Bart Layton e American Animals, il racconto di quattro criminali da strapazzo

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Bart Layton e American Animals, il racconto di quattro criminali da strapazzo

La storia del cinema è piena di furti geniali, trovate ingegnose messe in atto con sprezzo del pericolo da eroici protagonisti. Alcune di queste sono anche veramente accadute. Ci sono, poi, anche furti risibili ai limiti del grottesco, come quello compiuto nella realtà da quattro giovani benestanti della provincia americana, che ispirato un film, American Animals, appena uscito in sala, presentato al Sundance e poi alla Festa di Roma, nella quale occasione abbiamo incontrato il regista, il britannico Bart Layton, già autore di un documentario adorato dalla critica come L’impostore - Imposter.

In questo caso racconta di Spencer e Warren, due amici cresciuti a Lexington, nel Kentucky, studenti dell’università locale che vogliono svoltare nella vita, diventare noti al di là degli angusti confini della loro cittadina. Per farlo pensano bene di rubare un rarissimo libro antico, dal grande valore e custodito con limitate misure di sicurezza. Chiamano due amici, Eric il contabile e Chas lo sportivo, per aiutarli nell’impresa. Layton racconta la storia mescolando realtà e finzione, inserendo interviste di commento ai veri protagonisti della vicenda.

"Ho letto della storia in una rivista e ho pensato che fosse assurda, ma c’erano alcune domande che mi venivano in mente a cui non riuscivo a dare una risposta. Non ho pensato subito fosse un grande soggetto per un film. Più mi informavo e più mi sembrava chiaro non ci fossero mai state neanche minime possibilità che potesse finire bene. Allora perché l’hanno fatto? Erano dei giovani privilegiati, pieni di opportunità, non avevano bisogno di soldi. Questo è stato il mio punto di partenza, la ragione per cui sono andato a trovarli in prigione, dopo esserci scambiati delle lettere sorprendenti, scritte benissimo da persone chiaramente molto intelligenti. Ognuno di loro quattro aveva una versione diversa dei fatti. A questo punto diventava un’altra storia: quella di giovani alle prese con la propria mascolinità, cercando di essere interessanti agli occhi degli altri. Per questo ho deciso di raccontare questa storia e avevo bisogno delle voci delle persone reali che l’avevano vissuta. Un altro modo di proporre una storia vera, abbiamo preso qualche caratteristica del documentario e l’abbiamo inserita nello spazio di un film di finzione.”

In che modo ha bilanciato l’analisi morale sulla situazione del paese, da una parte, con la parte più adrenalinica da film di rapina, dall’altra?

Commedia e tensione sono due lati della stessa moneta e possono convivere. Rischiano di far crollare il film se distraggono troppo il pubblico, ma se funzionano possono dare uno sprint particolare alla storia. Ho scritto tutta la sceneggiatura in questo modo, alla fine il film finito è praticamente identico a quanto era sulla carta. Non volevo dare ai veri personaggi un pulpito dal quale scusarsi o difendere le proprie ragioni, ma al tempo stesso sono esseri umani, hanno sbagliato e hanno pagato un prezzo importante.

È anche una riflessione sulla narrazione.

Assolutamente. Su come le storie vere vengono ritoccate, rese finzioni hollywoodiane. All’inizio non volevo farlo proprio per questa proliferazione di film “basati su una storia vera”, visto che Hollywood sa bene come piacciano al pubblico, anche se vengono spesso manipolate. Ma il pubblico ormai è sofisticato, sa bene qual è il gioco.

C’è qualcosa di tipicamente americano in questa storia?

Ho senz’altro usato una lente europea e britannica per raccontare questa storia. Quando eravamo al Sundance tutti dicevano come fosse più un film europeo che americano, in America se vuoi avere successo è meglio che pensi a un lieto fine e personaggi eroici. Rimane una storia americana, ma il filtro di chi la racconta la rende anche europea.

Pensa di aver capito il perché questi ragazzi hanno fatto questa goffa, tragica e ridicola rapina?

Penso avessero ognuno delle ragioni diverse; per distinguersi dagli altri, essere speciali. Il problema principale di Spencer, uno dei protagonisti, era che non ne aveva, pur avendone bisogno, per avere una storia da raccontare ed essere un artista, in una sorta di esperimento esistenzialista. Una cosa situazionista, se ricordate quel movimento degli anni ’60. Non sapevano esattamente dove schierarsi, allora si schieravano contro tutto. Per loro era anche una sfida a comportarsi come fossero in un film.

Il loro provenire da una cittadina del Kentucky, nel pieno dell’America profonda, può spiegare il gesto, fatto per farsi notare nonostante la piccola realtà rurale, che non avrebbero fatto fossero vissuti a New York o in una grande città?

Penso sia possibile. Sono stato del tempo nella loro cittadina e non c’è veramente traccia di eventi culturali, è molto molto molto tranquilla. Ci sono giusto una partita di basket a settimana e le corse dei cavalli, alla quale vanno tutti, ma ci sono molti soldi. Sono ragazzi cresciuti come fossero speciali, in un contesto di privilegio, poi crescendo si sono resi conto che forse non lo erano poi tanto, speciali. Si sono innamorati dei film visti. Speravano di fare Ocean’ 11 e invece si sono ritrovati in Quel pomeriggio di un giorno da cani.

Come hanno reagito alla visione del film?

Erano molto emozionati e commossi, contenti e convinti che fosse un ritratto onesto. La bibliotecaria è l’unica persona a cui avrei dato il diritto di mettere bocca dal punto di vista editoriale, se si fosse sentita mal rappresentata, perché era la vittima. Avrei cambiato il film fino a renderla contenta, ma è stata molto soddisfatta e grata al film, perché ha sentito di poter andare avanti con la sua vita e perdonare.



Mauro Donzelli
  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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