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Black Phone: Scott Derrickson e il suo horror estremamente personale - la nostra intervista esclusiva al regista

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Arriva il 23 giugno al cinema Black Phone, il nuovo film horror di Scott Derrickson con protagonista Ethan Hawke: un film estremamente personale ma che tocca temi universali, come ci ha raccontato il regista in questa intervista.

Black Phone: Scott Derrickson e il suo horror estremamente personale - la nostra intervista esclusiva al regista

Vedendo Black Phone si capisce pienamente che non è un horror come tutti gli altri. Di sicuro non lo è stato per il suo regista Scott Derrickson: preso come canovaccio un racconto scritto da Joe Hill - figlio d’arte di Stephen King - l’autore ne ha tratto, insieme al fido F. Robert Cargill, una storia dall’enorme spessore drammatico, che mescola vari generi e si poggia soprattutto su un’ambientazione specifica e molto efficace - un qualcosa che Derrickson aveva già sviluppato nel suo precedente, sottovalutato Liberaci dal male. Parlando con il cineasta, si comprende pienamente quanto Black Phone in effetti non sia stato un progetto come tutti gli altri...

Partiamo dalla star: come ha convinto Ethan Hawke a interpretare il primo “mostro” della sua carriera?
Ethan mi ha subito detto che non era interessato a interpretare psicopatici, a meno che non fosse qualcosa di veramente speciale. I personaggi memorabili in questa categoria sono quelli che hanno permesso agli attori di sviluppare delle variazioni personali sul tema. Penso ad esempio al modo in cui Anthony Hopkins parla ne Il silenzio degli innocenti: la sceneggiatura era magnifica ma quel tono l’ha portato lui, è farina del suo sacco. Ethan ha fatto lo stesso con The Grabber, ha capito che la sfida stava nell’indossare la maschera tutto il tempo e ha lasciato che fosse essa la parte spaventosa del personaggio, mentre lui ha modellato un modo di parlare che fosse unico del personaggio. Ha costruito qualcosa di nuovo, che non avevamo mai visto prima. È questo che fanno i grandi attori.

Quali sono le differenze maggiori rispetto al racconto di Joe Hill?
Nel testo di Joe c’è un solo fantasma che adopera il telefono, nella sceneggiatura ne abbiamo inseriti altri quattro. Abbiamo poi dato maggiore spessore alle figure della sorella di Finney, Gwen, e di suo padre: dovevamo comporre un quadro familiare preciso. Penso che una delle anime portanti del film sia diventata il personaggio di Gwen. L’ambientazione nasce dal mio desiderio di raccontare una storia che si rifacesse alla mia infanzia. Prima di decidere di fare Black Phone stavo pensando di realizzare qualcosa di vicino a I 400 colpi. Sono cresciuto nella zona settentrionale di Denver e avevo dodici anni nel 1978. La mia vita di quartiere era più o meno quella che vedete nel film: una zona di lavoratori, piuttosto violenta sia fuori che dentro casa. E quello era un periodo in cui i serial killer facevano davvero paura, con Ted Bundy catturato e poi fuggito proprio in Colorado e Halloween di John Carpenter appena uscito al cinema. Quando avevo nove anni poi la mamma del mio vicino venne rapita, violentata e uccisa, il corpo gettato in un lago. Quando ho capito che potevo fondere la mia storia con il racconto di Joe, ecco che per me ne è nato qualcosa di speciale.

Potremmo quindi affermare che questo è il suo film più sentito?
Il sentimento predominante che associo alla mia infanzia è la paura. Principalmente per i motivi che vediamo nel film, ovvero la violenza che vedevo sia dentro casa mia che fuori. Vivevo in un isolato con tredici ragazzi e io ero il più giovane, venivo bullizzato tutto il tempo. Ero un bambino nevrotico e ho subito alcuni grossi traumi in gioventù. Ho fatto alcuni anni di terapia per fare i conti con tutto questo, con alcune delle radici che sono il motivo per cui oggi sono quello che sono. Black Phone per me è un film estremamente personale. Credo che un narratore che riesce a raccontare un qualcosa di veramente personale ha maggiori possibilità di arrivare a toccare temi universali.

