Interviste Cinema

Bernardo Bertolucci racconta Ultimo tango a Parigi, che torna in sala

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Al Bari International Film Festival, che ospita in anteprima la versione restaurata del film, il regista offre i suoi ricordi.

Bernardo Bertolucci racconta Ultimo tango a Parigi, che torna in sala

L’evento clou del Bari International Film Festival 2018, nonché il film di chiusura, è la versione restaurata di Ultimo tango a Parigi, che tornerà in sala in 120, 130 copie il 21, 22 e 23 maggio distribuito da CSCP Distribution - la branca del Centro Sperimentale di Cinematografia - Cineteca Nazionale che si occupa di produzione e distribuzione. Film italiano più visto di tutti i tempi nel nostro paese (con 15.623.773 spettatori), uscì in Italia nel 1972 dopo essere stato presentato al New York Film Festival e scatenò subito fulmini e tempeste. Nel 1974 il tribunale di Bologna lo mandò al rogo, condannò in appello produttore, regista e attori protagonisti a due anni di carcere e 30.000 lire di multa, e per 5 anni Bertolucci fu privato dei diritti civili. Per fortuna, nell’87, arrivò la riabilitazione, con la ricomparsa nei cinema.

A rivedere Ultimo tango a Parigi dopo 45 anni, non si ha l’impressione di trovarsi di fronte a qualcosa di datato, perché i tormenti dei personaggi, in particolare dell’americano trapiantato a Parigi con il volto di Marlon Brando, sono universali, seppure incarnano i dubbi di un’epoca di passaggio. La colonna sonora di Gato Barbieri rende inoltre struggenti gli incontri di un uomo e di una donna senza nome in un logoro appartamento (e le loro corse attraverso la città), e la fotografia di Vittorio Storaro, che ha reso calda la luce invernale attraverso i molti toni dell’arancione, fa il resto. E proprio Storaro ha supervisionato la correzione del colore della versione restaurata, realizzata da CSC-Cineteca Nazionale in collaborazione con Grimaldi Film Production e Metro Goldwyn-Mayer Studios.
Fra gli ospiti del Bif&st spettatori del "nuovo" Ultimo tango c'è Bernardo Bertolucci, che prima della masterclass al Teatro Petruzzelli condivide con la stampa alcuni ricordi legati alla lavorazione del film.

"L’impressione che ho avuto dopo la visone della versione restaurata" - ha cominciato - "è stata quella di un film che ho finito da pochissimo tempo e che mi viene fatto vedere prima di arrivare alla copia definitiva. La copia mi è sembrata bella, anche con quel piccolo velo che è giusto che abbia dopo questi anni, è una copia non diciamo 'vecchiotta', ma vintage. Guardandola ho pensato: come si faceva presto a fare un film tanti anni fa! Lo abbiamo fatto fra l’inizio del ‘72 e l’agosto del ’72, poi siamo andati al New York Film Festival e da quel momento è accaduta una serie di cose impossibili da frenare. Sono grato al Centro Sperimentale di Cinematografia che l’ha restaurato. Verrà un giorno in cui il Centro Sperimentale, oltre a restaurare i film, restaurerà i registi. Quando accadrà, ne sarò felice".

Anche se Ultimo tango a Parigi è un classico, anzi un film-mito che non si dovrebbe toccare, qualche piccola modifica Bertolucci la apporterebbe ancora: "Forse ci rimetterei le mani, ho sempre la tentazione di rimettere le mani su quello che ho fatto, un po’ perché è un modo per fare rivivere un film. Innanzitutto accorcerei le parti dei due fidanzatini giovani Maria Schneider e Jean-Pierre Léaud, che mi oggi mi è sembrata troppo lunga, all’epoca mi serviva per sottolineare e far sentire la nostalgia del personaggio di Brando".

