Interviste Cinema

A Dangerous Method: intervista a Viggo Mortensen

Allo scorso Festival di Venezia, dove il film è stato presentato in Concorso, abbiamo intervistato l'attore, protagonista del film di David Cronenberg. Ecco cosa ci ha raccontato.

A Dangerous Method: intervista a Viggo Mortensen

A Dangerous Method: intervista a Viggo Mortensen

Allo scorso Festival di Venezia, dove il film è stato presentato in Concorso, abbiamo intervistato l'attore, protagonista del film di David Cronenberg.
Ecco cosa ci ha raccontato:

D: Credo che interpretare un personaggio realmente esistito, una persona vera, sia una bella responsabilità. Come è stato interpretare un’icona come Sigmund Freud, un pionere del 20° secolo?

R: È sempre una sfida interpretare un personaggio storico, soprattutto così conosciuto dal pubblico. Non puoi certo piacere a tutti, per questo non ti devi preoccupare troppo, devi solo dare il meglio. Per me è stato interessante perché avevo un’immagine di Freud, come credo la maggior parte delle persone, come un uomo anziano, molto magro, con i capelli bianchi. Questa immagine ovviamente corrisponde ai suoi ultimi anni di vita, quando era ormai malato di cancro. Io interpreto Freud all’età di 50 anni, quando era ancora robusto, in salute, un uomo dai molti appetiti. Ho imparato molto su di lui, cose che non sapevo. Quando interpreti qualcuno, impari sempre qualcosa che non ti aspetti, pensavo di conoscere il suo personaggio e le sue idee e che tipo di persona doveva essere ma ho scoperto un uomo ironico e considerando quanto sono state rivoluzionarie le sue idee, una persona normale.

D: Come ha detto prima, era un rivoluzionario. Ha infranto delle regole, ha cambiato la società. Cosa mi dice del suo rapporto con Jung, perché il film lo mostra in tutte le sue sfumature, è molto preciso e rigoroso. 

R: Tutte le persone che guarderanno il film e che ammirano Jung troveranno cose che per loro sono giuste ed elementi che non accetteranno, lo stesso per gli ammiratori di Freud o della Spielrein. La cosa che più mi ha colpito di questo progetto, dopo aver fatto tanta ricerca, è quanta ostilità, quanta veemenza c’è tra le diverse fazioni, quanto vetriolo è venuto fuori da queste persone, dal loro lavoro, dalle loro relazioni. Alla fine non è un documentario, anche se è molto sagace, ben scritto, molte delle loro idee vengono mostrate in modo intelligente, però è un film di finzione, non importano le loro idee. Infatti ho scoperto che le loro idee non erano poi così diverse, non c’era molta differenza tra di loro sia a livello intellettuale che accademico, era solo una questione di ego. Queste persone avrebbero potuto fare qualunque mestiere. Sia Jung che Freud ed anche Sabina, erano persone con un grosso ego, piene di insicurezze, che volevano lasciare un segno nella storia e che combattevano contro quelle differenze di opinioni che pensavano, quasi in modo infantile, potessero minacciare la loro reputazione o la loro validità di pensatori, di persone. È una questione di gelosia, paranoia, lussuria, invidia, tutti aspetti che fanno parte dell’essere umano. Questa è la cosa più interessante per me della sceneggiatura di Christopher Hampton.


D: Un aspetto molto interessante è questo dualismo tra razionalità ed emozione, da una parte la razionalità della vita pubblica, sono degli scienziati, ma dall’altra parte abbiamo il lato emozionale, perché si parla della vita vera, persone ed emozioni vere, come l’amore. Penso sia un aspetto interessante del film.

R: Se consideriamo il contesto storico in cui è ambientato, un elemento nuovo per David, dirigere un film in costume come questo, comunque nel contesto in cui vivevano, era già incredibile parlare di queste cose. Le persone non lo facevano. Per questo hanno aperto nuovi varchi, hanno fatto degli errori e talvolta hanno confuso il personale con questioni accademiche. Spesso le loro teorie si sono evolute grazie a sentimenti personali, in altre parole i sentimenti che provavano dettavano le loro teorie accademiche. Se andiamo a leggere ora i loro lavori, possiamo vedere che talvolta hanno forzato una presa di posizione per distinguersi anche quando è palese che c’è poco di diverso tra le due posizioni. Penso che questo sia più una questione di ego che accademica.

D: Cosa trova di interessante nel ruolo di Sabina? È qualcosa di nuovo, passa dalla passione all’essere una psichiatra. Qual è l’effetto della sua personalità sul suo personaggio? Oggi sappiamo tutti quanto lei sia stata importante a livello professionale.

R: Presto se ne saprà di più, hanno già fatto qualcosa per la televisione, ma potrebbero fare un film molto interessante solo su di lei. Ha avuto una vita molto interessante, prima e dopo gli eventi di questo film. Alla fine diventa un dottore molto rispettato nell’Unione Sovietica. Poi sia Hitler che Stalin criticarono la psicoanalisi, relegando gli psicoanalisti alla sola borghesia o considerandolo un mestiere da ebrei. Lei continuò ad esercitare, soprattutto con i bambini, poi fu uccisa dai nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale. La sua vita fu molto interessante, sono contento se questo film susciterà dell’interesse nei suoi confronti. Era un personaggio interessante, il rapporto tra Freud e Sabina era del tipo che lui ebbe con tanti studenti, come con Jung. Amava insegnare, amava condividere le sue idee, Freud era molto generoso al riguardo, non pensava alle sue idee come sua proprietà, dava via liberamente le sue teorie intellettuali. Il suo rapporto con Sabina e poi con Jung era proprio così all’inizio ma poi essendo Jung più giovane, orgoglioso quanto Freud, si sentì trattato con condiscendenza da Freud. Una sorta di rapporto padre/figlio dove eventualmente il figlio, per sentirsi una persona a sé, ha bisogno di distaccarsi dal padre. Penso che i problemi siano cominciati in quel momento ed è questo che trovo interessante, la dinamica personale, non tanto il conflitto intellettuale.



  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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