico, polveroso in cui non ci si annoiava mai.

Abbiamo incontrato Cristiana Pedersoli per parlare del suo libro, divertente e toccante.

Come mai manca a così tante persone suo padre, come mai è così amato e in così tante parti del mondo?

La cosa incredibile e una delle eredità più grandi che ci ha lasciato è questo amore così grande da parte di tutto il suo pubblico. Ci inorgoglisce, è qualcosa di veramente straordinario, forse perché il suo film più bello l’ha creato con la sua vita, aveva capito come accettare la vita per quello che era, rimanendo semplice e umile. Forse è stato lo sport ha insegnargli come può arrivare il successo, con i soldi, ma ci sarà un momento in cui passerà e bisogna sapersi reinventare. La cosa più importante è la forza in sé stessi che lui aveva e i fan hanno riconosciuto una persona autentica sullo schermo, amata al di là dell’attore e del personaggio, come essere umano.

Ha sempre rivendicato la persona, prima dell’attore e del personaggio, la sua umanità

Non si è mai sentito un attore, non ha mai fatto una scuola, al contrario di Terence che ha sempre voluto farlo e ha studiato per diventare attore. Papà ci si è trovato per caso con Giuseppe Colizzi in Dio perdona… io no!, ma accettò di farlo perché doveva pagare delle cambiali, pensando che sarebbe stata anche l’ultimo, come accadeva per ogni film, ma ha continuato all’infinito creando una carriera fantastica. Non si è mai distaccato da quel personaggio, gliene hanno offerti anche altri, stimolandolo per mettersi in gioco in ruoli diversi, ma lui si riconosceva in quel personaggio e non voleva deludere il suo pubblico, portando anche molto di sé stesso in Bud Spencer.

Le è sempre piaciuto il nome d’arte Bud Spencer, che rapporto aveva con questo nome diverso di suo padre?

Lo trovavo divertente. Spiegava che era nato da bud, bocciolo, in contrapposizione con la sua stazza da grande e grosso. Da piccoli ce lo spiegava, anche con il riferimento a Spencer Tracy. Era una necessità iniziale per differenziarsi e non usare il nome di sportivo, pensando poi che sarebbe stato un unico film, poi in quel periodo c’era l’esigenza di avere dei nomi americani. Mi è sempre piaciuto come nome, lo trovavo divertente, e ogni tanto per scherzare lo chiamavo anche io Bud.

I set invece cosa rappresentavano per lei?

All’inizio i nostri genitori ci portavano facendoci saltare mesi di scuola per stare vicino a nostro padre. Capisce che per una ragazzina passare ore sui set era più divertente, anche se certe volte diventava noioso quando le scene si ripetevano tante volte. È stato però una vera magia, un’esperienza indimenticabile.

Qual è stato il rapporto di suo padre con Terence Hill, nell’immaginario sono quasi inscindibili?

Papà aveva il dono di sognare, insieme hanno fatto sognare il pubblico, sorridere i bambini, riunire le famiglie, regalare un po’ di serenità prendendo a cazzotti le cose brutte e la tristezza. È il loro merito più grande. Erano molto diversi, ma due genituomini, due credenti, due persone perbene. Poi ogni volta che iniziavano a girare si creava una magia sul set, si divertivano come pazzi e si è creato un rapporto affettivo durato tantissimi anni. Papà non aveva gelosie o invidie, sentimenti negativi. Era facile avere a che fare con lui.

Il suo libro parla molto di aneddoti e passioni. Sembra proprio che la sua vita sia stata extra large, sognata ma anche vissuta in prima persona. Secondo lei qual era la vera grande passione di Bud Spencer?

Amava le sfide con sé stesso, per verificare quale fossero le sue abilità, i suoi limiti. Aveva una grande passione per tutto ciò che aveva un motore: macchine, barche, ma la più grande è stata sicuramente quella per gli aerei, aveva iniziato a pilotare nel film Più forte ragazzi, dove decollò con un aereo di scena durante le riprese, quando doveva lasciare la cloche al pilota. Aveva osservato per tutti quei mesi come atterrava e decollava, e quel giorno decollò lui nel panico totale dei produttori e di mia madre. Quello fu il suo battesimo del volo. Si sentiva sopra al mondo, più a contatto con Dio, con tutto quell’universo là sotto così piccolo. Si creava i suoi momenti di grande pace interiore. Poi aveva senz’altro anche la passione per la musica, scriveva canzoni e suonava, ma sempre da autodidatta. Diceva di essere dilettante in ogni cosa che faceva, e che essere dilettanti era importante perché ti permette di fare tante cose, perché se ti concentri su una sola poi fai solo quella e tralasci tutte le cose belle che puoi fare, i sogni che hai.

