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"Al cinema non sopporto più l'idea di fare il venticinquenne": Michele Riondino a Creuza de Mà

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Abbiamo intervistato l'attore al festival diretto da Gianfranco Cabiddu, dove presenta due film e suona con la sua band.

"Al cinema non sopporto più l'idea di fare il venticinquenne": Michele Riondino a Creuza de Mà

E’ un po’ il protagonista - o uno dei protagonisti - di Creuza de Mà Michele Riondino, che, come una persona normale, o meglio lontana dai riflettori, è salito su un camper enorme ed è arrivato a Carloforte insieme alla sua compagna e alla sua bella bambina Frida, che subito ci ha presentato alla sua Barbie sirenetta. Perché il giovane Montalbano è così, un uomo semplice che agli hotel di lusso preferisce i campeggi, che si presenta puntuale alle interviste e che ha sempre mantenuto un'umiltà di fondo e un grande rigore morale, oltre a una dedizione monastica al suo mestiere, che svolge egregiamente dall'inizio degli anni 2000. Noi lo abbiamo conosciuto grazie a Il passato è una terra straniera di Daniele Vicari e con piacere lo abbiamo ascoltato cantare le canzoni di Lucio Battisti, mesi fa, nel film musicale Un'Avventura. E proprio Un'Avventura, opera seconda di Marco Danieli, è uno dei titoli del festival di Carloforte, così come Restiamo amici, la commedia di Antonello Grimaldi in cui l'attore divide la scena con Libero De Rienzo, Alessandro Roja e Violante Placido.

Ma non finisce qui. Il perfido Woland dello spettacolo teatrale "Il maestro e Margherita" è stato chiamato da Gianfranco Cabiddu anche per esibirsi con i Revolving Bridge, la band tarantina di cui è voce e chitarra e della quale ci racconta quando lo incontriamo nel salottino del suo hotel. E’ pronto per una giornata di mare Michele Riondino, ma risponde volentieri alle nostre domande per una ventina di minuti, raccontandoci innanzitutto del Cinzella Festival, manifestazione gemella di Creuza de Mà che dirige con orgoglio: "Rispetto al festival di Gianfranco, il Cinzella Festival abbraccia di più il mondo della musica. Non è la musica che entra nel sistema cinema, ma è il sistema cinema che racconta il mondo della musica. Quest'anno abbiamo presentato documentari e biografie di cantanti e musicisti e sono venuti a trovarci gruppi più o meno noti come i Franz Ferdinand, i Marlene Kuntz e gli Afterhours. Siamo stati inoltre felicissimi di avere con noi Terri Hooley, che è il papà del punk irlandese, un personaggio stranissimo che durante la guerra nel nord dell'Irlanda decise di aprire un negozio di musica dove si incontravano protestanti e cattolici in una sorta di no man's land".

A proposito della musica punk, c'entra qualcosa con la tua band? Cosa suonate esattamente?
Se ieri, durante il concerto di Pivio e Aldo De Scalzi, mi avete visto reinterpretare Battisti con una pulizia vocale e un'educazione timbrica particolare, sappiate che noi Revolving Bridge facciamo l'opposto. Facciamo rock & roll, più precisamente un rockabilly in una versione molto accelerata, punkeggiante. E’ divertente. I nostri concerti non hanno nulla di formale, cominciano con la nostra formazione e finiscono con gente del pubblico che sale sul palco a cantare.

Sembra dunque che la musica abbia un ruolo fondamentale nella tua vita…
Proprio così. Per me è importante, lo è sempre stata, tant’è che il mio primo sogno di bambino era diventare una rockstar. La musica è importante perché fa parte del mio processo creativo. Mi serve per crearmi un habitat, un tappeto, un’identità, che poi è l'identità dei personaggi che devo interpretare. Succede soprattutto a teatro, ma anche un po’ al cinema. La musica mi aiuta anche quando devo lavorare sui dialetti. E’ accaduto con Fortapàsc, che era il mio secondo film. Ero ancora spaesato all'epoca e, per lavorare sul napoletano cercando di non scimmiottare troppo i napoletani, ho chiesto a Elio Germano, che bazzica il mondo dell'hip hop e del rap, di farmi sentire un po’ di gruppi rap napoletani. Ascoltandoli, mi sono appropriato della lingua del mio personaggio, e perfino del personaggio stesso.

