Interviste Cinema

Agnus Dei: cinque domande alla regista Anne Fontaine

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Il film ispirato a un fatto vero avvenuto in un convento polacco nel 1945 è in sala dal 17 novembre a Roma e Milano, dal 24 in tutta Italia.

Agnus Dei: cinque domande alla regista Anne Fontaine

Ha avuto la sua anteprima italiana al Bari International Film Festival Agnus Dei di Anne Fontaine, storia vera di una giovane dottoressa della Croce Rossa francese che nella Polonia del 1945 aiutò a partorire alcune suore violentate dai soldati sovietici. La regista ha voluto accompagnare il film nella città pugliese e noi l’abbiamo intervistata in una giornata di sole su una bella terrazza di un hotel del lungomare.

Come ha scoperto la vera storia di queste suore e perché ha deciso di narrarla?

Un giorno i due produttori del film mi hanno invitata a pranzo e mi hanno detto: “Abbiamo un soggetto magnifico per te. Mi hanno raccontato una storia che subito mi è sembrata commovente e così ho cominciato a pensarci su. Esisteva già una prima versione del copione scritta da due giovani sceneggiatori. Era magnifica, ma ho pensato che avrei voluto riscriverla completamente. Ho scoperto che la vicenda che veniva narrata era vera ed era accaduta a un giovane medico donna francese che l’aveva raccontata a un nipote che poi l’aveva scritta. Ho capito che, partendo da quel fatto reale, bisognava costruire tutta una drammaturgia e definire i rapporti fra i personaggi, e ho cercato quindi di entrare a poco a poco dentro alla storia, di creare una tensione, di definire il carattere di ogni singola suora.

In Agnus Dei non c’è la minima traccia di voyeurismo. Come ha voluto filmare le suore?

La mia maniera di filmare non doveva mai perdere un certo pudore. Per me era necessario guardare da una giusta distanza le emozioni da raccontare, tenendomi però abbastanza vicina ai volti delle attrici. Non è facile filmare le suore, perché a chi le guarda sembrano tutte uguali, e quindi dovevo cercare di cogliere qualcosa di speciale in ogni viso, soffermandomi sui più piccoli particolari, la pelle, per esempio, o lo sguardo. E poi le espressioni di un volto cambiano continuamente, e questo mi ha spinto a giocare molto con la luce. Mi sono resa conto che il film doveva mantenere intatto il mistero della fede e del mondo spirituale in cui erano immerse quelle religiose, un mistero che il giovane medico doveva in qualche modo comprendere e penetrare per poter crescere. Anche io sono andata in ritiro in un convento per immergermi in quelle atmosfere e riuscire a inventarmi un’estetica. Volevo evitare la caricatura e la rappresentazione folcloristica. Desideravo anche sfuggire da ogni possibile voyeurismo e dal facile melodramma. Le emozioni, insomma, dovevano essere contenute. Ho chiesto alle mie attrici di "andare contro le emozioni", domandando loro di non piangere, di non gridare. A Lou de Laâge, che interpretava il medico, ho detto invece di essere dura e non compassionevole.

Visto che ha trascorso del tempo in un convento, le chiedo: come vivono le suore il fatto di non diventare madri?

E’ stata la prima cosa che ho chiesto alle suore che ho incontrato e tutte mi hanno risposto che è la rinuncia più difficile che la loro scelta comporta: ben più difficile della rinuncia alla sessualità. Nella vita di ogni religiosa arriva un momento, solitamente dopo i 40 anni, in cui sopraggiunge una specie di depressione causata da questa rinuncia. E’ un aspetto che mi incuriosiva. Per me era affascinante, quindi, poter parlare di suore che diventano madri, anche se a causa di una violenza sessuale, e di nuove vite che nascono proprio grazie a loro.

Quanto è importante per lei la solidarietà fra donne? Lei crede nella solidarietà fra donne?

Certo che ci credo, e nel mio film è proprio la solidarietà femminile che porta i personaggi a non rispettare le gerarchie. Il giovane medico, per esempio, disobbedisce ai suoi superiori, così come Maria, la Madre delle Novizie contravviene agli ordini della Madre Superiora. Io credo fortemente, oltre che nella solidarietà, nella necessità di organizzarsi liberamente la vita, di non lasciarsi ingabbiare dalle convenzioni e dalle costrizioni che ci impone qualsiasi tipo di ambiente e di pensare, in ogni situazione, di poter trovare un modo per lenire la propria sofferenza, condividendola e lasciandosi aiutare dagli altri. Qui si parla di un incontro quasi amoroso fra il giovane medico e la religiosa Maria, non c’è nulla di fisico, sessuale, ma c’è qualcosa di simile all’amore.

Cosa voleva raccontare della fede? Le suore che lei descrive vivono un’esperienza molto sgradevole, però conservano una certa gioia e una serenità che sembrano arrivare proprio dalla fede.

Ci sono dei momenti in cui queste suore cantano tutte insieme. Il fatto che trascorrano tanto tempo riunite in una sorta di intimità permette loro, se non di dimenticare, almeno di "rimediare" in qualche modo al dolore che provano a causa della violenza subita. Però nel film ci sono delle suore che vivono molto male la loro condizione, è una situazione complicata, insomma. Nel gruppo c’è sicuramente comprensione reciproca, ma si tratta di un nucleo isolato, elemento che rende l’equilibrio ancora più complicato.



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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