Interviste Cinema

A Venezia 73 è il giorno di Ana Lily Amirpour e della sua fiaba cannibale The Bad Batch

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Protagonista la modella londinese Suki Waterhouse.

A Venezia 73 è il giorno di Ana Lily Amirpour e della sua fiaba cannibale The Bad Batch

Ana Lily Amirpour è diventata una delle autrici da tenere d’occhio del cinema indipendente dopo che il suo esordio, A Girl Walks Home at Night, definito un “Iranian Vampire Spaghetti Western”, ha sedotto tutti due anni fa al Sundance Film Festival. Ora l’americana di origini iraniane ambienta in una realtà vicina a quella in cui è cresciuta, l’entroterra californiano, il suo nuovo film The Bad Batch, presentato oggi in concorso al Festival di Venezia.

I vampiri lasciano il posto a dei cannibali insediati in un’enclave anarchica al confine con il Messico, in un mondo distopico. “Oltre questo recinto non è più territorio del Texas, per cui nessuno che supera questo recinto è più residente degli Stati Uniti d’America. Buona fortuna”. È questo l’indicativo cartello valicato all’inizio del film dalla ragazza protagonista, la super modella britannica Suki Waterhouse, da qualche anno passata al cinema in film come Scrivimi ancora e Insurgent. Nel ruolo di due degli inquietanti figuri incrociati sul suo cammino dalla protagonista, Keanu Reeves e Jim Carrey.

La regista e la bella Suki hanno incontrato la stampa a Venezia, fra poche parole, molti sorrisi e qualche sguardo complice. “Può essere definita una lettera d’amore più che all’America a qualcosa di americano”, ha detto la Amirpour. “È una fiaba nel deserto, un’avventura, un sogno in cui non ho sentito di dovere alcuna lealtà nei confronti del mondo reale. È un ambientazione che mi appartiene, sono cresciuta nel deserto della California, a Bakersfield. In quella zona c’è una comunità di persone accampate, Slab City, che vivono in roulotte, camper, autobus dismessi. Il 90% di loro ha fatto la comparsa nel film. Comunque il bad batch, il lotto difettoso, è dappertutto: basta uscire dalla città viaggiando per tre ore”.

Il film ha un impatto visivo molto forte, con la protagonista che si aggira come la Furiosa di Mad Max: Fury Road nel deserto, mutilata, senza parlare o quasi. Riguardo all’assenza o quasi di dialoghi la Amirpour ha ricordato il ruolo di Jim Carrey. “Gli ho detto che secondo me non aveva mai recitato senza parlare mai. È un’anima candida che salva i protagonisti con gentilezza, in un contesto implacabile. Ho subito pensato fosse come gli homeless che ignori all’angolo della strada. Essere famosi è come essere uno di loro: nessuno vede chi sei realmente.” Nega un riferimento particolare al cinema di Jim Jarmusch, ma la regista ricorda di aver visto tanti western da piccola, con il padre. “Amo girare in anamorfico, è l’estetica del cinema western che mi seduce”.

Riguardo alle musiche, presenti in quantità e qualità, divise fra indie recente e pop anni 80, ha poca voglia di svelare i meccanismi delle sue scelte. “Spiegare la mia scelta delle musiche sarebbe come dire in che modo faccio sesso. L’interazione con la storia è stata cruciale e una delle cose più eccitanti, la musica fa parte di me. La ascolto ad alto volume da quando mi sveglio la mattina e sul set era sempre presente, tanto che ho fatto impazzire i ragazzi dell’audio”.

Suki Waterhouse ha ricordato il primo incontro con la regista, in cui le ha proposto il film. “Eravamo in un ristorante messicano, molto in tema, fra fagioli e tacos. Mi ha detto che avrei sofferto come mai nella vita. Ero terrorizzata e lo sono rimasta per tutta la lavorazione. Un mondo ben diverso rispetto a quello della città da cui provengo, Londra. Le sono grata da morire, mi ha permesso di passare attraverso una miriade di emozioni.”

Leggi anche: The Bad Batch, recensione del film di Ana Lily Amirpour in concorso al Festival di Venezia 2016



  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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