Alessandro Gassmann al Bif&st parla del suo nuovo film Il premio

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Alessandro Gassmann al Bif&st parla del suo nuovo film Il premio

Oltre a includere nella sua programmazione alcuni titoli della stagione, a prestare attenzione alle opere prime e seconde e a celebrare, con la sezione Panorama Europeo e Anteprime Internazionali, il cinema che sta arrivando e quello che speriamo conquisterà le sale italiane, il Bari International Film Festival rende omaggio ai grandi maestri che, negli anni e decenni passati, hanno fatto in modo che amassimo i film. Fra i mostri sacri a cui il Bif&st dedica un tributo c’è Vittorio Gassman, che tornerà a rivivere sul grande schermo nella retrospettiva più ampia a lui dedicata e che oggi è stato ricordato dal figlio Alessandro, che ha tenuto una masterclass. Intervistato dal vicedirettore del Festival Enrico Magrelli, l’attore non ha soltanto ricordato il papà, ma anche fornito preziosi dettagli sul suo nuovo film Il premio e raccontato del famoso calendario che lo ha reso un’icona sexy.

Il premio - Mi piace particolarmente questa edizione del festival perché è dedicata a mio padre. L’8 maggio inizio le riprese de Il premio, il mio secondo lavoro da regista. E siccome con RazzaBastarda ho vinto il Bif&st, sono venuto a Bari a catturare energie positive. Il film è la storia di viaggio di una famiglia che da Roma raggiunge Stoccolma perché il capostipite ha vinto il Premio Nobel per la letteratura. A interpretare quest’uomo è Gigi Proietti, che secondo me è una delle più perfette macchine attoriali di sempre. Al cinema non è mai stato utilizzato per ruoli drammatici, io ho voluto invece affidargli un personaggio malinconico, profondo, che parla poco. Intorno a lui si muovono personaggi buffi: un figlio non certo dotto (che interpreto io), Anna Foglietta, che fa una donna molto concentrata su di sé, un segretario personale che è un pusher e ha il volto di Rocco Papaleo. Il cast è straordinario e ospita anche Matilda De Angelis e Amanda Lear. Sono in preparazione forsennata.

Il militare - Fino ai 18 anni ero un personaggio poco raccomandabile, ero aggressivo, così mio padre mi fece fare il servizio militare. Quando partii per Taranto per fare il Car, papà mi costrinse ad andare con la tradotta: ci misi 11 ore. La tradotta aveva scomodissimi sedili di legno, eravamo tutti disperati, però mi fece bene. Dopo un po’ fui trasferito a Roma, dove mi guadagnai la simpatia di un tenente perché lessi la Poesia dell’Aviatore e venni messo a lavorare nell’ufficio raccomandazioni.

Vittorio Gassman - Mio papà era severo, ma affettuosissimo e dolce con tutti quelli che aveva intorno. Era un uomo del 1922, peraltro di origine ebraica, che perse il padre quando aveva 14 anni e fu cresciuto dalla madre. Come tutti quelli della sua generazione, se l’è passata male, sapeva cosa volesse dire partire da zero e conquistarsi ciò che si desidera. Mi ha insegnato a cercare di non trovare scorciatoie e a prendere gli ostacoli frontalmente.

Alessandro padre - Io sono un padre molto esigente e severo. I padri secondo me non possono essere amici dei figli. Dobbiamo un po’ stare sulle palle ai nostri figli. Io ho un rapporto di baci e abbracci con mio figlio, che non va male a scuola, è uno sportivo vero, un abile giocatore di rugby e non vuole fare l’attore.

Nudo e biondo - Non volevo fare l’attore ma l’ingegnere agrario a Perugia. Invece mi ritrovai a esordire nudo e tinto di biondo al Teatro Comunale di Pistoia, sembravo il ballerino Truciolo. Lo spettacolo era "Affabulazione" di Pier Paolo Pasolini e la regia era di mio padre. Si raccontava la storia di un industriale di Milano in crisi di identità che cercava di ritrovare se stesso attraverso la sessualità del figlio. Rammento che il primo tempo finiva con un monologo pazzesco che terminava così: "Uccidi il bambino che vuole avere  il tuo c**zo". Era davvero imbarazzante stare là senza vestiti e a sentire questa battuta. Suggerii a mio padre di sostituire c**zo con sesso. Mi ascoltò e la situazione migliorò.

Rischiare - Credo che nel nostro mestiere e nel nostro campo si debba rischiare. Il cinema italiano di oggi rischia toppo poco. Mio papà e Dino Risi facevano cose difficilissime, Mario Monicelli ed Ettore Scola facevano cose difficilissime, perché ci facevano ridere sui nostri difetti, ci facevano entrare nei film e nelle storie in maniera leggera, e quando si arrivava al succo del racconto, l’effetto era dirompente. Come ne Il sorpasso, per esempio, che descriveva un’italianità sì divertente, ma certamente non bellissima e che adesso è molto diffusa.

Il calendario - Ricordo che ero molto unto. Mi hanno detto: "Guarda che ci danno un sacco di soldi". Avevo un figlio nato da poco, una famiglia da mantenere, e così accettai. Mi portarono in Messico su una spiaggia bellissima. Era alta stagione, ed era pieno di italiani, quindi sembrava di essere a Riccione a luglio. Io ero là che fingevo di dormire su una roccia, o venivo accarezzato dalle onde, e a quattro metri dalla macchina fotografica c’erano orde di turisti. Molti erano romani. Conoscete i romani. Mi dicevano: "Aho’, a Gassmann!". Poi partiva un gesto che è tipico della mia città (braccio leggermente alzato con il palmo della mano rovesciato che indica, ndr), e che certo non aiutava. Devo dire che sono stato bravo, perché sembro solo su un’isola deserta.

Legge per il cinema - In Francia c’è una legge per il cinema straordinaria, perché non ne facciamo una analoga? Io a scuola ero una capra, andavo male, ma andavo meno male di quanto avrei potuto perché copiavo, e siccome ero alto, minacciavo i mei compagni che mi passavano i loro compiti. Quindi, invece di prendere 2, arrivavo al 6 -. La legge cinema in Italia vale 5--. Ce n’è una in Francia che vale 8: copiamola!



Carola Proto
  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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