Interviste Cinema

Aria, gli italiani in quarantena: gli autori raccontano la coinvolgente docuserie di RaiPlay

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Un serie documentaria in sei brevi episodi, Aria lascia spazio alle storie personali e uniche di molti italiani, in patria e all'estero, in un racconto avvincente ed emozionante disponibile da oggi sulla piattaforma di RaiPlay.

Aria, gli italiani in quarantena: gli autori raccontano la coinvolgente docuserie di RaiPlay

Un parto in una regione remota del Kenya, una famiglia che non riesce a lasciare il Brasile, una donna che fa la volontaria sulle ambulanze per la Croce Rossa. Sono tanti gli italiani, dentro e al di fuori dei confini, che raccontano la loro quarantena, da marzo a fine giugno, in questo anno di pandemia 2020 così complicato per tutti.

Un racconto girato in prima persona dalle persone coinvolte, che ben rappresentano la diversità delle prove che ognuno a suo modo ha dovuto affrontare. La docuserie si intitola Aria, è stata divisa in sei episodi da 25’ l’uno, ed è stata appena resa disponibile sulla piattaforma di RaiPlay, che a un anno di distanza dal lancio di produzioni, fiction e documentari si dimostra particolarmente vivace; proprio nell’anno giusto (o sbagliato).

Tutto è partito dalla costituzione di una redazione di giovani autori, che si sono messi a cercare le storie da raccontare, su indicazione di Minollo Film e dei coordinatori dell’opera, Costanza Quatriglio, Andrea Porporati e Daniele Vicari. Ma citiamoli questi registi che si sono impegnati in prima persona nel dare ricchezza alle vicende scelte e indicazioni ai protagonisti, che hanno semplicemente cercato di raccontare le loro vite in quarantena e le loro emozioni, questioni tecniche a parte. Sono Chiara Campara, Francesco Di Nuzzo, Flavia Montini, Pietro Porporati, Greta Scicchitano.

“Prima abbiamo sofferto poi ci siamo chiesti come continuare a fare il nostro lavoro”, ha detto Andrea Porporati nel corso di una conferenza stampa Zoom per presentare il progetto. “L’idea era cercare persone italiane, in Italia e fuori, per raccontare attraverso e con loro i mesi da fine marzo fino a… non sapevamo quando, o come sarebbe andata a finire. Personaggi che si sarebbero dovuti riprendere da soli. Le loro vite hanno quasi naturalmente vissuto un momento finale estivo di rinascita, di presa di coscienza e ritorno a godere del tempo che aveva ricominciato a scorrere. È stata un’orchestra di persone in cui tutti andavano a tempo, senza un direttore d’orchestra”.

Persone come Daniele Sciuto, un medico che lavora in un ospedale di una regione remota del Kenya, e regala alcuni dei momenti più emozionanti di Aria, e così racconta il suo coinvolgimento. “Quando sono stato contattato era inizio aprile, un momento terribile in Kenya, dove in maniera presuntuosa pensavano che il Covid non sarebbe mai arrivato nel paese, poi naturalmente è arrivato ed è scoppiato l’allarme d’urgenza. Sono solo cinquanta i posti letto di terapia intensiva in un paese di 50 milioni di abitanti. All’inizio ho rifiutato, quando mi hanno proposto di partecipare, temevo cercassero solo la notizia a effetto, quasi auspicassero l’esplosione del dramma con gli ospedali in crisi nell’Africa da cartolina, come tanti giornalisti a cui stavo rifiutando interviste. Poi mi sono reso conto come si voleva raccontare, dare testimonianza di un evento importante, senza spettacolarizzare. È stato molto faticoso, per mesi abbiamo lavorato dalle 8 di mattina alle 8 di sera cercando di creare una terapia intensiva e formare il personale. Mi sono innamorato, facendolo, del progetto sociale che questo documentario andava a incarnare, con una pandemia che abbiamo tutti vissuto attraverso i social media in maniera quindi molto superficiale. Qui invece mi sembrava che l’analisi venisse portata a un livello molto più profondo.”

Un progetto a cui RaiPlay tiene molto, come ha dichiarato il vice direttore Maurizio Imbriale. “È un altro tassello molto importante della nostra offerta editoriale che rappresenta una nuova realtà della Rai, che ha iniziato a produrre programmi, documentari e anche fiction giusto un anno fa. Aria è legato a quello che stiamo vivendo tutti noi. Vedendo un premontato a giugno siamo rimasti molto colpiti dall’umanità che traspariva dalle storie, con un respiro internazionale, dando voce anche agli italiani dimenticati dai media, che vivono all’estero. C’è un desiderio di rinascita molto forte all’interno del racconto. Abbiamo deciso di strutturarlo come una miniserie con un formato sui 20 minuti per puntata, perché la fruizione delle piattaforme avviene in maniera molto diversa dalla televisione lineare. In questo modo lo si può vedere tutto e subito o in varie fasi.”

Un tentativo di reagire all’attualità cercando di innovare e cambiare l’idea di cinema, come hanno raccontato Costanza Quatriglio e Daniele Vicari. “Nel dialogo tra pubblico e privato ci rendiamo conto come le immagini pubbliche possano essere non interessanti e rimosse se non vengono pensate in un certo modo”, ha detto la regista siciliana, “c’è bisogno di un pensiero che non può esserci se non in una condivisione di una visione del mondo.” Un mondo che cambia e “un cinema che, per raccontare il presente, deve cambiare anche un po’”, come dice Vicari. “Con il lockdown ci siamo detti che era il caso di prendere il nostro mestiere e spingerci oltre. La sensazione era che gli italiani avessero reagito con energia impressionante, ma che i media si fossero solo riversati sui fenomeni di costume, dai canti sul balcone alle messe per strada. Abbiamo fatto quello che nella politica si chiama devoluzione restituendo ai testimoni il racconto di loro stessi”.

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