Sente di essere un regista diverso rispetto alla prima collaborazione con Ethan Hawke, ovvero Sinister?
Prima di tutto sono un uomo diverso. Anche questa è una storia personale: quando feci Sinister ero nelle stesse condizioni del protagonista Ellison Oswalt. Avevo fatto un grosso successo come L’esorcismo di Emily Rose e poi il remake di Ultimatum alla terra che si rivelò un disastro molto costoso. Ero spaventato dall’idea di perdere la mia reputazione e non riuscire più a lavorare. Ho cercato di raccontare le mie paure, in fondo si tratta di un film che parla di ambizione. Ellison è più preoccupato di perdere il suo status che dell’orrore che si sta scatenando in casa sua. Con The Black Phone mi sono trovato in una situazione totalmente diversa: con la terapia ho finalmente affrontato i traumi della mia infanzia e finalmente ho cominciato a provare speranza e felicità, elementi che si ritrovano nel film. Sento che, a modo suo, sia il prodotto più speranzoso che abbia realizzato. Non credo che un regista debba necessariamente lavorare in questo modo, è semplicemente quello con cui mi trovo meglio io.

Ha avuto difficoltà con Mason Thames, Madeleine McGraw e i loro ruoli così drammatici?
Tramite il processo di casting abbiamo trovato due giovani attori realmente capaci di recitare i momenti più duri. Io mi assicuro sempre che coloro che scelgo abbiano una vita familiare stabile, in modo da essere propriamente supportati. Non vorrei mai inserire un bambino dentro i meccanismi dell’industria hollywoodiana senza la necessaria preparazione psicologica. Prima di girare ogni scena complessa li avverto sempre in anticipo, come ho fatto con Madeline McGraw riguardo una scena in cui viene picchiata dal padre. Allo stesso modo ho fatto con Mason Thames nel momento in cui deve piangere a dirotto. Gli do il tempo necessario per prepararsi psicologicamente, ma allo stesso tempo mi rivolgo a loro come adulti, cerco di essere diretto e specifico riguardo cosa accade e le emozioni che devono trasparire dalla scena in questione. Sono sicuro che attori giovani possono capire e sostenere questi momenti come gli adulti, bisogna farli comunque sentire sicuri e protetti. Ti ripagano portando una grande verità alle interpretazioni, alla maniera in cui i miei due protagonisti hanno fatto con Black Phone.

Qual è il segreto per realizzare un film dell’orrore che funzioni veramente?
Sono sempre stato portato per creare tensione, spaventare le persone. È un po’ come per la commedia, o sai come dire una battuta o non sai farlo. Ovviamente ci sono trucchi che puoi imparare, ma se non possiedi quella scintilla difficilmente funzionerà a dovere. E come per le persone veramente creative, più ti eserciti meglio diventi. Ma il segreto rimane sempre lo stesso: la suspence funziona veramente solo se tieni ai personaggi. Quando abbiamo scritto la sceneggiatura le prime ventisei pagine erano praticamente solo la storia tra un fratello e sua sorella. Sapevo fin dall’inizio che se fossi riuscito a creare un legame vero tra i due giovani personaggi, Black Phone avrebbe funzionato. Mi hanno chiesto in molti di togliere dal film la sequenza della cintura, ma quello era il cuore del film, in cui capisci quanto Finney e Gwen tengono l’uno all’altra. A creare veramente tensione sono speranza e paura. Alla fine quello che conta sono gli esseri umani e le loro emozioni.

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È cambiato l’horror americano da quando ha iniziato a girare film di genere?
Di sicuro oggi è più difficile far saltare lo spettatore sulla poltrona. Ma quello è mestiere. Quello che serve veramente è una nuova prospettiva, ci sono molti più autori che fanno horror con successo. Penso ad Hereditary di Ari Aster per esempio. Oppure a The Witch di Robert Eggers, che mi ha realmente terrorizzato, per qualche giorno mi sono sentito contaminato dal male dopo averlo visto. La novità di Black Phone è che combina la dimensione del serial killer con una ghost-story, qualcosa che non avevo visto in precedenza. Il racconto di Joe Hill lo aveva proposto in maniera talmente semplice ed efficace che all’inizio non mi ero accorto si trattasse di due generi anche molto diversi tra loro. Il tutto poi ambientato in un seminterrato, che aumenta l’autenticità.

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