Agorà - parla il regista del film Alejandro Amenábar

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Agorà - parla il regista del film Alejandro Amenábar

Agorà - parla il regista del film Alejandro Amenábar

Arrivato a Roma a bordo di uno dei pochi aerei che in questi giorni hanno attraversato i cieli europei, Alejandro Amenábar ha presentato alla stampa italiana una versione accorciata e rimontata del suo nuovo film Agorà, che se da una parte rappresenta per lui un'incursione in un genere completamente nuovo, e cioè il peplum, dall'altra risponde a una sua atavica esigenza di esprimere attraverso il cinema un profondo amore per la scienza e l'astronomia.

"Dopo Mare dentro" - ci ha raccontato il regista - "mi sono finalmente avvicinato all'astronomia e ho cominciato a considerarla una disciplina spirituale, un tentativo da parte dell'uomo di avvicinarsi a Dio, a un'entità superiore. Mi interessava metterla in relazione con la religione, evidenziando di quest'ultima soprattutto la valenza sociale e politica". Prima di iniziare a scrivere la sceneggiatura, Amenábar desiderava abbracciare 2000 anni di storia, evidenziando ogni singola tappa del passaggio dalla sistema geocentrico alla teoria della relatività. Poi il regista si è casualmente imbattuto nella figura di Ipazia, che nell'Alessandria d'Egitto del IV° secolo d.c. insegnò astonomia e filosofia, per poi venire barbaramente uccisa dai Cristiani perchè giudicata empia. "Le donne sono sempre state discriminate dalle religioni perchè giudicate diaboliche. La condizione di Ipazia era eccezionale perfino per l'evoluta civiltà ellenistica. Era piuttosto raro, infatti, che una donna istruisse un gruppo di uomini. Era una creatura affascinante, che rinunciò alla propia femminilità in nome del sapere. Sappiamo per certo che non amò nessun uomo, perchè si considerava sposata con il cielo. Ho discusso a lungo di questo suo aspetto con Rachel Weisz e ci siamo chiesti se non fosse più accattivante per lo spettatore introdurre una storia d'amore nel film. Alla fine abbiamo optato per la fedeltà agli avvenimenti, rendendo così Ipazia una figura ancora più rivoluzionaria".

Anche se in Agorà parte dei cattivi la fanno i Cristiani, il film non è affatto anticristiano e Amenábar si è detto stupito della reazione negativa di certi ambienti cattolici. "Non ho mai avuto intenzione di attaccare i cristiani. Anche se mi definisco un ateo che non esclude la possibilità di qualcosa di superiore, sono stato educato secondo i principi del cattolicesimo e il mio film è cristiano perchè difende i principi cristiani della pietà e della compassione e avvicina il destino di Ipazia a quello di Gesù Cristo. Volevo mostrare al pubblico come nulla sia cambiato rispetto all'antichità, come ciò che i cristiani facevano all'epoca somigli al comportamento degli integralisti islamici di oggi. La gente continua a combattere e a morire per le proproe idee, giuste o sbagliarte che siano. Ho voluto sottolineare questa analogia anche con la mia macchina da presa. Mi sono spesso allontanato dalla Terra per riprenderla dall'alto o vagare nel cielo, come per dire che il mondo in cui viviamo è sempre il medesimo”.

L'attualità di Agorà, che rimette in discussione la virtù del patriarca Cirillo, individuando in lui una specie di aguzzino, non ne fa un film pessimista. “Sono un ottimista” - ha ammesso Amenábar - “e penso che le nostre civiltà stiano attraversando una fase di transizione, ma non di involuzione. Non stiamo precipitando in un nuovo Medioevo, la mia speranza è in internet, nel progresso. Mi sembra inoltre che la religione stia perdendo risonanza. Ho fiducia anche nell'Europa, che ritengo culla di tolleranza e libertà. Se la paragoniamo ad Alessandria d'Egitto, allora possiamo individuare un paragone fra l'Impero Romano in declino e gli Stati Uniti, un paese che, secondo me, è in piena crisi”.

Molto diverso da Mare dentro e soprattutto da Tesis, Apri gli occhi e The Others, Agorà è anche distante dai vari kolossal vecchi e nuovi ambientati a Roma o nell'antica Grecia. “Abbiamo guardato molti film di genere” - ci ha spiegato il regista al termine dell'incontro - “e ci siamo resi conto che avevano tutti un ritmo piuttosto lento. A noi interessava invece che l'azione si svolgesse in maniera rapida, concitata, quasi che la nostra troupe stesse filmando una realtà in divenire. Abbiamo anche notato che molti film contemporanei facevano un uso smodato della computer grafica, che finiva per togliere realismo alla rappresentazione. Ci siamo mossi diversamente, utilizzando il più possibile scenografie e lavorando al computer solo in una seconda fase. Infine, abbiamo evitato di rendere la violenza uno spettacolo, utilizzandola solo quando era strettamente necessario e limitando gli spargimenti di sangue”.


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