Antonio Albanese presenta Contromano, sua quarta regia dopo 16 anni

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Antonio Albanese presenta Contromano, sua quarta regia dopo 16 anni
p>C’è l’Antonio Albanese dei mille personaggi, che tutti conosciamo e amiamo, con l’apoteosi della satira di Cetto LaQualunque, e c’è un Albanese malinconico e timido, che ha qualche ambizione in più. Sicuramente è quest’ultimo che torna dietro la macchina da presa per la quarta volta, 16 anni dopo Il nostro matrimonio in crisi, per raccontare in Contromano una storia di ordinario razzismo con ironia e leggerezza, un modo che gli sta molto a cuore, come ribadisce più volte nella conferenza stampa in diretta da Milano e moderata da uno dei suoi scopritori, Michele Mozzati, metà del duo di scrittori noti anche come Gino e Michele. Albanese è anche protagonista del film, un on the road movie all’italiana, assieme a due giovani attori di colore. Assente per impegni teatrali Alex Fondja, c'era invece la bella e brava Aude Legastelois, da cui il solo e goffo Mario Cavallaro del film resta letteralmente folgorato.

Un film, racconta Albanese, “che nasce da un desiderio personale che è anche sociale, e anche da spettatore, dal desiderio di raccontare in maniera diversa un tema importante e impetuoso, raccontato quasi sempre con cupezza e drammaticità. Avevo voglia di farlo con garbo e leggerezza, assieme ad Andrea Salerno e Stefano Bises, i miei coautori, con un'idea paradossale. Il pretesto è l’ incontro tra due solitudini, quella di Mario che per me è anche l’Occidente, un uomo tendenzialmente onesto ma diffidente e solo, che vive una vita verticale da casa all'orto, e quella forzata di Oba e Dalida, costretti a vivere in un luogo diverso, in un’epoca molto particolare. C’è anche un pizzico di desiderio di raccontare che un contatto, l'incontro tra due esseri umani deve partire da un dialogo. Il film parte da un contesto iperrealista e quasi razzista e poi questo omino incontra queste persone e grazie a questo movimento, al viaggio, le scopre e trova delle verità”.

Non si può dire che il personaggio inizia un po’ come Drastico e finisce come Epifanio? “Forse più Perego, ma per me Mario Cavallaro è un altro personaggio, che da una chiusura e un’implosione di anni apre le ali grazie a questo incontro salvifico per lui. Il personaggio nasce da questa sceneggiatura, da questa durezza e diffidenza iniziale, con lo sguardo che poi si apre verso una serenità e una gioia diversa. L'ironia è una mia gioia e una mia convinzione, sono terrorizzato dal non vederla più ironia in questo paese meraviglioso che si è sempre aiutato con l'ironia e ho ancora una grande energia e voglio continuare ad adottare questo sistema, per questo ancora una volta volevo trascinare il film con un movimento ironico”. Aude commenta l’esperienza con queste parole: E’ stato un grande piacere, Antonio è generosissimo come attore e come regista, perché è un bravissimo attore ed è più facile lavorarci insieme perché parliamo la stessa lingua. Ho imparato molto con lui, gli sono molto riconoscente per avermi dato il mio primo ruolo come protagonista”.

Domenico Procacci, produttore per Fandango, dopo aver ricordato l’esperienza dei due film precedenti fatti con Albanese, Qualunquemente e Tutto tutto niente niente, sostiene che “la partenza di questo film è geniale, l'idea di questo viaggio contromano, di riportare a casa gli immigrati, ed è molto coerente con una mia convinzione, cioè che è bene che il cinema tratti argomento importanti ma lo può fare in tanti modi, qua lo fa attraverso una commedia, una favola, col linguaggio tipico di Antonio. E’ importante che lo si faccia, il divertimento deve essere sintonizzato non solo con l'evasione che si ottiene spegnendo il cervello, ma ci sono anche altre possibilità, come tenere il cervello acceso e ridere ma aver modo di riflettere”. Paolo Del Brocco di Rai cinema sottolinea come la scelta di realizzare il film sia stata facilissima: “quando in primis hai l'artista e hai anche il film non c’è neanche da pensarci, ci è piaciuto il racconto delicato di un tema attualissimo e il fatto che volesse anche dirigerlo, perché abbiamo una fiducia totale nell'artista”.