Poi il regista racconta il suo incontro con Marlon Brando e la partenza del progetto: "C’era prima di tutto questo titolo, Ultimo tango a Parigi, che mi piaceva, non sapevo di cosa avrebbe trattato il film, poi piano piano prese forma la storia di uomo e una donna che si incontrano in un luogo anonimo. Provai ad andare prima da Belmondo che era il mio mito per via di Fino all’ultimo respiro, lui lesse la sceneggiatura e mi cacciò dal suo ufficio. Disse: 'Questo è un porno, io non faccio porno'. Alain Delon mi disse: 'Mi piace tanto, ma voglio essere anche il produttore'. Gli risposi 'No, grazie'. Non conoscevo l’espressione all'epoca, ma era il tipico conflitto interessi, poi una sera, cenando a Piazza Navona, qualcuno disse: 'Pendiamo Marlon Brando'. Nessuno sapeva che fine avesse fatto, era sparito, poi aveva fatto Il Padrino, poi era di nuovo sparito. Venne a Parigi per uno o due giorni, lo incontrai e mi intimidì moltissimo, ricordo che eravamo seduti vicini, gli raccontai storia del film in un minuto e mezzo parlando un inglese improbabile, lo guardai in cerca di una reazione, ma lui stava zitto. Così gli chiesi: 'Perché non rispondi?'. Allora lui mi guardò negli occhi e disse: 'Voglio vedere quand’è che la smetti di muovere quel piede'. Poi vedemmo insieme Il conformista. Gli piacque e mi invitò a Los Angeles per discutere della sceneggiatura, ci andai e mi portò a casa sua a Mulholland Drive. Andavo tutti i giorni da lui e parlavamo di tutto, parlavamo della vita e la morte, mai del film. Ero felice".

Forse non tutti sanno che, nonostante l’indiscusso talento, Marlon Brando era un attore che non riusciva a memorizzare le battute. La conferma arriva anche da Bertolucci: "Quando Maria, non inquadrata, gli dava la battuta, si appiccicava sulla fronte il dialogo che doveva dire lui. Ricordo la scena in cui Brando doveva parlare davanti alla moglie morta: c’era il corpo di lei e, davanti, un muro con un grande gobbo nero su cui lui aveva scritto dei brani del suo lungo monologo".

Ultimo tango a Parigi non era solo Marlon Brando. Al suo fianco recitava una giovane Maria Schneider, mentre il ruolo del fidanzato cineasta del personaggio di quest’ultima era stato affidato a Jean-Pierre Léaud, l'Antonie Doinel di François Truffaut: "Maria mi sembrava contenta, mi diceva sempre che la nostra non era una troupe di voyeurs. Con lei Brando era molto paterno, molto affettuoso. Essendo consapevole della propria statura, sul set manteneva un basso profilo. Nonostante questo, Léaud aveva paura di lui. Léaud girava solo di sabato, giorno in cui Marlon, da americano, non lavorava, e sembrava sollevato all’idea di non incrociarlo. Credo che non si videro mai".

Ultimo tango a Parigi uscì 4 anni dopo un anno fondamentale per la storia della cultura e del pensiero francese ma anche italiano: il ’68, raccontato da Bernardo Bertolucci in The Dreamers. Il regista rammenta così quel momento: "Nel ‘68 avevo 27 anni, quindi non ero un ventenne nel fiume della protesta, ero grande e la vedevo dal di fuori, mi piaceva constatare che quello che stava succedendo in Italia somigliava a ciò che stava succedendo in Francia, e che accadeva in politica quello che era accaduto al cinema con la Nouvelle Vague. Io stavo girando Partner proprio nel maggio de ’68 e il protagonista era Pierre Clémenti, che tutti i venerdì andava a Parigi e poi mi raccontava ciò che aveva visto, mi narrava delle scritte sui muri, che erano molto creative, scritte come 'l’immaginazione al potere', 'proibire il proibito'. In quell’anno si pensava di poter cambiare il mondo. Quel momento in me ha liberato determinate forze, mi ha permesso di passare da un cinema di monologo e autoconfessione a un cinema più aperto a un pubblico, più dialogante con gli spettatori".

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