Una delle recenti scomparse che ci ha rammaricato di più è stata quella di Andrea Camilleri, che tu hai conosciuto. Non ti piacerebbe, magari anche per rendergli omaggio, proseguire con Il giovane Montalbano?
E’ una domanda che accolgo con piacere, perché è evidente che quello che è nato come un azzardo è diventato invece qualcosa di reale, concreto. Non vi nascondo che se n'è parlato, diverso tempo fa, insomma era nell’aria l'idea di un'altra stagione. Poi non se n'è fatto più nulla e si è deciso di continuare con il Montalbano tradizionale. Comunque è stata un’esperienza molto importante per me, ed è difficile anche solo raccontarla perché ho accettato di giocare a quel gioco solo dopo averci riflettuto cento volte e dopo aver parlato con Andrea e aver avuto da lui la motivazione principale per poter affrontare il personaggio. Con Camilleri è nato un bel rapporto. Ho avuto modo di entrare a far parte del suo mondo e di interpellarlo anche per film che non c'entravano nulla con Moltalbano. E comunque Montalbano ormai non è più giovane…

E’ giovanile, allora…
Forse, sta di fatto che non sopporto più l'idea di fare il venticinquenne, il trentenne. Un'Avventura è stato la mia ultima volta.

Quali sono quindi le parti che senti più adatte a te in questo momento?
Sono contentissimo di aver cominciato a interpretare ruoli da uomo, per esempio di padre. In Italia siamo ancora giovani a 40 anni, e confesso che portare in scena il dramma dei quarantenni che devono essere ancora dei ragazzini è una cosa che mi fa inorridire. Non vorrei più far finta di essere quello che non sono, non sono più un ragazzino, quindi desidero più che mai portare in scena personaggi che rispettino la mia età anagrafica.

In che modo la recitazione ha cambiato la tua percezione del mondo? Che strumento è il mestiere dell'attore per te?
Recitare è la forma più neutrale che ci sia per entrare nel mondo degli altri, nella vita degli altri, e per neutrale intendo la più pulita, la più trasparente. Recitare è uno studio antropologico che aiuta a capire se stessi. Io ho cominciato a fare teatro da ragazzino ed ero la persona più timida che conoscessi, non avevo il coraggio di dire il mio nome ad alta voce in una classe, di espormi, e anche durante i laboratori teatrali ero sempre l'ultimo a mostrare il lavoro. La recitazione mi ha aiutato a formarmi come uomo, come individuo, non mi ha formato politicamente e da un punto di vista civico, perché in quel senso avevo già le idee chiare, ma mi ha dato gli strumenti per potermi raccontare e per poter interpretare la realtà. Infine la considero un modo per rubare qualcosa agli altri, sempre con il dovuto rispetto e senza curiosità morbosa né invadenza.

Ci sono nel cinema italiano delle storie che non vengono raccontare e che invece dovrebbero essere tirate fuori?
A me piace tanto ciò che il cinema italiano è stato e mi piace anche quello che sta per essere. Mi piace il tentativo riuscito in tante occasioni di una rinascita di un cinema di genere e mi piace l'idea di tornare a raccontare personaggi fortemente umanizzati, personaggi con una forte identità ma collocati in un sistema naturale, in un sistema umano, e qui penso Rosi, Petri, a Bellocchio e a tutta una serie di attori che hanno avuto la fortuna ma anche la genialità di creare al cinema personaggi fortemente normali, ma complessissimi. Quindi lavorare sull’umanità e sulla normalità mi interessa molto più che lavorare su sistemi che fomentano o enfatizzano la fascinazione per qualcosa che non ha niente di reale. Adoro Martin Eden e Luca Marinelli che lavora su un anarchico, un marinaio, un figlio del popolo, e adoro il linguaggio di Pietro Marcello. Sono nelle mie corde molto più della rappresentazione del male, delle varie Gomorre, per intenderci. 

Le foto dell'articolo sono di Sara Deidda. In quella di gruppo, Michele Riondino è con PivioAldo De Scalzi e il regista Antonello Grimaldi.



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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