Come viveva il successo, la notorietà?

È sempre stato molto riservato, poco mondano, poco addentro al mondo cinematografico. Amava le lettere dei suoi fan, ma sempre con semplicità, mai sentendosi superiore agli altri.

Ha vissuto molte vite in una, come racconta bene nel libro, ma c’è un momento in particolare che è stato per lui cruciale, quello fra la fine della sua carriera sportiva e l’inizio, come detto casuale, di quella cinematografica. Cosa è successo fra queste due vite?

La sua vita è stata il suo capolavoro più grande. Ci furono i successi personali come campione di nuoto, come olimpionico, poi, come lo sport insegna, ci sono un inizio e poi una fine. Un campione non può rimanere in eterno tale, c’è a un certo punto qualcuno che supera il tuo record e da quel momento tu non sei più nessuno. Lì lui ha cercato di scoprire chi fosse realmente, voleva capire se aveva un suo equilibrio interiore per poi affrontare altre cose, quindi ha deciso di partire per il Sudamerica, che lui amava molto, dove gli avevano offerto un lavoro. È andato per scoprire sé stesso, anche se mia madre dice che è fuggito perché mio nonno lo aveva messo alle strette chiedendogli cosa doveva fare con sua figlia. Ma la sua versione era che aveva bisogno di distaccarsi dalle comodità della vita romana, dalla mamma che gli preparava il pranzetto, dalla gente che lo considerava un grande campione, in cerca delle sue capacità e dei suoi valori lontano dagli altri.

Del resto un sudamericano è un napoletano felice

Sì, lui diceva sempre così, riusciva a trovare sempre il bello in ogni posto in cui andava. Ha riconosciuto nel sudamericano una parte di Napoli che non aveva potuto portare con sé.

Poi c’è il grande amore per la cucina, che anche lei omaggia nel libro con un’appendice culinaria, un ricettario.

Aveva una grande passione per il mangiare. Aveva scritto anche un libro, Mangio ergo sum. Diceva che non capiva la frase di Cartesio, perché se non mangi non riesci neanche a pensare. Non cucinvaa spesso, era più propenso al mangiare

Dava più le direttive

Esatto, poi c’erano i momenti in cui gli piaceva dilettarsi e faceva un gran casino in cucina con dieci persone che dovevano accudirlo, ma era divertente e anche quello un momento creativo.

Che tipo di lavoro è stato per lei ricordare il passato, rivedere foto?

È stato un bel lavoro, all’inizio non avevo alcuna intenzione di farnen un libro, non essendo una scrittrice. È stata più la necessità di appuntarmi delle cose in una sorta di diario, ogni tanto annotavo su un blocco dei ricordi, più che altro per me o forse un modo per cercare di comunicare ancora una volta con lui.

C’è un aneddoto in particolare che raccontava suo padre che ricorda con piacere?

"Mi ricordo uno che raccontava sempre, avvenuto durante le riprese de I quattro dell’Ave Maria, in cui girava tutti i giorni con un bellissimo cavallo nero. Lui diceva che aveva tentato tutto il giorno di buttarlo giù dalla sella, perché non gli piaceva lavorare con lui, al che sia il regista che Terence rispondevano ‘ ma figurati, non è possibile’. Lui insisteva, e il giorno dopo arrivò il cavallo, mise il piede nella staffa, il cavolo si girò come nei cartoni animati, lo guardò in faccia, vide che era lui, si buttò per terra e non ci fu verso di tirarlo su."

Forse è preoprio felicità, il temine giusto per qualificare le tante ore che ci ha fatto passare davanti ai suoi film, il gigante buono Bud Spencer. Quella felicità che così definisce nel corso di una curiosa (e molto toccante) intervista che la figlia gli fece quasi per scherzo e che ha riportato nel libro: “La felicità, innanzitutto, non è un fine: è un mezzo con il quale condurre la propria vita. Capito questo, è dietro l’angolo. In concreto, per me sono felici quegli attimi in cui riusciamo a realizzare ciò che ci piace fare”.

Bud, un gigante per papà di Cristiana Pedersoli, pagine 147, euro 16,50, Gunti editore



  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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