Attacco a Mumbai: Ce ne parlano in esclusiva il regista e i protagonisti

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Attacco a Mumbai: Ce ne parlano in esclusiva il regista e i protagonisti

L'esordio alla regia dell'australiano Anthony Maras racconta del massacro compiuto da un commando di terroristi pakistani all'hotel Taj di Mumbai la sera del 26 novembre 2008.
L'assalto si concluse soltanto la mattina del 29 con il blitz delle forze armate indiane. Attacco a Mumbai mette in scena quella tragedia attraverso personaggi quasi tutti di finzione, i quali sono stati però creati adoperando le testimonianze dei sopravvissuti alla carneficina.
A parlarci del film a New York sono venuti il regista e quattro membri del cast principale: Dev Patel, Armie Hammer, Nazanin Boniadi e Anupam Kher. Eccovi la presentazione di Attacco a Mumbai (nei cinema italiani dal 30 aprile):

Come avete lavorato nel trovare un equilibrio tra la drammatizzazione di personaggi ed e la volontà di rimanere fedeli ai fatti reali?
Anthony Maras - Questo mi ha attirato verso il progetto: mettere in scena eroi che non hanno mai usato una pistola, nemmeno tirato un pugno a qualcuno. Ci siamo impegnati perché molte delle informazioni ottenute dai veri testimoni venissero inserite nelle azioni e nelle battute dei personaggi, pur essendo molti di loro creati attraverso la finzione. Non abbiamo dovuto fare molto per rendere gli eventi più drammatici, quello che è successo all’hotel Taj è un misto di orrore, eroismo, volontà di sopravvivere. La parola d’ordine era esattamente l’opposto: come rendere giustizia alle azioni dei sopravvissuti, così come alle vittime che non ce l’hanno fatta. Abbiamo fatto mesi di ricerche, parlato con molte persone che sono sopravvissute agli attacchi. La sceneggiatura è in larga parte basata sulle loro testimonianze dirette.
Dev Patel - Fin dalle prime conversazioni con Anthony volevamo essere sicuri che non stavamo facendo un film alla Die Hard, con le star che contrattaccano, strappano la pistola ai cattivi e salvano tutti. Questo film è esattamente il contrario, parla di une vento terribile senza fronzoli, vuole testimoniare anche la paura e la frustrazione delle persone che l’hanno vissuto. Abbiamo cercato di trovare il giusto equilibrio già nello script, una proporzione nella narrazione. Volevamo essere sicuri di non sfruttare la situazione. Il mio personaggio è un amalgama di persone reali, l’ho reso un Sikh il che gli offre ancora maggior spessore. Abbiamo fatto un sacco di prove e abbiamo passato due settimane tutti insieme dove abbiamo analizzato tutto ciò che poteva aiutarci a fare il miglior film possibile

Quale è stato il momento più difficile delle riprese a livello emotivo?
Anthony Maras - Ogni giorno è stata una sfida, ho sentito moltissimo la responsabilità di raccontare questa storia nel modo giusto. Penso che la scena in cui Nazanin Boniadi è costretta ad affrontare un terrorista che le punta una pistola alla testa è stata molto intensa a livello emotivo, ci sono molti aspetti dentro da considerare, diversi livelli di lettura. Sono stato molto fortunato ad avere un cast di attori che ha capito cosa volessi rappresentare e ha partecipato al progetto mettendoci dentro tutta la propria passione.
Nazanin Boniadi - Concordo, le riprese intere sono state difficili, se dovessi scegliere una scena direi anche’io quella direi quella della pistola, dove mi sono accasciata dichiarando che non avrei potuto fare un altro ciak, ero completamente svuotata. E’ stata una sfida, ma onestamente sento di essere un essere umano migliore dopo aver girato Attacco a Mumbai.
Anupam Kher - L’intero film è stato un tour de force emotivo. La sequenza iniziale in cui chef Oberoi impartisce le istruzioni al personale lo presenta come una persona ordinata che tiene ai propri collaboratori. Poi la tragedia esplode e lui tenta ti mantenere il proprio buon senso. Tutti noi abbiamo dovuto essere persone prima che attori per capire e interpretare questi personaggi, era una parte fondamentale del processo al fine di rendere loro giustizia. E’ stato snervante e talvolta molto triste dover girare questo film. La scena finale dell’abbraccio con Dev Patel mi è venuta naturale, anche perché l’abbiamo realmente girata alla fine delle riprese.

Che tipo di preparazione avete sostenuto per interpretare un evento così drammatico e tentare di renderlo il più possibile verosimile?
Armie Hammer - Un sacco di ricerche erano già state fatte da Anthony e Jon Collee, lo sceneggiatore. Ci siamo presentati e abbiamo fatto le prove per un paio di settimane. C’erano migliaia di pagine di materiale scaturito da quelle ricerche. Clip video e trascrizioni delle notizie e delle testimonianze in prima persona dei sopravvissuti. Abbiamo avuto il lusso di poterci sedere e eleggere tutto questo, e permettere alla nostra immaginazione di entrare nel contesto, per quanto doloroso fosse. Io poi ho portato nel personaggio la mia esperienza personale di padre, che mi ha aiutato a capire come mi sarei sentito in una situazione del genere, cosa avrei fatto.
Nazanin Boniadi - Abbiamo visto un documentario intitolato Surviving Mumbai, abbiamo avuto a disposizione un sacco di materiale che è stato raccolto per permetterci di prepararci al meglio. Il mio è un personaggio di finzione composto però dalla vicenda vera di due donne diverse che hanno vissuto l’assedio del Taj per tre giorni. C’è un enorme quantità di rispetto che dovevamo inserire nella storia e nei ritratti umani perché stavamo parlando di eventi realmente accaduti.

Cosa ricordate di quei giorni terribili e cosa vorreste invece il pubblico impari vedendo Attacco a Mumbai?
Anupam Kher - Sono indiano, vivo a Mumbai. Ero lì quando la carneficina è avvenuta. All’inizio pensammo che si trattasse di qualche scontro tra gang, poi l’assedio del Taj è cominciato. Passare quei tre giorni guardando la TV fu sconvolgente. Passammo attraverso emozioni come shock, tristezza, senso di impotenza, negazione. Conosco molte persone che persero alcuni cari negli attacchi, ho un caro amico che perse la moglie e due figli. Rivisitare tutto quanto successe come attore ha richiesto molto coraggio, ha richiesto la volontà di mostrare al pubblico cosa è successo, mostrare la generosità delle emozioni e l’eroismo di coloro che hanno vissuto l’attacco sulla propria pelle.
Anthony Maras - I media continuano a dirci che ci sono barriere che ci dividono: religione, classi sociali, etnie. Nel mio film invece persone con background diversi si aiutano per sopravvivere, quello che è successo al Taj dovrebbe essere un testamento per questa idea.



Adriano Ercolani
  • Critico cinematografico
  • Corrispondente dagli Stati Uniti
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