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Interviste Cinema

Adrien Brody, l'antieroe di Predators a Roma

Insolito e inaspettato protagonista di Predators, Adrien Brody si è presentato alla stampa romana con la solita aria da fotomodello annoiato, sfoggiando un sorriso e un “Buongiorno” appena entrato in sala per poi farsi impossessare totalmente dal suo personaggio pubblico.

Adrien Brody, l'antieroe di Predators a Roma

Adrien Brody, l'antieroe di Predators a Roma

Insolito e inaspettato protagonista di Predators, Adrien Brody si è presentato alla stampa romana con la solita aria da fotomodello annoiato, sfoggiando un sorriso e un “Buongiorno” appena entrato in sala per poi farsi impossessare totalmente dal suo personaggio pubblico. A sua difesa, va ammesso che le domande che gli sono state poste non erano, nella loro maggioranza, esattamente stimolanti.

L’immaginario giornalistico italiano su Brody pare infatti fermo immobile al pur importante Il pianista, per cui l’attore ha ottenuto un Oscar: di qui il via ad una serie di domande sulla differenza tra quel ruolo e questo, sull’importanza del film di Polanski e via dicendo. “Tutti i ruoli sono una sfida,” ha esordito ecumenicamente Brody, “che si tratti di commedie, drammi o film d’azione. Il mio compito è quello di essere credibile, trasmettere emozione, studiare il mio personaggio e stabilire una connessione tra lui e lo spettatore.”
L’impegno fisico è stato comunque un elemento comune Il pianista e Predators per l’attore, dato che se per il primo ha dovuto perdere molto peso, per questo secondo ha dovuto lavorare sulla sua muscolatura: “Dimagrire è stato molto impegnativo sopratturro dal punto di vista emotivo e psicologico. Era un dramma insito nel personaggio, il discorso non era quindi solo fisico. Mettere su massa, come in questo caso, non è necessariamente facile; era importante per il personaggio ma non ne rappresentava il lato più importante, che per me era quello caratteriale.”

Rifiutandosi testardamente di dare alcun tipo di parere o commento sulla recente vicenda giudiziaria di Polanski, Brody ha detto di non aver ancora trovato un film che possa essere per lui comparabile al Pianista: “Non ci sono tanti film a quel livello, specialmente per un attore. C’è pochissimo materiale che ti parli così intensamente. Devo dire di essere stato molto fortunato e di essermi imbattuto in molti ruoli interessanti, ho avuto la libertà di rischiare e speriementare, avuta anche grazie alla popolarità e ai riconoscimenti ottenuti con quel film: ma quel tipo di impegno, peso e responsabilità rimane imbattuto.”

Mentre l’incontro con Brody veniva ravvivato dallo scattare di un allarme antincendio (rivelatosi falso...), si è tornati a parlare di Predators, e l’attore non ha fatto fatica ad ammettere che il film è stato proprio uno di quei progetti abbracciati per sfida: “Non sono certo l’attore che il pubblico o la Fox poteva immaginare in prima battuta come successore di Arnold Schwarzenegger,” ha esordito. “Ma io sono stato un fan di film di questo genere di film per molto tempo. Indubbiamente devi impegnarti molto, per affrontare ruoli così diversi, e anche la mia trasformazione fisica ha richiesto una grande disciplina. Ma quello che volevo soprattutto creare era qualcosa di meno superficiale di quello che Hollywood normalmente permette che esista nei film d’azione. Volevo che il personaggio fosse eroico anche se in realtà è un cattivo, è moralmente ambiguo: questa è stata la vera sfida. Quel che è interessante del film è che mette personaggi che sono predatori nella loro vita in una situazione che li costringe a essere prede. È una sorta di contrappasso, gli fa capire cosa significa essere più deboli, essere le vittime.”

Quando gli è stato fatto notare come Predators sia un film che nell’uso degli effetti speciali e nella caratterizzazione del personaggi appare quasi “vecchio stile”, e delle eventuali difficoltà di un pubblico abituato ad altro, Brody pare scuotersi un pochino: “Se crei una storia avvincente e personaggi credibili, riesci comunque a conquistare il pubblico. L’estetica contemporanea, infatti, serve a rendere interessante da vedere quello che interessante non è. Ho ammirato molto il tentativo di Rodriguez e Antal di tornare indietro ad uno stile cinematografico che ha la capacità di interagire con te a livelli più profondi. Io ad esempio volevo comunicare la solitudine e la disperazione insita nella condizione di sopravvissuto. Il film è d’intrattenimento, ma io volevo che il personaggio fosse dark.”

Brody ha poi approfondito il discorso sulla sua preparazione alla parte: “Mi sono concentrato sulla creazione di un personaggio che avesse delle connessioni con la realtà. Ho studiato manuali militari e paramilitari, libri e materiali che mi dessero un’idea tecnica su questo tipo di situazioni. Mi sono isolato molto, ho letto libri sul buddismo, “L’arte della guerra” di Sun Tsu, mi sono visto come un lupo solitario, mi sono allenato molto dal punto di vista fisico. L’allenamento per le armi è stato molto difficile, diverso da quello a cui sono abituato. Mi sono allenato soprattutto ad usare le armi ad occhi chiusi, senza guardare, come farebbe un vero soldato.”
Al contrario si è un po’ sottratto riguardo l’orizzonte morale di un film che pare basato sull’homo homini lupus: “Non credo che il film voglia parlare direttamente di questioni morali, anche se certamente puoi leggervi delle cose dentro, come in tutto: ci sono aspetti di complessità nei personaggi che parlano diversamente ad ogni spettatore. Dal punto di vista personale volevo esprimere il tumulto interiore che un personaggio come il mio poteva provare quotidianamente e quanto le sue decisioni siano difficili da prendere. Non volevo rendere attraente un assassino, un uomo che ha rinunciato a buona parte della sua umanità: credo che sia importante e sia interessante che sia in un film di questa natura, dove solitamente gli eroi sono senza macchia, salvano le situazioni e basta.”



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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