C’è un eco del suo primo film, Vesna va veloce, diretto da Carlo Mazzacurati? "Onestamente non ho pensato a Vesna anche se penso a Carlo quotidianamente, allora mi ricordo che il film era stato criticato perché qualcuno disse che no esisteva a quel tipi di emigrazione. Questo è un tema che mi interessa molto, forse perché io sono un figlio dell'emigrazione. Mi fa piacere avere l’occasione di ricordare Carlo, che per me è stato un grande maestro, un uomo sempre avanti, ho dei ricordi di lui, dei pensieri, degli sguardi, delle visioni che ancora mi sostengono”. Perché 16 anni senza dirigere un film? “Ho scoperto una gioia infinita a 53 anni, quella della regia, in questi anni mi sono dato a registi validi con cui tecnicamente ho imparato un po' di più. Ho un gruppo di lavoro che mi segue da parecchi anni e che mi ha sostenuto nell'idea di curare anche la regia del film. Ne sono uscito con una grande gioia, mi sono molto divertito. Non l’ho fatto prima perché sentivo il bisogno di capire un po' di più e volevo provare un vero desiderio di fare qualcosa”.

Sempre a proposito dell’atmosfera del film, Albanese ha parlato di uno dei suoi miti cinematografici: “Sono cresciuto vedendo film e ho una passione quasi estrema per Kaurismaki, e film come La fiammiferaia, Vita da Boheme, di un'ironia struggente. Per me lui è un grande maestro d'ironia. Leningrad Cowboys per me è un esempio quasi di vita, quella malinconia, quei colori io li capisco. Io sono nato a Lecco, in Lombardia"

Aude risponde a una domanda sul personaggio e su cosa la abbia commossa di più: “Quando ho finito di leggerlo ero molto commossa dalla maniera delicata di trattare questo tema molto serio. All'inizio devo dire che una parte di me era un po' disturbata della fine, credo che a essere toccato in quel momento fosse il mio egocentrismo, poi mi sono messa a sedere e ho riflettuto per iniziare a lavorare a quel personaggio e credo che questo mi abbia aperto lo spirito. Così ho costruito l’idea di questa donna, tollerante e aperta, il suo volersi dare col cuore aperto e non giudicare. Questo ha dato al mio personaggio un'evoluzione umana. Nel corso della storia Dalida si innamora di Mario come persona, come amico, ho immaginato che Oba, il suo compagno, l’avesse sempre conosciuto ma poi incontra un uomo che le offre una possibilità di vivere in modo diverso per il tempo di questo viaggio e per questo è molto riconoscente.  La scena che mi ha più commosso è quando noi ci ritroviamo sul traghetto, un momento molto intimo che forse manca nel montaggio finale e quella al commissariato con tutto il senso di colpa che lei finalmente prova e lì capiamo che lei tiene davvero a quest'uomo”.

Nella realtà, Albanese è spaventato da certe reazioni dell’uomo della strada nei confronti degli immigrati? “Mi spaventa perché è una reazione non piacevole da vedere o da sentire, anche quando nasce da un disagio. Ho paura quando sento parlare di muri, perché i muri generano rabbie, vendette, comportamenti difficili da sradicare. Sono spaventato dal vedere quel tipo di reazioni, è qualcosa che mi addolora e mi indebolisce”.

Antonio Albanese vi dà appuntamento al cinema col suo film Contromano, in sala dal 29 marzo, distribuito da 01 Distribution.



Daniela Catelli
  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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