Interviste Cinema

Alexander Payne parla del suo Paradiso amaro

Alexander Payne è intelligente, ironico, arguto, brillante e terribilmente affascinate. E lui lo sa.



Alexander Payne è intelligente, ironico, arguto, brillante e terribilmente affascinante. E lui lo sa.
Lo sa a tal punto che, soprattutto quando a intervistarlo è una donna, l'incontro one-to-one con lui finisce per trasformarsi in una sfida verbale, nonché in un vero e proprio gioco di seduzione. Seduzione intellettuale, principalmente, in cui chi intervista viene sistematicamente spiazzato da commenti sulle domande e si trova costretto o a rispondere bonariamente per le rime o a cambiare rotta. E' quello che abbiamo cercato di fare in un'elegante stanza di un hotel romano, dove Payne, circondato da publicist e ammiratori vari, sembrava una specie di Re Sole a corte.
Dopo aver pregato i cameraman di spostare il monitor che aveva di fronte, perché altrimenti, invece di guardare il suo interlocutore, sarebbe stato distratto dalla propria incommensurabile bellezza, Mr. Alexander si è finalmente concesso al nostro primo interrogativo, che, naturalmente, riguardava gli Oscar. "Quale film premierei se non fossi in gara con il mio? Senza dubbio Una separazione, è il più bel film dell'anno, so che ha avuto un successo strepitoso in Francia  durante l'estate. Vorrei che l'Oscar per il miglior regista lo vincesse Ashgar Farhadi".

Accantonato l'argomento nomination (il film di Payne ne ha avute cinque), ci siamo spinti nei meandri tematici di Paradiso amaro, che parla di famiglie disfunzionali, amicizia, perdono e soprattutto di una perdita, quella della moglie del protagonista, in coma irreversibile dopo un incidente in barca. "Non so se ad attirarmi verso il romanzo di Kaui Hart Hemmings sia stato il tema della perdita, perché, ad essere onesti, volevo così fortemente fare un film, ero così disperato perché da anni non mi mettevo dietro la macchina da presa, che avrei accettato qualsiasi cosa ... scherzi a parte, ho pensato che questa storia potesse trasformarsi in qualcosa di bello, in un film profondamente umano, sincero, privo di quei sentimentalismi di cui sono farciti i film hollywoodiani contemporanei. Potrà sembrare un cliché, ma ognuno di noi ha subito una perdita, è una situazione in cui è facilissimo riconoscersi. Quando poi la perdita coincide con la morte improvvisa di una persona, vengono sollevati argomenti che mi interessano molto. Ci si domanda: chi era quella persona? Sono riuscito a dirle tutto ciò che avrei voluto dirle? Ogni essere umano è un mistero, e ce ne rendiamo conto proprio nell'istante in cui sta per scomparire".

Storcendo lievemente il naso per la piega "seriosa" che la nostra intervista stava prendendo ("mi faccia domande stupide, la prego"), Alexander Payne non si è sottratto a un commento sulla rinascita, o meglio sul cambiamento del personaggio di George Clooney, che deve ricostruire il rapporto con le figlie, passando da "genitore di riserva", a genitore numero 1. "Sicuramente il personaggio di Matt attraversa una profonda trasformazione, che lo porta a dare un significato nuovo alla propria vita. Non parlerei di una rinascita, ma di un rinnovamento. Anche a me capita di rinnovarmi. Una delle mie più grandi aspirazioni, in questo senso, è di avere sempre una nuova visione della mia esistenza. E' un percorso che devo fare da solo, senza l'aiuto di nessuno, men che meno di un analista".

Smaliziato quando racconta del proprio lavoro, Alexander Payne si entusiasma come un ragazzino nel momento in cui si trova a parlare del suo amore per il cinema. "Sono sempre stato innamorato del cinema. Fortunatamente mia madre viene da una famiglia di grandi appassionati di film, per cui, fin da piccolo, sono sempre stato portato al cinema, a vedere non soltanto film per bambini, ma ogni genere di film. Appena sono cresciuto, ho perso la testa per i film comici muti, quello che ho visto più volte è Tempi moderni di Charlie Chaplin".

Regista a 360°, in quanto esperto anche di montaggio, fotografia, sceneggiatura, eccetera, Alexander Payne sa benissimo quanto siano fondamentali gli attori. Resistendo alla tentazione di domandargli del suo lavoro con George Clooney (ci avevano avvertito che la domanda lo avrebbe terribilmente annoiato), gli abbiamo chiesto di raccontarci qualcosa del suo rapporto con quelle divine creature che con grande naturalezza vivono le vite degli altri. "In un film la recitazione è tutto. Anche se un set è illuminato magnificamente, anche se un film è montato egregiamente, il pubblico pensa solamente a due cose: di che parla questa storia? Chi recita? Riuscirò a credere agli attori? Per questa ragione, dedico molto tempo alla scelta degli interpreti giusti, perché nel momento in cui comincio a girare, non voglio più dirigere: gli attori devono dirigersi da soli. Sono loro lo strumento per comunicare alla gente i toni e i temi del film".

Prima di salutarci, Alexander Payne ci ha confessato che uno dei suoi più grandi desideri professionali è dirigere un documentario. "Sembra che io contraddica ciò che ho appena detto, ma la ragione per cui mi piacerebbe abbandonare i film di finzione a favore del documentario sono proprio gli attori ... che gentaccia! Il trucco ... i capelli ... e "questa non è buona, giriamo di nuovo" ... Se penso che nei film di finzione fai uno sforzo enorme per ricreare la realtà quando magari intorno a te c'è una realtà così interessante di per sé e così facile da restituire semplicemente accendendo la macchina da presa, mi viene quasi da ridere. Forse cambierò genere, anche perché nella realtà succedono cose straordinarie, talmente straordinarie che se uno sceneggiatore le mettesse in un film di finzione, lo taccerebbero di inverosimiglianza".



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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