Interviste Cinema

Antonio Banderas e Elena Anaya parlano de La pelle che abito

E' stato un piacere incontrare Antonio Banderas, da tempo assente dal nostro paese e dal cinema europeo, ed Elena Anaya, in occasione della presentazione alla stampa del nuovo film di Pedro Almodòvar.

Antonio Banderas e Elena Anaya parlano de La pelle che abito

Antonio Banderas e Elena Anaya parlano de La pelle che abito

E' stato un piacere incontrare Antonio Banderas, da tempo assente dal nostro paese e dal cinema europeo, ed Elena Anaya, in occasione della presentazione alla stampa del nuovo film di Pedro Almodòvar, La pelle che abito.
Si tratta del diciannovesimo film del regista madrileno d'adozione, e del sesto insieme per lui e Banderas, che proprio con Almodovar debuttò nel 1982 con Labirinto di passioni.
E' stato facile ricreare la stessa alchimia, oltre 20 anni dopo Legami!, con due diverse carriere nel mezzo?
"No, in effetti all'inizio abbiamo dovuto trovarci di nuovo. Abbiamo dovuto passare del tempo insieme. Ed è per questo, credo, che in modo molto intelligente ci abbia proposto di fare delle prove un mese e mezzo prima delle riprese. Ed è stato molto difficile. Non solo il ritrovarci, perché quando l'abbiamo fatto abbiamo dovuto capire cosa volevamo fare col personaggio che avevamo di fronte. E' stato un momento di scelte, quel momento particolare a Madrid, prima di andare a Toledo dove abbiamo girato il film, e quando abbiamo deciso cosa volevamo fare l'abbiamo fatto, ed è stato bello, a volte il confronto è stato anche forte, ma sempre in  modo creativo, niente che potesse mettere in pericolo la nostra amicizia, ma abbiamo davvero lavorato sodo."

Chiediamo a Banderas se è vero che Almodovar gli ha chiesto di ispirarsi a I senza nome di Jean-Pierre Melville e alla recitazione di Delon in quel film.
"Sì, ad Alain Delon, Jean-Louis Trintignant, e agli altri attori del film. In pratica quello che cercava di farmi vedere, è un modo di lavorare che si usava molto negli anni Quaranta e Cinquanta, quando gli attori non "commentavano" troppo il personaggio.  Erano più piatti e trasparenti. E per questo personaggio in particolare lui pensava che fosse molto importante crearne uno che fosse quasi come una tela bianca, come uno schermo bianco, su cui fosse il pubblico a proiettare le proprie paure. Tutto quello che il pubblico proietta sullo schermo, o sulla tela, sarà sempre più grande di quello che avremmo potuto mostrare. Quindi è stata una decisione molto intelligente, e al tempo stesso, siccome il personaggio è uno psicopatico, è una di quelle persone che si confonde con la gente, si inserisce perfettamente nel mondo in cui vive: è educato, ben vestito, ha ottime maniere,  è un uomo di successo, non c'è niente che può indicare che in realtà è un mostro, come capiamo nella seconda parte del film."

Il film affronta tra i suoi molti temi anche quello, molto attuale e molto importante, dell'identità e del genere. I suoi personaggi ci dicono che "siamo nati così", gay, etero, maschi, femmine, e che l'identità non si può cambiare come si cambia un vestito. E' d'accordo sul fatto che questo sia uno dei temi portanti del film?
"Sono d'accordissimo. Credo che sia uno dei messaggi principali del film. Non si trasforma una persona. Fisicamente puoi fare un essere umano completamente diverso, partendo dagli aspetti superficiali, ma non puoi cambiare la sua anima. Questo è uno dei messaggi del film, tra tanti altri. Infatti è anche una riflessione sulla creazione, perché il mio personaggio è un mostro ma al tempo stesso potrebbe essere la metafora di un artista, di un regista: ci sono riferimenti a questo nella sua camera da letto, dove ha questo enorme schermo, da cui guarda la donna come se fosse un film, e alla fine passa dall'altra parte con quella donna e diventa un attore nel suo stesso film. Pedro gioca in questo modo per tutto il film, che è pieno di dettagli del genere. Quando lo vedi più di una volta inizi a renderti conto delle connessioni tra un elemento e l'altro, e per via del gioco temporale all'inizio del film, e dei flashback, che in termini narrativi sono così diversi da quelli a cui siamo abituati,  puoi scoprire che il film contiene davvero un sacco di cose."

Ad Elena Anaya, bellissima e intelligente attrice, che molti ancora ricorderanno come protagonista di Lucia e il sesso, e che con Almodovar aveva già lavorato in un ruolo minore in Parla con lei, chiediamo se l'abbia più spaventata la nudità fisica o quella dell'anima del suo personaggio.
"Grazie per avermelo chiesto. Metterci a nudo è proprio quello che facciamo noi attori. Come attori in un certo senso diamo la nostra anima a un personaggio. E naturalmente, e per fortuna, la mia anima è più al sicuro e più forte, o anche se non è più forte, vivo di regola realtà migliori di quelle del mio personaggio. Mi sento molto esposta ogni volta che faccio il mio lavoro, perché sono io, è il mio personaggio con la mia anima interiore che è presente, che ha uno sguardo, che si esprime attraverso i miei sentimenti. E questa è anche una delle parti più belle, quando non ti limiti a fare delle azioni, ma regali la tua anima e la condividi col pubblico cinematografico. E devi aprire in te delle grandi brecce per arrivare dalla tua realtà a quella che devi esprimere, ed essere credibile."

Vera, il tuo personaggio, nonostante il nome non è una vera donna, è una persona che è stata costretta a esserlo. Come ti sei avvicinata a questo ruolo, che in un certo senso è doppio?
"Come hai detto tu, Vera è un personaggio complesso, e la cruda realtà che la coinvolge passa attraverso la pelle, gli occhi, la presenza di questo personaggio. Naturalmente abbiamo lavorato sull'intero arco del personaggio dall'inizio alla fine, anche se non raccontiamo la storia in ordine cronologico, ma io e Jan Cornet (l'attore che interpreta Vicente, ndr) abbiamo lavorato insieme, abbiamo fatto insieme le scene e siamo stati insieme anche quando uno di noi due non era in scena, e l'altro sentiva e viveva il personaggio dall'altra parte della macchina da presa."

Anche con Elena parliamo della questione dell'identità, un tema che le sta molto a cuore.
"Grazie per avermelo chiesto, perché hai proprio ragione. In un certo senso, e per fortuna, l'identità è qualcosa che non può essere cambiata o alterata. Anche se il mio personaggio ha sofferto una trasformazione radicale, anche se a volte noi come esseri umani nella vita reale subiamo delle grandi trasformazioni e veniamo criticati per quello che siamo, per quello che facciamo, per quello che pensiamo, l'identità è come una barriera, non appartiene alla pelle, è qualcosa che è impossibile toccare, che è impossibile ottenere o cercare di modificare. Ma è quello che fa di ognuno di noi degli individui diversi e unici."

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  • Saggista traduttrice e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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